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È imminente l’anniversario delle contestatissime elezioni presidenziali iraniane che hanno confermato Mahmoud Ahmadinejad a capo della Repubblica Islamica dell’Iran. Per il fatidico 12 giugno si programmano (in rete) grandi manifestazioni di dissenso, ma il regime ha già fatto sapere che chiunque macchierà l’immagine del Paese e attaccherà il sistema islamico non sopravviverà. E’ difficile capire da Occidente cosa stia succedendo. Sonia Irani - portavoce in Italia dell’Associazione Donne Democratiche Iraniane - già da tempo non vive più in Iran. Fa parte della Resistenza Iraniana (vedi BOX) e noi le chiediamo di raccontarci che aria tiri in questi giorni nel suo Paese.
Vorrei fare un passo indietro. Nel 12 giugno 2009, subito dopo la falsa elezione di Ahmadinejad, il popolo ha trovato finalmente un motivo per scendere in piazza e chiedere quello che voleva. Durante il periodo di dibattito elettorale il popolo ha capito che il governo non è così unito quanto voleva far credere, così, subito dopo i brogli, la gente è uscita per strada.
Le manifestazioni sono durate tutto quest’anno: non ci sono state solo quelle di cui ha parlato la stampa occidentale in occasione delle grandi cerimonie di regime. Il fatto di avere tutti gli occhi del mondo addosso ha imposto un cambio di tattica al potere: non ci sono stati più scontri in strada ma si è iniziato a fare più pressione magari sui prigionieri politici. L’anno scorso ci sono stati circa 4mila incarcerazioni e un numero incerto di morti e condannati a morte. Il regime, infatti, non ha mai dato il permesso di manifestare pacificamente.
Ma cosa succede proprio ora?
Succede che da circa tre settimane gira un appuntamento su tutti i siti e su tutti i blog persiani ed esteri: tra il 10 e il 20 giugno ci sarà la settimana di contestazione. Il 12 giugno è proprio il culmine, il giorno dell’anniversario. Le manifestazioni saranno anche contro le fazioni sconfitte del regime.
Cosa intendete per fazioni scofitte del regime?
Quelle di Karroubi e Mousavi.
Mixa ha già raccontato del ruolo poco chiaro che ebbe nel 1988 Mousavi, allora primo ministro, nell’eliminazione di oltre 30mila prigionieri politici detenuti nelle carceri iraniane. Oggi lei considera Mousavi parte del regime anche se manifesta contro Ahmadinejad. Perché?
Perché ha sempre dichiarato di voler agire e di voler manifestare dentro i limiti della Costituzione.
Cosa significa?
E’ proprio la Costituzione che noi dichiariamo disumana e antidemocratica: prevede la lapidazione, le leggi scioviniste che considerano la testimonianza di una donna pari alla metà di quella di un uomo, prevede la pena di morte per reati minimi… Tutto questo e molto di più fa parte della legge costituzionale. Il popolo ormai vuole il rovesciameto totale del regime, non chiede solo riforme, come vorrebbe Mousavi.
Cosa vorrebbe abbattere la Resistenza iraniana?
La legge del velayat e faqih, cioè il potere assoluto del Clero. L’articolo primo della Costituzione dice che il leader supremo della rivoluzione – quindi una sola persona – ha il massimo potere costituzionale per tutto il Paese. Ha la tutela assoluta del popolo iraniano. Tutte le leggi fatte dal Parlamento e da altri organi costituzionali, devono essere confermate dal punto di vista islamico dal leader supremo.
Ma lei crede veramente che la maggior parte del popolo voglia cambiare la Costituzione e quindi andare anche contro i riformisti, quelli che lei chiama “fazione non al potere”?
La maggioranza del popolo ormai non vede alcuna riforma. Durante i primi mesi di manifestazioni, dopo i brogli elettorali, si è visto che il popolo ha superato i cosidetti leader della rivoluzione cioè Karroubi e Mousavi. I riformisti vorrebbero un gruppo al vertice decisionale al posto di una sola persona come accade ora con il leader supremo. Il popolo chiede il potere popolare. Chiede la libertà.
Lei ritiene che il popolo si voglia allontanare dalla concezione teocratica e autoritaria del potere?
Assolutamente sì.
Mi conferma che questo sentimento non appartiene solo ai cittadini di Teheran e delle città principali, ma anche a coloro che vivono lontano dal dibattito, dai centri in cui ferve la discussione politica?
La maggioranza del popolo iraniano ha questa consapevolezza. Io non nego che la radice iraniana sia religiosa. Non sono tra quelli che si scagliano contro la religione. Io… noi della resistenza iraniana pensiamo che la religione sia una cosa privata.
Cosa chiede la Resistenza?
Chiediamo un governo secolare. Istituzionalmente separato dal potere religioso.
Questo Musavi non lo chiede?
Assolutamente no.
Tornaimo ai brogli del 12 giugno 2009 e alle manifestazioni che si preparano ad un anno da quell’appuntamento. Lei cosa prevede che succederà?
Quello che leggo in rete è: la rivoluzione. Da qui, dall’estero, non posso sapere come reagirà il popolo, ma sono sicura che si stanno preparando. Non posso dire se ci sarà o no un enorme bagno di sangue o se si riuscirà ad abbattere il regime in altro modo. Ci aspettiamo che esca allo scoperto tutto quello che è stato covato durante quest’anno. Le famiglie dei prigionieri politici, le famiglie dei martiri di quest’anno, hanno dichiarato tutte pieno sostegno a queste manifestazioni di lotta. Il popolo uscirà. Uscirà anche se non dovessero uscire i cosiddetti leader della rivoluzione. Farà di tutto per dire al regime: E’ finito il tuo periodo.
di Angiola Bellu (10 giugno 2010)
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Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, o Mujaheddin del Popolo, è un’organizzazione nata in ambienti universitari di Teheran negli anni Sessanta con lo scopo di rovesciare la monarchia dello Shah di Persia. Un'operazione della polizia segreta dello Shah trasse in arresto tutti i leader del movimento, e quasi la totalità dei quadri dirigenti, prima che l’organizzazione riuscisse a compiere importanti attività di opposizione al regime. I capi furono condannati a morte e la maggior parte dei Mujaheddin rimasero in carcere per anni. Coloro che sfuggirono persecuzioni trovarono rifugio in altre nazioni, per lo più usufruendo dello status di rifugiati politici, o continuarono a vivere in Iran nella completa clandestinità. Dopo la Rivoluzione Islamica di Khomeini, nel 1979, i Mujaheddin sono diventati oppositori del regime degli ayatollah. Sebbene il gruppo abbia inizialmente realizzato un'opposizione militare oltre che politica contro il regime iraniano, attualmente ha cessato ogni attività militare.
Nel 2002 è stata chiesta l’iscrizione del movimento nella lista nera delle organizzazioni da Stati Uniti, Gran Bretagna e immediatamente da tutta l'UE, dopo gli attentati dell'11 Settembre. Il 4 dicembre 2008 la Corte del Lussemburgo ha disposto l'annullamento della decisione del Consiglio dei ministri europeo di includere il movimento nella lista perché "non ci sono serie e credibili giustificazioni". Stati Uniti e Canada continuano a considerare quest’organizzazione come un'associazione di carattere terroristico.
