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Il Medio Oriente è sotto i riflettori internazionali per la ripresa - dopo uno stop durato ben due anni - dei negoziati di pace diretti tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese.
Abu Mazen, presidente dell’ANP (e capo del governo di Ramallah) e il premier israeliano, Netanyahu, hanno accettato di riparlare insieme di pace, con la benedizione del presidente americano Obama, ansioso di dare al mondo un motivo per quel Nobel "augurale" arrivato subito dopo l'elezione alla Casa Bianca. Ansioso, soprattutto, di offrire agli americani un successo internazionale che dia ossigeno alla drammatica situazione afgana e che – magari - gli permetta di metabolizzare un po’ meglio la prevista sconfitta dei democratici alle elezioni di medio termine a novembre.
La Cisgiordania e Gerusalemme est sono i nodi principali dei negoziati, soprattutto dopo la mezzanotte del 26 settembre, momento in cui è scaduto il divieto (parziale) di dieci mesi che il governo israeliano aveva posto alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici nel territori palestinesi. Il presidente Abu Mazen ora si riserva di decidere il 4 ottobre prossimo se continuare o no a negoziare con Israele.
Ma cosa succede nella striscia di Gaza? Cosa c’è sul tavolo della la pace per i cittadini della Striscia? Secondo quanto ha raccolto nel suo reportage Laila El-Haddad, blogger e giornalista freelance palestinese, se si chiede agli abitanti di Gaza che cosa pensano dei negoziati si possono avere solo tre risposte: “Ovviamente stai scherzando”, “C’è del marcio a Ramallah” e “Negoziati?”.
Il polso dei palestinesi della Striscia, Laila El Haddad, lo ha preso sentendo la gente in strada, leggendo i blog, chiedendo il parere di lavoratori e lavoratrici, giornalisti, studenti e disoccupati. A Gaza ci si sente totalmente esclusi da questi colloqui di pace, anzi: si ravvisa la volontà di escludere definitivamente Gaza dai Territori Palestinesi.
Gaza ha ancora solo poche ore al giorno di elettricità (MIXA ha parlato dello scontro intra palestinese, tra Hamas al governo della Striscia e Anp al governo della Cisgiordania, che ha portato allo spegnimento dell’unica centrale elettrica di Gaza per carenza di gasolio) è senz’acqua a sufficienza e senza cemento per ricostruire le case distrutte dall’operazione Piombo Fuso. Se il parziale allentamento dell’embargo israeliano, seguito al sanguinoso abbordaggio della 'Freedom Flotilla' a fine maggio, ha portato qualche merce in più, i prezzi sono proibitivi per la maggior parte dei cittadini. Hamas, intanto, resta saldamente al potere, anche se non è più amato dalla gente.
Se Gaza è assente dall’agenda dei negoziati, in Cisgiordania non si è perso tempo: le rupe degli insediamenti ebraici sono state accese la mattina del 27 settembre. Da qualche giorno si costruisce senza sosta: i coloni un po’ di paura che Netanyahu si trovi costretto (per far tacere gli Usa) a imporre un’altra moratoria ce l’hanno.
Il presidente Obama si è detto sicuro che israeliani e palestinesi non si lasceranno scappare l’opportunità di costruire due stati e di arrivare alla pace entro un anno. Al momento sembra utopia. E comunque resta da capire con quali territori si pensa di fondare lo stato palestinese.
di Angiola Bellu (30 settembre 2010)
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Gli accordi di Oslo (fortemente voluti dall’amministrazione Clinton) furono siglati il 20 agosto 1993, ad Oslo in Norvegia, da Israele e dalll'Organizzazione Nazionale per la Palestina (OLP). Successivamente furono ratificati a Washington il 13 settembre 1993 con una storica stretta di mano tra il premier israeliano Rabin e il presidente dell’Olp Yasser Arafat. Israele si impegnò a lasciare entro un anno la Striscia di Gaza e la Cisgiordania (occupate da Israele tra il 1967 e il 1973), cedendo i Territori Occupati alla guida di una Autorità Nazionale Palestinese nata dalle ceneri dell'OLP, che rinunciava alla lotta armata e al terrorismo, e che riconosceva l'esistenza di uno stato ebraico. Questioni intricate quali: status giuridico di Gerusalemme, rifugiati palestinesi e insediamenti israeliani nell'area, vennero deliberatamente esclusi dagli accordi e lasciati in sospeso. Il 4 novembre 1995 durante una manifestazione pacifista a Tel Aviv il primo ministro Rabin fu ucciso da un estremista conservatore israeliano, e con Rabin in qualche modo è morto il processo di pace, ostacolato anche dalla ripresa di attacchi terroristici contro la popolazione israeliana. Nelle consultazioni politiche israeliane del 1999 il laburista Ehud Barak, il militare più decorato della storia d'Israele, fu eletto primo ministro. Tra il'11 e il 14 luglio 2000, Barak e il leader dell'ANP, Arafat, si incontrarono a Camp David, negli Stati Uniti ospitati dal presidente USA, Bill Clinton. Senza introdurre nuove clausole, le due parti si impegnarono a ripartire dalle risoluzioni Onu accettate a Oslo e a evitare azioni unilaterali che potessero inficiare l'esito dei negoziati. il processo di pace però si arrestò quando Arafat chiese come precondizione il ritorno ai confini del '67 (e non quelli del '73) nonostante le concessioni dello stato ebraico fossero le migliori mai offerte alla Palestina (il 91% della striscia di Gaza e della Cisgiordania, il controllo palestinese su Gerusalemme Est e un fondo monetario per l'indennizzo e il rientro dei profughi palestinesi, che all'epoca erano circa 700.000). Israele però in cambio chiedeva di poter installare avamposti militari in territorio palestinese, controllarne lo spazio aereo, dispiegare truppe in caso d'emergenza, e la demilitarizzazione della Palestina. Il nuovo stallo del processo di pace ha permesso a Hamas, organizzazione politico-militare palestinese di stampo radicale e islamica, di guadagnare consenso soprattutto nella striscia di Gaza dove ha vinto le elezioni legislative nel 2006. I bombardamenti di Gaza tra il 2008 e il 2009, hanno portato all’ennesimo stallo nella risoluzione del conflitto.
