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“Volevo che mio figlio frequentasse una scuola normale, come fanno tutti gli altri bambini qui in Italia. In Egitto non sarebbe stato così: ci sono scuole solo per i portatori di handicap”. Parla al passato S. S., mamma di un ragazzino egiziano di undici anni affetto dalla sindrome di Down a cui la Regione Friuli Venezia Giulia non concederà più un maestro “personale” a scuola. Un sostegno per lui indispensabile, di cui ha goduto fin dal 2001 e che ora gli è stato tolto per questioni di bilancio. Sì, perché, dovendo scegliere chi privilegiare, è scattata la discriminazione: fuori il bimbo straniero. Interpellata da Mixa sul caso, dalla Regione solo silenzio.

 

“Mio figlio – continua la madre – in classe voleva lavorare come gli altri compagni perché sentiva di non riuscire a capire”. Per queste situazioni era previsto un sostegno, un aiuto, una persona che pensasse solo a lui durante le ore di lezione. Nessun problema fino a maggio: per studiare le tabelline o fare un compito scritto, un maestro si sedeva accanto al bambino e gli spiegava la lezione. L’educatore – questo il nome ufficiale della figura – dà una mano a quei bambini che non riescono a fare i normali lavori in classe. Il suo è un mestiere a tempo determinato: la scuola, la famiglia e i servizi sociali gli rinnovano il contratto di lavoro di anno in anno.

 

È proprio verso la fine dell’anno scolastico, a maggio, che nella scuola frequentata da B. Y., il ragazzino egiziano, cominciano a rincorrersi voci di corridoio: sembra che l’anno prossimo qualcosa cambierà per i bambini con handicap. “Durante la solita riunione che facciamo con la scuola – racconta la mamma – la psicologa ci spiega che arriveranno cambiamenti, anche se non si sa di che genere”. E quelle che fino a questo incontro erano solo voci di corridoio, diventano una possibilità concreta quando la madre si sente dire dai servizi sociali del comune di Pordenone che “per gli stranieri è tutto bloccato” e che per l’anno scolastico successivo al figlio non sarebbe stato garantito l’educatore a scuola. Ma non solo: tutto si  ferma per questo bambino a cominciare da subito. “D’estate – spiega la signora – mando mio figlio in piscina cinque giorni a settimana con l’assistente. Adesso, invece, senza accompagnatore, non mi fido di mandarlo a nuotare”.

 

A negare l’aiuto alla famiglia egiziana è una norma nascosta tra le pieghe della finanziaria locale, approvata a dicembre, che stravolge la legge regionale n°6 del 31 marzo 2006, quella che regola i servizi socio-assistenziali: “Hanno diritto ad accedere agli interventi e ai servizi del sistema integrato – si legge in questo emendamento – tutti i cittadini comunitari residenti in Regione da almeno trentasei mesi”. Una regola nata sotto il segno del risparmio. Una decisione, però, che mette nero su bianco la discriminazione e sottolinea la differenza tra cittadini europei ed extracomunitari: a chi non arriva dal vecchio Continente niente assistenza, anche se magari vive in Friuli da molto più tempo di altri italiani. È il caso, ad esempio, di questa famiglia egiziana, perfettamente integrata: nel nostro Paese ormai da 10 anni, con la carta di soggiorno in regola, lui ingegnere, lei insegnante e traduttrice, senza mai aver subito prima atti di razzismo. “Persone come noi – spiega S. S. – che non vengono dall’estero per commettere reati. Gente che lavora e paga le tasse, e che ha un figlio a cui non vengono riconosciuti i diritti”. 

 

Un occhio di riguardo sarebbe dovuto a questo ragazzino e a tutti gli altri come lui che, in fondo, per fare una vita quasi normale, hanno bisogno solo di un piccolo aiuto in più. Una persona al suo fianco serviva a farlo sentire come gli altri, seppur diverso per origini e condizioni personali. “A scuola – racconta ancora la mamma – gli insegnanti non erano a conoscenza di una distinzione netta tra comunitari e non per avere i servizi sociali. Quando ho spiegato che era così, non mi credevano. Quando, però, hanno visto con i loro occhi sono rimasti scioccati”.
Diventata evidente la discriminazione, è scattata una campagna di informazione sulle conseguenze della norma, soprattutto nella scuola. Ad aiutare la famiglia egiziana anche il coordinatore nazionale Coordown di Pordenone, Sergio Silvestre, che si è rivolto al Consiglio regionale con un’interpellanza per ristabilire le condizioni dell’anno scorso. “Ogni commento sarebbe superfluo – dice Silvestre – questa norma discrimina in modo evidente le persone con disabilià alle quali sono invece garantiti pari trattamenti a partire dalla Convenzione dell’Onu sui Diritti delle persone con disabilità. E soprattutto poi per i minori, come espressamente previsto proprio dall’articolo 7 della Convenzione“.

