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La tensione tra Stati Uniti e Israele per la costruzione di nuove unità abitative ebraiche nei Territori palestinesi ha subito un’escalation tale che Michael Oren, l’ambasciatore israeliano a Washington, ha descritto questo momento come il peggiore delle relazioni bilaterali dal 1975. Alti funzionari di entrambi i Paesi lavorano freneticamente per la soluzione di un problema che compromette seriamente le già deboli possibilità di pace nella regione mediorientale. Il governo israeliano però pare irremovibile: non rinuncierà alla costruzione delle 1600 nuove case a Ramat Shlomo, un sobborgo di Gerusalemme est piazzato nel cuore di vecchi quartieri ebraici. 


La decisione israeliana ha infiammato gli animi palestinesi dando il via a scontri che potrebbero portare ovunque. Le sassaiole continuano nella Città Vecchia; Hamas ha dichiarato il suo 'giorno della rabbia'. Mentre da Damasco (dove vive Khaled Mashal, il capo dell'ufficio politico di Hamas, considerato il leader supremo dell' organizzazione) arriva  la richiesta ai palestinesi di dare il via a una Terza Intifada.


La dichiarazione di Michael Oren ha messo tutti in allerta sulla gravità di una crisi che riguarda un elemento essenziale della politica estera statunitense. I vincoli con Israele sono il cardine sul quale ruota la politica di sicurezza nordamericana e la ragione ultima delle sue implicazioni in Medio Oriente. Un cambio di rotta potrebbe generare scossoni con conseguenze incalcolabili in una delle regioni più instabili del pianeta. Entrambi i governi, statunitense e israeliano, hanno sottolineato negli ultimi tempi le profonde differenze di vedute da quando Barack Obama è arrivato alla Casa Bianca con la ferma intenzione di congelare le colonie dello stato ebraico nei Territori palestinesi. E certo non ha giovato alla situazione il fatto che l'annuncio di proseguire con gli insediamenti sia arrivato proprio mentre il vice presidente americano Joe Biden era nella regione per dare nuovo impulso al processo di pace.


Washington aveva scommesso molto su quel viaggio, il più importante - dal punto di vista della gerarchia diplomatica - dall’inizio della nuova amministrazione democratica alla Casa Bianca. La diplomazia di Obama confidava che sarebbe stato un forte aiuto al rilancio del dialogo israelo-palestinese. Il via libera all’edificazione di nuove case per coloni ebrei è stato visto come un vero e proprio boicottaggio israeliano agli sforzi diplomatici statunitensi. “Un momento sfortunato e difficile per tutto il mondo” ha detto il Segretario di Stato Hillary Clinton. “Un affronto, un modo per indebolire la delicata intenzione di portare la pace nella regione”. Ha rincarato David Axelrod, considerato il consigliere politico più influente di Obama.


Da parte sua, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha tentato di contenere la crisi parlando di ‘incidente’ a proposito della coincidenza tra la visita di Joe Biden e l’annuncio della creazione di nuovi insediamenti. Washington però non ha accettato questa versione dei fatti e tramite Axelrod ha insistito sull’apparente “premeditazione e calcolo” dell’episodio per colpire la posizione negoziale americana. Ora la Casa Bianca attende spiegazioni più convincenti da parte dei responsabili israeliani.

 
La tensione diplomatica tra Israele e Stati Uniti ha allarmato la più importante lobby d'oltreoceano a favore di Israele, l'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, che comprende democratici repubblicani e indipendenti) che ha dichiarato pubblicamente: “l’Amministrazione (il governo di Obama, ndr) dovrebbe fare un serio sforzo per evitare ulteriori obblighi a Israele”. Secondo l'AIPAC, Washington sta esercitando troppa pressione unilaterale sullo stato ebraico. Polemizzare con Israele non è molto popolare negli Stati Uniti e Obama è il primo interessato a porre fine alle tensioni. Però - al di là della retorica diplomatica - questa volta non sembra facile uscire dall’impasse. Al momento la diplomazia dei due Paesi si trova davanti ad un ‘muro contro muro’: Netanyahu ha, infatti, dato garanzia in Parlamento di portare avanti il progetto delle nuove case a Gerusalemme est.


Da parte palestinese, senza il congelamento delle nuove colonie, è impensabile la ripresa di un serio colloqio di pace. Senza il dialogo israelo-palestinese pare impossibile che i governi arabi appoggino la politica di Obama nella regione. E senza questo appoggio si complica considerevolmente la strategia nordamericana in Medio Oriente, dall’Iran all’Afghanistan. Tutti gli elementi del puzzle mediorientale sono fortemente connessi, pertanto dipendenti dall’evolversi della crisi.

di Angiola Bellu

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Il parere di Massimo Chierici

 

Massimo Chierici fa parte del movimento Sinistra per Israele (www.sinistraperisraele.it)


Quali sono, secondo te, i diritti degli israeliani rispetto a Gerusalemme e quali gli eventuali abusi?

Il punto nodale è che i luoghi più sacri dell'ebraismo (banalmente il Kotel o muro del pianto) sono a Gerusalemme est. Gli ebrei non ci hanno potuto pregare fino a che non l'hanno conquistato militarmente nel 1967, quando hanno trovato sinagoghe millenarie distrutte o adibilte a stalle.

Ma la decisione di costruire nuove unità abitative, non è un affronto?


È fondamentalmente uno strumento di trattativa - definiamolo ‘mediatico’ - sia per chi le propone che per chi si oppone.

Cosa intendi per ‘strumento di trattativa'?

Gli israeliani utilizzano l’annuncio della costruzione delle nuove case come strumento di pressione politica ovvero ne fanno una dichiarazione d'intenti; i palestinesi sorvolano sul fatto che Israele ha avuto la capacità di sgomberare integralmente Gaza dai suoi cittadini.  

In che senso i palestinesi sorvolano sulla capacità di sgomberare di Israele?


Così come si costruiscono, gli insediamenti si possono sgomberare. I "coloni", che sono in realtà molto più variegati di come vengono rappresentati, sono sempre stati strumentalizzati dai vari governi di sinistra e di destra.

In tutto questo come vedi la guerra diplomatica con gli Stati Uniti?

In politica non esiste la permalosità. Gli Stati Uniti dopo Bush jr devono ridefinirsi; devono riequilibrare le politiche nell'area e questo passa in un accordo israelo palestinese che è un tema strumentalizzato da tutti per interessi particolari. Non c'è nulla di "umano” o di “generoso" nelle politiche statunitensi. Esiste solo la loro ragion di stato.  

Cosa pensano gli ebrei americani?

L'anno scorso è stato fatto un grosso sondaggio che ha mostrato un radicale aumento dell'appoggio alla trattativa per la costituzione di due stati. Comunque, sia in Israele che negli Usa e in Europa tutti sono per la pace.

Beh questo è abbastanza ovvio... che tipo di pace?

Parliamo di due popoli e due Stati. Un concetto che la destra ebraica ha sempre rifiutato

Ma l’amministrazione americana in questo momento pare un po’ più schierata.


L’amministrazione americana è schierata con sé stessa. E questa nuova crisi con Israele non è grave come viene dipinta. Diciamo che l’America sculaccia Israele ma non così forte come vuol far vedere.

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