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Il 7 marzo scorso l’Iraq ha tenuto libere elezioni democratiche e - ad oggi - nessuna delle fazioni politiche principali ha ottenuto una maggioranza tale da poter esprimere un governo. E' difficile comprendere le dinamiche di un Paese mediorientale, ancora sotto tutela staniera, che esce da una guerra iniziata nel 2003 e mossa da una coalizione occidentale.

 

Il regime di Saddam Hussein aveva imposto un'ideologia laica e nazionalista, guidata dal partito Bah’at, messo fuori legge dopo la sconfitta del dittatore. Come si evolve la situazione irachena? Ne abbiamo parlato con Khaled Fuad Allam, esperto del mondo musulmano, docente di Storia e Istituzioni dei paesi islamici presso l'Università di Trieste, l'Università di Urbino e la “Stanford University” ed editorialista del Sole24ore, per comprendere il fermento politico e i rapporti di forza all’interno dello scacchiere iracheno.


"Sono il prodotto di quanto è successo negli ultimi 5 anni – dice il professor Allam -. Dopo che il nazionalismo del partito Ba’ath (sunnita) è stato sconfitto, si è messo in moto il modello americano, una specie di comunitarismo che tende a rappresentare le forze politiche su base etnica e religiosa. Questo è un capovolgimento totale dell'assetto dell'Iraq, in vigore fino a pochi anni fa. La spartizione del potere ora avviene tra diversi gruppi. La situazione più complessa è quella dei sunniti, esclusi dalla spartizione della ricchezza: questo crea una serie di problemi per la formazione di alleanze politiche. Non sono pessimista, ci vorrà un po' di tempo ma credo che l’Iraq sia un Paese che non tornerà indietro. Saranno però gli iracheni a dover mantenere il loro assetto sociale e culturale. Io non credo alla spartizione in base sciita, sunnita o curda. Assolutamente no.


Ma chi politicamente puo avviare questo processo? La coalizione guidata da Ayad Allawi, l’ex premier laico che ha ottenuto una maggioranza risicata?

Possibile. Le cose anche in Medio Oriente - per certi versi - avvengono come in Occidente: chi ha maggiore capacità di negoziazione ce la fa. Nel caso iracheno chi riesce a mantenere un equilibrio in grado di accontentare le diverse fazioni religiose sarà in grado di governare. Allawi ha una capacità di negoziato maggiore degli altri, ma la situazione è fragile, niente è scontato.


Insomma non sarà un processo breve
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Non sarà un processo breve, ma pensiamo a quanto è successo in Libano: ci hanno messo sei mesi, ma poi hanno trovato la soluzione. I tempi e le procedure in Medio Oriente sono diverse: prima si tratta e poi si negozia.

 

Cosa significa?

In questo momento ci sono trattative che sfuggono alla visibilità esterna. Ma una volta concluse queste trattative, sottili e sotterranee, sarà avviato un negoziato vero e proprio sulle basi della governabilità del Paese. Il momento della trattativa è più lungo del negoziato.


Torniamo al comunitarismo verso cui sta virando la politica irachena. Sarebbe una sorta di democrazia alla libanese?

Sì, il Medio Oriente è così: non possiamo pensare a un tipo di democrazia all’occidentale, dobbiamo tenere conto della sua storia, quella della continua ricerca di un equilibrio tra maggioranze e minoranze culturali. Questo avviene dai tempi dall’Impero Ottomano. Il comunitarismo è il modo con il quale si può sbloccare la situazione politica irachena. Non abbiamo a che fare con esseri umani che escono dalla rivoluzione francese: un curdo è un curdo, un cristiano è un cristiano, uno sciita è uno sciita, un sunnita è un sunnita, con i relativi retroterra culturali e politici. Un universalismo astratto, come noi lo abbiamo concepito nella rivoluzione francese, in Iraq non funzionerebbe e sarebbe destinato a morire.


Da dove deve partire un processo democratico nel Paese?

Credo che la democrazia passi attraverso il concetto di uguaglianza e per me questo passa attraverso il rapporto tra uomini e donne. Ovvero, i diritti delle donne.


Chi può sensibilizzare gli iracheni con un discorso come questo?

La democrazia non avviene unicamente attraverso le procedure politiche, può avvenire attraverso percorsi sociali e culturali. Spesso quelli che annunciano la questione democratica e che cercano di risolverla sono gli studenti, gli scrittori, i registi. Prendiamo ad esempio l’Iran: la rivoluzione è stata portata avanti dagli intellettuali e dai giovani studenti.


Come si vive questo momento postbellico nel Paese?

Non dobbiamo sottovalutare che il partito Bah’at è stato portatore di una certa modernità politica, costruita sulla sopraffazione delle minoranze e del diritto alla libertà. Dall’Iraq mi raccontano che la situazione oggi è preferibile a quella di quando al potere c’era il partito Ba’ath. Era un regime semi-totalitario. Oggi c’è una stampa libera, c’è la possibilità di esprimersi liberamente. Ci sono anche tendenze regressive  da parte di alcune fazioni religiose: l’Iraq è ancora il luogo delle battaglie , dello scontro tra fazioni politiche.


Oggi è meglio di allora, quindi?

Non dico che abbiamo una situazione migliore, ma che si sta andando verso un miglioramento.


Da cosa dipende questo miglioramento?

Anche dalla situazione economica mondiale. Dal prezzo del gas e del petrolio, dalla capacità degli iracheni di ricostruire. Stanno passando da un’economia di guerra a un’economia della ricostruzione.

di Angiola Bellu (17 giugno 2010)

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Come si sceglie il premier

 

Il parlamento iracheno si è finalmente riunito dopo oltre tre mesi. Sono due i principali aspiranti premier: Iyad Allawi, il leader di Iraqiya - alleanza nazionalista che ha vinto di misura le elezioni guadagnando 91 seggi su un totale di 325 - e il Primo Ministro uscente, Nuri al Maliki, leader dell’Alleanza per lo Stato di Diritto, seconda forza politica, con 89 seggi vinti, che si è recentemente coalizzata con l’Iraqi National Alliance (INA), la coalizione dei partiti sciiti, forte di 70 seggi.

 

Ma i negoziati fra le diverse forze politiche - quelli seri - sono solo agli inizi e non si prevedono brevi, né facili. L’iter che porta alla formazione del nuovo governo prevede diverse fasi: l’elezione del presidente del Parlamento (e dei suoi due vice), quindi quella del Presidente della Repubblica da parte della nuova Assemblea. A quesrto punto si può procedere con l’incarico al candidato premier che viene nominato dalla coalizione di maggioranza.

 

Come successe nel 2006, è possibile che si vada verso una lottizzaione di tipo etnico-confessionale delle tre cariche principali: presidente della Repubblica, Primo Ministro, e Presidente del Parlamento. Una possibile spartizione – secondo la stampa araba – darebbe a Iraqiya la presidenza del Parlamento, ai curdi la presidenza della Repubblica, e agli sciiti la guida del governo (a prescindere dal nome del futuro premier). Spartizione rifiutata, al momento, da Iraqiya.

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