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medio oriente
Mentre seguivo gli sviluppi dell'assalto alla flottiglia Freegaza, ho voluto leggere una lettera aperta a chi decidesse di aderire al progetto. Tra le altre cose si diceva che gli attivisti dovevano essere consapevoli che in un’impresa simile si rischia la vita. Esagerati mi sono detta. Persino io che ho trascorso diversi mesi in Cisgiordania e ho visto il vero volto dell’occupazione israeliana non credevo che il governo e l’esercito sarebbero arrivati a tanto. Non immaginavo che Israele avrebbe attaccato una flottiglia umanitaria uccidendo degli stranieri. Il supporto della comunità internazionale è ciò che permette a questo Paese di esistere, ma se dovesse venire a mancare?
Come ogni mattina faccio colazione sul terrazzo di casa, la vista su Gerusalemme est, la lettura della posta prima di uscire e fare una lunga camminata sotto il sole verso l’ufficio dell’Icahd a Gerusalemme ovest (il comitato israeliano contro le demolizioni delle case, ndr) . Nella mail ricevo la notizia dell’assalto alla flottiglia che si dirigeva verso Gaza, c’è chi dice 10, chi 15, chi 20 morti, non si sa la nazionalità. Più tardi ad Ashdot una giornalista ci dirà che tra i morti ci sono almeno 5 palestinesi di Haifa. Mi chiedo se il mondo si indignerà se i morti dovessero essere tutti arabi o musulmani.
M’incammino verso Gerusalemme est, mi sono vestita da manifestazione, cioè con le scarpe adatte a correre, questo mi hanno insegnato qui: che per andare in manifestazione bisogna essere in grado di correre. So che è probabile che si andrà ad Ashdot o ad Haifa dove si dice che arriveranno le navi di Freegaza. Nonostante il passo spedito perdo il primo passaggio che va ad Ashdot. Inizia il giro di telefonate per trovare qualcuno che ci vada, oggi non è giornata per stare dietro ad un computer. Attraverso un’amica e cooperante italiana il passaggio salta fuori e a mezzogiorno siamo in macchina verso una città che appena la vedo mi ricorda Porto Marghera. L’accesso al porto è chiuso e dobbiamo andare nella spiaggia accanto. Un nave ha già attraccato e in lontananza ne vediamo arrivare un’altra. Alcuni coloni si tengono a distanza dagli attivisti; sento un ragazzo israeliano che parla inglese e dice di aver più paura della violenza dei coloni che di quella dei soldati. Attorno alla spiaggia un gommone della polizia fa il girotondo. La manifestazione è tranquilla, ci sono soprattutto israeliani, forse un centinaio di persone, oggi è un giorno lavorativo e non tutti possono saltare in macchina e andare a manifestare contro la guerra. Anche perché lo sconforto ti prende facilmente vedendo che non serve a nulla.
Rientriamo a Gerusalemme a metà pomeriggio. Cotta dal caldo mi fermo al Jerusalem hotel per una limonata e menta e qualcosa da mangiare. Leggo i commenti dei miei amici su facebook in risposta ai miei post, leggo alcune mail di amici che mi chiedono com’è la situazione. Poi leggo un post di un’amica americana che sta nell’esercito statunitense: oggi si celebra il memorial day, ‘che sia una grande giornata per tutti i veterani, siamo orgogliosi di essere americani’ scrive Ashley. Resto sbigottita e mi chiedo se sono io ad avere i principi sbagliati, se sono io a non comprendere la bellezza e l’orgoglio del militarismo.
Leggo i giornali, i commenti blandi di alcuni capi di stato occidentali, quelli infuocati del mondo arabo. Intanto mi mangio la pitta con il babaganush che è una salsa di melanzane buonissima. Mangio e rifletto. E mi sento completamente inutile in questo posto dove la guerra è la norma. Nelle strade la gente continua con la propria vita di tutti i giorni. M’infilo in una libreria nel quartiere ebraico prima di andare alla manifestazione davanti alla casa del primo ministro Nethanyau. Libri in inglese sul buddhismo e roba new age. Un’amica mi aveva detto che agli israeliani interessa di più lo yoga e il Tibet, che non il conflitto.
