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Tra un attentato suicida e l’altro, continuano le consultazioni politiche in Iraq, per la formazione del governo che gestirà il dopo Al Maliki; il dopo occupazione straniera (gli Stati Uniti dovrebbero ammainare la bandiera entro il 2011) e l’avvio della ricostruzione di un Iraq libero e democratico. Per il momento, la democrazia irachena - costellata di vittime civili, soprusi ed errori della coalizione democratica internazionale e dal terrorismo - si è evoluta nel segno della corruzione: la fine della guerra e gli introiti del petrolio non sono stati spesi per ricostruire il Paese, che rimane simile a quello di cinque anni fa, quando libere e democratiche elezioni portarono al governo lo sciita Nouri Al Maliki. 
Le consultazioni politiche del 7 marzo 2010 hanno favorito, sia pur di misura, un politico dalle sette vite: il leader del partito Al Iraqyia, Aiyad Allawi.



Allawi ha ottenuto la maggioranza relativa della Camera Bassa con 91 seggi su un totale di 323. Il primo ministro uscente, Al Maliki ha ottenuto 89 poltrone con la sua Alleanza dello stato di diritto. Al terzo posto - forte di 70 seggi - è arrivata l’Alleanza Nazionale Irachena, al cui interno milita Muqtada Al Sadr, leader del movimento sciita sadrista ed ex leader dell’esercito del Mahdi (organizzazione paramilitare contro le forze di occupazione scioltasi nel 2008). Ultima grande coalizione in grado di dire la sua nel parlamento iracheno è l’alleanza curda che con 43 seggi riunisce il Partito Democratico Curdo e l’Unione Patriottica del Kurdistan. Gli altri seggi sono andati a varie formazioni appartenenti alla galassia islamica.

Partecipatissime, nonostante Al Qaida non abbia lesinato attentati e stragi, le elezioni irachene sono state benedette dalla comunità internazionale in quanto libere e svolte all’insegna della democrazia. La vera novità rispetto al 2005 - le prime elezioni del dopo Saddam - è la forte voglia di laicismo degli iracheni: Allawi, sebbene sciita, porta avanti un’idea decisamente laica della politca.

Mixa ne ha parlato con il professor Younis Tawfiq, scrittore iracheno che vive a Genova dove insegna lingua e letteratura araba

 

Professor Tawfiq, allora ha vinto Allawi, sciita laico. Ha vinto, sia pur di misura, sul premier uscente Al Maliki. Qual è il significato politico di questa scelta?
La scelta di Allawi significa che il popolo iracheno, dopo aver valutato bene l’operato di Maliki in tutti questi anni, ha voglia di cambiare.

Non è detta l’ultima parola…
 Infatti: grazie a un trucco insito nella costituzione irachena, dovrà formare il governo non chi ha avuto più voti ma chi riesce a costruire una coalizione maggiore.

 

Allawi ha vinto nonostante la forte campagna denigratoria nei suoi confronti. Il messaggio degli avversari è stato ‘con lui tornano al potere i ba’athisti di Saddam Hussein’. Si può leggere in questa vittoria una certa nostalgia per il regime di Saddam?

Non penso. Inanzitutto Allawi è fuori dal partito Ba’ath da anni. Ne era uscito anche in malo modo. È passato all’opposizione e ha formato un suo partito a Londra nel 1992 che era contro Saddam Hussein.

Il parito Ba’ath non si identifica col regime?

Per capire a fondo la situazione politica irachena dobbiamo separare il partito Ba’ath dal regime di Saddam Hussein. Dobbiamo distinguere tra chi apparteneva al partito dalla figura di Saddam e dalla dittatura. Non tutti i ba’athisti erano d’accordo con Saddam, infatti qualcuno – tipo Allawi – ha lasciato il partito. 


In Al Iraqiya non ci sono ci sono ba’athisti dell’ultima ora del regime?

No. Non ci sono. È’ evidente che hanno voluto giocare sporco denigrando Allawi definendolo ex ba’athista quindi connivente con il regime. 
Io stesso, quando vivevo in Iraq, ho dovuto iscrivermi al partito per avere il passaporto e lasciare il Paese. Se non l’avessi fatto, il mio nome sarebbe stato iscritto nella lista nera dei nemici del regime e non sarei potuto partire. Una volta arrivato in Italia, ho strappato la tessera e ho concluso così la mia avventura nel partito Ba’ath dell’era Saddam.

