news
medio oriente
Da stato canaglia - quale era ai tempi del presidente statunitense Bush - la Siria sta passando nella lista dei buoni. A Damasco, ultimamente, le visite dell’alta diplomazia internazionale si susseguono a ritmi frenetici: l’ultima, in ordine di tempo, quella del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Prima di lui erano passati per la capitale mediorientale: il re saudita Abdallah, il premier turco Erdogan, il presidente iraniano Ahmadinejad e soprattutto il presidente francese Nicolas Sarkozy: nell'estate del 2008 fu il primo capo di stato occidentale a ricevere il presidente Assad dopo il congelamento internazionale.
Cinque anni fa gli Stati Uniti ritirarono il loro ambasciatore a Damasco, per protestare contro il presunto coinvolgimento della Siria nell’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri, morto per lo scoppio di un’autobomba nelle strade di Beirut. Questo sancì un forte isolamento internazionale e un embargo che ancora oggi penalizza il Paese.
Nel febbraio scorso gli Stati Uniti hanno riaperto l’ambasciata e le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono in piena attività: l’inviato americano George Mitchell ha trasmesso la richiesta speciale del presidente Obama di ricevere assistenza di intelligence e il leader siriano ha accettato.
Certo, i rapporti tra i due ex nemici non sono rose e fiori: Damasco non ha intenzione di rompere i rapporti con l’Iran, recentemente definito “dittatura militare” dal segretario di Stato americano Hillary Clinton, e - soprattutto - la Siria non prende le distanze da Hamas, al potere a Gaza, e da Hezollah, il movimento sciita libanese. Entrambi sono considerati da Damasco legittimi movimenti di resistenza contro Israele.
Nonostante ciò il quadro di incontri occidentali e il mantenimento dei legami con il Medio Oriente 'non allineato' fa della Siria del presidente Assad un importante attore regionale.
Abbiamo chiesto un parere sulle relazioni internazionali e regionali della Siria a Nasser Al Nasser, presidente in Lombardia della ACSII, Associazione comunità araba Siriana in Italia (www.acsii.org)
Per anni la Siria ha fatto parte dei cosiddetti ‘stati canaglia’, quelli considerati una minaccia per la pace mondiale.
Il vero motivo dell’allontanamento della Siria dalla comunità internazionale è stato il progressivo allontanamento della Turchia dalla prospettiva di entrare a far parte dell’Unione Europea. Dopo il rifiuto da parte dell’Europa di accogliere la Turchia, Ankara ha aperto relazioni commerciali e diplomatiche con altri Paesi arabi.
E’ veramente possibile che l’allontanamento della Turchia dall’Europa possa provocare un effetto così devastante per la Siria?
Non dimentichiamo che la Turchia per il mondo arabo è molto importante: siamo stati dominati dai turchi per quattrocento anni e sentiamo moltissimo la loro influenza. La Siria ha moltissimi motivi per tenere la Turchia dalla sua parte ed è questa la vera ragione per cui la Siria è stata allontanata dalla comunità internazionale.
Secondo lei dunque il reale motivo dell’isolamento internazionale della Siria non sarebbe l’accusa di essere il mandante dell’omicidio a Beirut nel 2005 di Rafik Hariri, ex premier libanese? Gli Stati Uniti hanno ritirato l’ambasciatore subito dopo.
E’ innegabile che la causa scatenante sia stata l’attentato ad Hariri ma questo non è il ‘motivo serio’. Alla fine, non dimentichi che il figlio di Hariri è stato in Siria.
Oggi pare che la Siria si candidi ad avere un ruolo da protagonista nella diplomazia dell’area. Quali sono i rapporti tra Damasco e i profughi palestinesi?
Siamo stanchi di questo conflitto con Israele che va avanti da sessant’anni. Ci troviamo con tre milioni di palestinesi che vivono in Siria. Dobbiamo preoccuparci di sostenerli, di dare loro un lavoro. Oggi non ci sono neanche più gli aiuti internazionali per i profughi. Una volta ci marciavano tutti sulla questione palestinese.
Cioè? Mi spieghi..
Una volta arrivavano aiuti da tutte le parti e ci mangiavano tutti. Ora questo non esiste più. Non c’è più interesse ad avere i profughi. E’ questo il duro discorso.
Perché gli Stati Uniti hanno la necessità di riallacciare buoni rapporti con la Siria?
Fino a due anni fa la Siria faceva passare tutti i cittadini arabi senza visto. Passavano tutti, mujahiddin compresi, ed entravano in Iraq. Oggi questo non è più possibile e la frontiera con l’Iraq è monitorata. Di fatto, però, l’embargo nei confronti della Siria c’è ancora. La Siria non ha ancora i pezzi di ricambio per i propri areri, ha ancora un forte embargo economico.
Ora, però, la situazione si sta sbolccando…
Sì. Ma molto lentamente.
Forse questa lentezza dipende dal fatto che la Siria ha rapporti di amicizia con l’Iran, con Hamas e con Hezbollah?
La nostra amicizia con l’Iran non è nata oggi. Inoltre la classe politica che guida la Siria è sciita, come l’Iran. La Siria e l’Iran si sono vicendevolmente appoggiati diverse volte.
Mi parli dell’embargo. Colpisce ancora molto la popolazione?
Certo. Ora respiriamo un po’.
Quale ruolo può giocare la Siria nello scacchiere regionale?
La Siria può aiutare il processo di stabilizzazione in Iraq; in Libano, Damasco ha molta influenza su Hezbollah e anche l’amicizia con l’Iran è utile per un dialogo Iran - Occidente.E non dimentichiamo l’amicizia con il movimento palestinese Hamas. Kaled Meshal (uno dei capi di Hamas, ndr.) vive a Damasco e non credo che viva lì solo per la sua bella faccia. La Siria ha un qualche interesse per tenerlo.
Crede che l’amministrazione Obama possa dare una mano alla pace?
Credo moltissimo nel presidente Obama. Ad ora, certo, non ha fatto molto. Ma una mano sola non può fare tutto. Purtroppo il presidente Obama si è trovato al posto giusto nel momento sbagliato: nel mezzo di una crisi economica mondiale. Credo che, dandogli tempo, magari con un secondo mandato, l’amministrazione Obama possa fare moltissimo per il Medio Oriente.
di Angiola Bellu
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
Bashir Al Assad, classe ’65, è diventato presidente della repubblica siriana dopo la morte del padre Hafiz, all’inizio del 2000. Nessuno avrebbe scommesso sul giovane Bashar, impegnato negli studi a Londra e poco interessato alla politica. Il padre aveva deciso infatti, che il suo successore sarebbe stato il primogenito Basil. Ma un incidente d’auto fece saltare le linee ereditarie (contravvenendo agli ideali del partito Ba’ath al potere in Siria, Assad padre programmò la sua successione alla carica presidenziale all’interno della propria famiglia e del gruppo religioso Alawita, una minoranza sciita) e l’inesperto Bashar varcò il palazzo presidenziale. Solo 5 anni fa Bashar Assad, conosciuto anche nel mondo arabo come «il Dottore» per via della laurea in oculistica, era considerato un ‘paria’ della politica. E’ stato vilipeso e isolato dopo l’assassinio, a Beirut, del premier libanese Rafik Hariri. L’attentato, attribuito all’intelligence siriana, ha scatenato la ‘Rivoluzione dei cedri’ in Libano che si è risolta con la cacciata delle truppe di occupazione siriane. Oggi Assad è un leader abile, capace di destreggiarsi tra aperture all’Occidente e conferme di amicizia con il blocco antioccidentale formato da Iran, Hezbollah e Hamas.