 

“Il razzismo della legge è chiaro – sostiene la donna – contro gli stranieri tira un’aria disumana, di discriminazione”. A farsi carico della vicenda potrebbe essere ora il comune di Pordenone che si è offerto di pagare le spese per garantire il sostegno, ma fino a settembre non c’è alcuna certezza. Almeno in città, però, sembrano essersi accorti di una regola sbagliata. Una norma che, agli occhi di una madre, sembra solo “una punizione in più per chi è debole e chi ha difficoltà a essere autonomo”. Come succede spesso, in fondo, se si hanno solo 11 anni.

 

Clicca qui per consultare la legge del Friuli Venezia Giulia n° 6 del 31 marzo 2006

 

Clicca qui per consultare la legge finanziaria del Friuli Venezia Giulia per il 2010

 

Clicca qui per leggere la convenzione dell’Onu per i diritti delle persone disabili

di Luigi Serenelli (1 luglio 2010)

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Il razzismo si fa norma

Di Franco Bomprezzi

 

Quello che sta accadendo a Nordest è molto interessante. Le modifiche alla legge regionale sui servizi, introdotte senza clamore nella finanziaria locale, indicano la strada del razzismo che si fa norma. Garantire solo ai cittadini comunitari residenti da tre anni ciò che fino al giorno prima era disponibile, a parità di situazione, per tutti i cittadini regolarmente presenti sul territorio regionale è una scelta precisa. In Friuli Venezia Giulia avviene su spinta della Lega, che interpreta e guida il pensiero prevalente nella cittadinanza. Scarseggiano le risorse, dunque bisogna scegliere. E quindi si sceglie l’identità etnica, l’appartenenza. Ma, per essere chiari, si esclude anche formalmente chi comunitario non è.

 

La vicenda di questo bambino egiziano con una disabilità che vive a Pordenone, città di grande tradizione solidaristica, ovviamente fa scalpore e suscita qualche reazione fra i benpensanti. Ma non scalfisce le coscienze degli amministratori regionali friulani, e, a quel che risulta sino ad oggi, neppure di un assessore con disabilità, come Vladimiro Kosic. I principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ormai legge dello Stato italiano, non ammettono dubbi né restrizioni: nessuna discriminazione è possibile, per gli Stati aderenti, in base all’etnia o all’origine. Punto e basta. Ma se questo non è sufficiente, significa che la coscienza comune è intorpidita, la reazione popolare tarda a manifestarsi, e dunque la Lega può portare avanti il suo disegno in doppiopetto. Efficienza amministrativa e spregiudicatezza etica.

 

Il tutto a Nordest, terra di confine, ma anche di profonda e diffusa religiosità. I cittadini che hanno scelto l’Italia per lavorare, progredire, pagando le tasse e rispettando le leggi, non vogliono privilegi o favori, chiedono solo parità di trattamento. I genitori del bimbo di Pordenone sono persone perfettamente inserite (per quanto questo sia possibile in questo Paese). Ed è interessante notare come la mamma abbia deciso di portare suo figlio, con sindrome di Down, in Italia proprio perché qui, grazie a una delle nostre leggi più belle e innovative, ha (o meglio, aveva) la possibilità di inserirsi e integrarsi in una scuola normale, non in una scuola speciale per disabili.

 

C’è dunque oltre al danno anche la beffa. Una scelta consapevole, intelligente, sensibile viene di fatto svuotata e irrisa da una piccola norma, decisa con il freddo cinismo della contabilità razziale. Chissà cosa penserebbe il carsico Pasolini, se fosse ancora vivo, di questi suoi conterranei. Forse ci aiuterebbe a capire e a cambiare: dobbiamo farlo tutti sforzandoci di dialogare. Prima che il vento di Nordest spiri con forza dirompente in tutta Italia.