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C’è qualcosa che si muove nella resistenza palestinese. Qualcosa di cui si tace nei media occidentali, impegnati a scandire gli episodi di guerra tra palestinesi e israeliani, fatti di terrorismo e di risposte repressive e violentissime.
Anche se la nascita di uno Stato palestinese accanto a quello ebraico è sempre più lontana. Anche se gli insediamenti d’Israele nei Territori occupati proseguono, mentre il campo palestinese resta diviso. Nella terra sacra ai ‘popoli del libro’ che troppo bene conosce la violenza, sta nascendo lentamente un movimento in stile gandhiano che rappresenta una novità.
Ne abbiamo parlato con Paola Caridi, scrittrice e giornalista che ha scelto di andare via dall’Italia anni fa e di occuparsi – tra l’altro – di Medio Oriente da Gerusalemme. Un punto di osservazione che le ha permesso di andare oltre i luoghi comuni e le semplificazioni che troppo spesso definiscono la storia e la politica di questo angolo di Terra i cui destini influenzano massicciamente la politica internazionale.
La BBC racconta in questi giorni di una protesta pacifica nella cittadina di Beit Jalla, vicino a Betlemme. Gli abitanti sfidano pacificamente i soldati israeliani con le sole parole. Li invitano a riflettere sul fatto che loro non sono liberi di camminare nella propria terra. Che cosa significa? È un episodio isolato?
Quella di Beit Jalla è una delle manifestazioni in corso da diversi mesi e di cui in Europa si sa poco e niente. Nel gennaio scorso si è dato vita ad una manifestazione totalmente pacifica dentro Gerusalemme Est, la parte araba della città santa, nel quartiere simbolo di Sheikh Jarrah, uno dei luoghi più arabi della città, in cui alcune associazioni di coloni radicali hanno comprato appartamenti attraverso dei mediatori oppure hanno espropriato - grazie a ordini di tribunali israeliani - i palestinesi che vivono lì e che sono profughi del 1948. È interessante rilevare che qui i manifestanti sono in gran parte israeliani che protestano contro i coloni.
Ci sono quindi alcuni segnali interessanti di resistenza non violenta all’occupazione.
Sì, la resistenza non violenta si sta sviluppando in diversi modi e sta muovendo qualcosa. Ad esempio sono molto interessanti i risultati che sta ottenendo il BDS movement (VEDI BOX) che si rivolge soprattutto verso l’esterno dei Territori occupati.
In che modo dall’esterno ottiene risultati utili ai palestinesi?
Per esempio attraverso azione di lobby nei confronti dei grandi investitori internazionali perché tolgano i capitali alle aziende che lavorano con le colonie israeliane dentro la Cisgiordania, oppure ad aziende che partecipano alla costruzione del treno leggero dentro Gerusalemme che, collegando la città alle colonie, renderà impossibile qualsiasi divisione della città come capitale dei due Stati.
Che altri tipi di pressione vengono fatte?
Di ogni genere, anche culturale: si chiede ai grandi cantanti internazionali di non venire a suonare in Israele, come nel caso di Santana, o si chiede alle università internazionali di non collaborare con quelle israeliane.
Come si svolge l’azione di lobby?
È una campagna moderna che si svolge via Web è stato fatto in situazioni diverse come l’iniziativa contro la Nike. È più che boicottaggio, che rimane piuttosto passivo. Qui si fa pressione attiva e, devo dire, i palestinesi del BDS sono molto preparati, sanno benissimo quello che stanno facendo.
Il BDS è un movimento palestinese di massa?
No, assolutamente. Sono solo gruppi che si muovono ma sono riusciti a dar luogo a un dibattito sulla resistenza non violenta, entrato anche all’interno delle fazioni politiche tradizionali. Questo è il salto di qualità molto importante, soprattutto perché il movimento è fuori dallo stereotipo che arriva in Occidente del palestinese con la cintura pronto a farsi esplodere.
Ci hai raccontato che il movimento agisce dall’esterno dei Territori. In loco come funziona?
Ci sono giovani palestinesi di 25, 30 anni che sono abituati a questo tipo di campagne via Web. Sono quelli che spingono dall’interno, che danno le notizie qui, che organizzano le visite agli ospiti internazionali, che accolgono i volontari, che dialogano con le Ong. Però è una dimensione locale fortemente legata a quella internazionale.
Torniamo al dibattito che il movimento non violento ha portato in seno ai partiti tradizionali (e violenti).
È fondamentale sapere che il termine resistenza “mukawama” fa parte del dna del palestinese contemporaneo. Questo dibattito sta diventando talmente importante che è arrivato fino a Fatah (il partito del presidente Abu Mazen, ndr) che ne ha parlato poche settimane fa in una conferenza stampa attraverso figure di spicco quali Nabil Shaat, storico negoziatore del processo di Oslo. Ne hanno addirittura parlato i più alti esponenti dell’ala militare di Fatah.
Che cosa significa l’interesse di Fatah verso la resistenza non violenta?
Significa che questo forma di lotta inizia ad avere un’importante valenza politica. Perfino il premier palestinese Fayyad (leader di Hamas, ndr) ha parlato di boicottaggio di prodotti delle colonie.
Come è vista questa forma di resistenza da Israele?
I giornali israeliani ne parlano sempre più spesso con preoccupazione: c’è stata un’incidenza dal punto di vista economico. Proprio in questi giorni è uscito un articolo sul sito di 'Yedioth' che sostiene che faccia male all’economia palestinese questa forma di boicottaggio. Questo è un dato molto interessante.
Nonostante questo successo però non siamo di fronte a un movimento di massa.
Ecco il dato negativo: non c’è la partecipazione della gente come nella prima Intifada, nata dalle persone e cavalcata dai partiti. Oggi la società civile palestinese non ha più la forza che aveva prima, così come non l’ha il movimento pacifista israeliano. Sono passati decenni. La gente è stanca e frustrata.
di Angiola Bellu
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Il Global Boycott Divestment Sanction Movement è una campagna palestinese nata su internet nel 2005 che si propone di individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, di fare pressioni perché ci sia disinvestimento da attività commerciali in Israele, sanzioni sullo Stato d’Israele e boicottaggio accademico culturale e artistico degli israeliani che non prendono posizione contro l’occupazione e l’Apartheid. Il movimento di BDS ha già collezionato molti successi (es. contro le compagnie Veolia, Africa-Israel, Motorola...) ed ha trovato adesioni in organizzazioni della società civile, accademiche, sindacali e governative di tutto il mondo, Israele inclusa.
Tutti i principali sindacati degli stessi lavoratori palestinesi, spesso usati come forza lavoro nelle società e piantagioni israeliane, sono tra i promotori della campagna di BDS. Il 31 marzo di quest’anno, in occasione della ‘Giornata della Terra’, il BDS ha organizzato azioni creative si sono svolte a Londra, Toronto, New York, Il Cairo, e in numerose altre città del mondo. A Londra, gli attivisti hanno protestato all’interno di un supermercato Waitrose, ricordando che questo vende prodotti provenienti da insediamenti illegali; a New York attivisti vestiti con accappatoi e asciugamani, hanno protestato presso i negozi che vendono cosmetici Ahava (Mar Morto). La società israeliana ha sede nell’insediamento illegale di Mitzpe Shalem. I manifestanti portavano cartelli con scritto “Ahava: Fabbricato da approfittatori israeliani nella Palestina occupata”.