Che cosa è cambiato in questi cinque anni di governo Al Maliki?

Quasi niente. La corrente elettrica continua a mancare un’ora sì e un’ora no; l’acqua continua ad essere inquinata; i servizi sanitari non esistono; le strade sono disastrate; i palazzi sono sventrati.


Dove sono andati a finire in questi cinque anni i soldi del petrolio? Perché non c’è stata una ricostruzione del Paese?

Nonostante l’immobilismo e la corruzione, Allawi ha vinto le elezioni con soli due seggi di scarto su Al Maliki: 91 a 89. Non parrebbe che proprio tutti gli iracheni fossero stanchi della sua politica. 
Certo: il suo partito è potente, non dimentichiamo che gli sciiti sono il 40% dell’elettorato. I sunniti sono il 19% e i curdi il 18%. Allawi ha contato sulla parte sunnita e sulla componente laica della parte sciita. Purtoppo la maggior parte degli sciiti oggi non è più laica ed è soggetta ai suggerimenti dei capi religiosi e questi erano con Al Maliki.

Sembra che il voto ad Allawi abbia una matrice più ‘borghese’.  
Sicuramente. Allawi ha avuto un voto di nicchia malgrado ciò è riuscito a vincere.

Veniamo all’enorme partecipazione popolare al voto. Nonostante la paura e la realtà degli attentati, ha votato il 60% degli aventi diritto, con punte dell’80% nel Kurdistan. 
Innanzi tutto lo scarto con il Kurdistan è dovuto al fatto che è la regione più sicura del Paese; è quasi Europa. Nel resto dell’Iraq - è vero - la gente è andata a votare sfidando gli attentati.



Il prossimo governo non dovrà  sprecare questa forte volontà  popolare di legalità. Qual è  il programma di governo di Allawi? Quel è il suo progetto per l’Iraq?

Tra i suoi obiettivi c’è innanzitutto la costruzione di un governo di forte coalizione, capace di dare unità al paese. I punti più importanti del suo programma sono: la guerra alla corruzione, la ricostruzione, il miglioramento del rapporti con i Paesi vicini. A questo proposito è stato già in Iran, in Turchia, in Siria…

Quali sono i compromessi a cui Allawi dovrà cedere per formare una solida coalizione?

Deve riuscire a convincere tutti i partiti sunniti, anche quelli che non erano con lui nella lista, a sostenerlo. Per ottenerlo deve dare loro un ruolo importante nel governo. Poi deve cedere in qualche modo al confederalismo, per arrivare a una coalizione con i curdi.

Che rapporto ha con lo sciita Muqtada Al Sadr, considerato dagli occidentali un fondamentalista religioso?

Al Sadr è un religioso, ma è soprattutto un nazionalista. Vuole un Iraq libero e indipendente, non solo dall’occupaziopne americana ma anche dall’ingerenza iraniana. Vuole un Iraq unito, forte. Per questo motivo, credo, che se accetterà di entrare in un governo laico, Allawi lo accontenterà con qualche ministero. 
 

Quale ruolo potrebbe giocare un Iraq pacificato nello scacchiere mediorientale?

L’ultimo vertice della Lega araba ha riconosciuto l’importanza strategica del Paese nella regione. Però c’è una specie di miopia nel guardare al processo di pace: Israele stesso non lo vuole, parliamoci chiaro. Gli arabi hanno insistito anche nell’ultimo vertice della Lega araba sul concetto di due popoli e due stati. Gli israeliani non sono pronti per la pace, stanno temporeggiando; anche perché non hanno intenzione – soprattutto con Netanhyau – di cedere il Golan.

 

Come si fa a stringere un accordo di pace con la Siria senza restituire il Golan? Come si fa a fare la pace con i palestinesi senza cedere Geruslaemme est?

Non so come si potrà avviare il dialogo in un clima che non prevede neanche l’arresto della costruzione delle colonie ebraiche nei territori palestinesi. Anche se l’Iraq dovesse entrare – come è possibile – nella delicata questione delle relazioni tra i due popoli, mi pare che la volontà non esista.

di Angiola Bellu

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