Alle 7 comincia la manifestazione davanti agli uffici di Nathanyahu che ironicamente si trova all’angolo con Gaza Street. Siamo qualche centinaio, soprattutto israeliani. Il numero di poliziotti cresce col passare del tempo. Alcuni passanti gridano insulti, una donna urla che "a Gaza sono animali e vanno tenuti sotto controllo". Cosa c’entra questo con l’assalto alla flottiglia? Mi sfugge la logica dietro al pensiero di questa signora. La manifestazione scorre pacifica, la polizia circonda la piazza in cui siamo con le transenne. Intanto al checkpoint di Qalandya, tra Ramallah e Gerusalemme, una ragazza americana ha perso un occhio a causa di un lacrimogeno lanciato dai soldati israeliani che l’ha colpita in viso. Verso le 8.30 un gruppetto di israeliani di estrema destra si aggrega di fronte alla piazza con bandiere israeliane e cartelli contro i pacifisti. Per me è il rompicapo della serata, si riferiscono a noi? a quelli sulla nave? Israele sostiene che i soldati abbiano reagito a un linciaggio degli attivisti della Mavi Marmara, la nave turca. Israele reagisce sempre, non attacca mai. Alcuni si avvicinano alle transenne della polizia e sputano contro di noi. Anche la loro è una reazione? Nessuno dalla nostra parte gli ha sputato contro.
Rientro verso Gerusalemme est dopo questa giornata particolare. Attraverso un grande centro commerciale all’aperto gremito di gente, i ristoranti sono aperti. Business as usual. La maggior parte degli israeliani ha la straordinaria capacità di disinterssarsi totalmente al conflitto, a quello che succede nei territori occupati (Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est) o in acque internazionali. Monolitica dietro al proprio esercito, vive come se il conflitto mediorientale non esistesse. Vedo in giro più soldati e più polizia. Mi fermo alla porta di Damasco a mangiarmi una pitta con le falafel, 6 shekels contro i 13 di Gerusalemme ovest. Poi salgo sul pullmino palestinese che mi porta a Sheikh Jarrah e penso alla tanta gente al centro commerciale e alle poche voci di dissenso interne alla società israeliana e alla comunità internazionale che pare ‘rammaricata’ per questo incidente. Mi viene una grande tristezza ma anche una grande rabbia.
di Alessandra Pigni
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È il 31 maggio quando l'esercito israeliano attacca la flottiglia Free Gaza, la spedizione umanitaria diretta ai territori palestinesi con oltre 10.000 tonnellate di aiuti. Le immagini rivelano un vero e proprio assalto in acque internazionali alle sei imbarcazioni che componevano il convoglio, organizzato da una Ong turca. Con lo scopo di aggirare il blocco imposto a Gaza dal 2007, l’iniziativa umanitaria era già stata bollata da Tel Aviv come “una provocazione”. I soldati israeliani sostengono di aver risposto al fuoco, aperto dalle stesse imbarcazioni. Le persone a bordo erano oltre 700, di 60 diverse nazionalità. Tra loro almeno cinque italiani, che sono rimasti illesi. Dopo il blitz, le sei navi sono state dirottate dalla marina israeliana verso il porto di Haifa. Malgrado le fortissime pressioni internazionali Israele non ha alcuna intenzione di rimuovere il blocco navale alla Striscia di Gaza perché è una questione di primaria importanza per la propria sicurezza. Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu. “Gaza è uno stato terroristico finanziato dall’Iran e pertanto dobbiamo impedire che forniture militari vi arrivano via terra, dal cielo o dal mare” ha detto Netanyahu secondo quanto riferisce la edizione online del quotidiano Haaretz. “Aprire una libera rotta navale verso Gaza sarebbe un pericolo enorme per la sicurezza dei nostri cittadini” ha insistito Netanyahu. “Per cui insistiamo per il blocco navale e per la ispezioni delle navi in arrivo”. Il premier ha quindi affermato che la ‘Freedom Flottilla’ intercettata domenica “non era animata da pacifismo, ma era una forza violenta”.
