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Italia
Una gustosissima zuppa ucraina vicino alle sarde in saor, diversi tipi di cous cous a condividere il piatto con insalata di riso e pasta fredda. Qui la tipica soppressa veneta, le crostate di frutta, i biscotti 'buranei', poco più in là il byriani, i dolci indiani al latte, quelli con i semi di papavero, il pane fritto alla crema. Dire no alla violenza e al razzismo e dire sì all’integrazione è forse più facile davanti a una tavola imbandita, alle caraffe d’acqua del sindaco, a una fetta di cocomero, a un buon bicchier di vino rosso.
Tutto gratis, ovviamente, perché la regola è: ognuno porta qualcosa da casa, della propria tradizione culinaria. La scommessa è stata vinta nel quartiere Piave, il più multietnico – e per questo molti dicono “il più degradato” – di Mestre, nella terraferma veneziana: un venerdì sera come tanti e piazzetta San Francesco si anima con centinaia di persone, italiani e stranieri, tutti seduti insieme a gustare i sapori del mondo, a conoscersi, a incontrarsi. Adolescenti con gli occhi a mandorla, ragazze in sari colorati, uomini e donne dell’Est, anziane della zona di solito barricate in casa perché sole.
Una cena di strada per guardare in faccia i propri vicini, originari del Bangladesh, della Cina o della Romania. La risposta più bella, arrivata dalla stessa gente del quartiere, alle polemiche sulla sicurezza che, per giorni, hanno riempito le pagine dei quotidiani locali. A scatenarle, l’ennesima rissa tra stranieri scoppiata in un negozio di kebab e finita con un ferito all’ospedale. Un episodio, non isolato nella zona, che aveva fatto invocare ai leghisti la tolleranza zero. “Serve l’esercito” aveva tuonato la presidente della Provincia Francesca Zaccariotto, esponente del Carroccio.
Più cautela, invece, dal sindaco della città: “Questi episodi minano anni di duro lavoro – aveva detto Giorgio Orsoni, pronto a convocare il comitato per l’ordine e la sicurezza e a far scattare il coprifuoco se necessario – ma via Piave non è strada di nessuno, non è centro di delinquenza e di immigrazione clandestina. Non deve essere una strada dalla quale scappare perché insicura”.
A inventarsi la cena di quartiere un gruppo di studenti universitari della zona: un’idea ispirata alle numerose iniziative simili viste in Spagna, soprattutto a Barcellona. Ragazzi stanchi di vedere le proprie strade sempre associate alla violenza, alla criminalità, al degrado. Un’idea che, trasferita nella tradizione veneziana, assomiglia molto alla Festa del Redentore – come si è sentito dire spesso tra i tavoli – quando calli, campielli e canali si trasformano in un’unica grande osteria all’aperto. A organizzare tutto l’Etam, il servizio di animazione di comunità voluto dal Comune di Venezia, e il gruppo di lavoro Piave, da anni attivo nella zona proprio per migliorare la qualità della vita, il livello di sicurezza e l’integrazione, e che ha nel coro 'Voci dal mondo' la sua punta di diamante.
“Da tre anni faccio parte di questo gruppo di lavoro – spiega Tamara Pozdnyakova, presidente dell’associazione culturale Ucraina Più, nata per aiutare e proteggere le connazionali badanti – si fa fatica perché ci sono diversi punti di vista, lingue diverse, opinioni diverse. Ma basta poco per avere questi risultati eccezionali: bastano volontà e buon senso”. Contenta ed emozionata anche Rafja, bengalese, mamma di due bambini, una laurea in filosofia in tasca. “Sono felice di essere qua – dice – abbiamo il cibo, mi sto divertendo, tra poco canteremo. Non siamo tutti uguali, ma siamo simpatici”.
Nessuno vuole nascondere le difficoltà che si vivono nel quartiere, tanto che tra panche e tavoli si sente anche qualche mormorio sugli stranieri che “non hanno voglia di lavorare, che bevono troppo, che spacciano, che bivaccano nei giardini pubblici”. Molti, tra gli italiani, sottolineano la necessità di maggiore sicurezza e per questo, per alzare la voce contro la microcriminalità, è sorto anche un comitato. In piazzetta, però, ci sono anche loro, con la loro insalata russa sottobraccio da condividere. “Questo quartiere in 10 anni ha cambiato faccia – spiega Marisa, 78 anni, ex fiorista – io la sera non esco, mi chiudo in casa. Ma questa è proprio una bella festa, ce ne vorrebbero altre”.
Seduto tra i tavoli anche il vicesindaco e assessore alle Politiche sociali, Sandro Simionato. Da lui nessun discorso celebrativo: porta la sua insalata di riso come contributo, stringe mani, parla con la gente, ascolta. Sembra davvero emozionato ed è strano per un uomo politico. “Questa – dice – è la città vera che si esprime. E’ la dimostrazione che i militari non servono, ma che si deve lavorare per recuperare spazi di integrazione come questa piazzetta. Immaginavo sarebbe stata una bella iniziativa, ma non che riuscisse così bene. Spesso usiamo stereotipi. Stasera, invece, la gente si mescola. Ed è bellissimo”.
Quando ormai sembra siano davvero arrivati tutti, quando risuanano le note di una chitarra e di una fisarmonica e s'intonano le canzoni popolari veneziane, ecco spuntare qualche cittadino cinese. Sono tanti ad avere negozi in zona, ma fanno fatica a uscire dal loro guscio, a partecipare alle iniziative. “Vedere i cinesi qui è un successo – spiega Roberta Zanovello, anima degli operatori di strada – non ci speravo più. Il percorso con loro è più complicato: questa offerta semplice però, deve averli convinti. E’ un lavoro lento di cura, di relazione, di ascolto, di accoglienza. Ma le cose che vengono dal basso, sono sempre quelle che riescono meglio”.
Metti allora una zona in cui la vita è difficile. Metti le vecchie botteghe sostituite da negozi stranieri. Metti qualche rissa, la violenza. Metti la paura che sembra essere all’ordine del giorno. E metti una sera a cena in strada, italiani e immigrati insieme. Metti i colori, i palloncini, la musica, le risate. Mettici tutto questo e il quartiere rivive. Multietnico sì, questa volta, degradato proprio per niente.
di Chiara Semenzato, foto di Aldo Pavan (17 giugno 2010)
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Porto franco nel feudo leghista veneto, oggi governato dal Carroccio con l’ex ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, Venezia si è confermata città di sinistra alle ultime elezioni amministrative. Fin dalla Serenissima luogo di scambio, di incontro, di dialogo tra culture con la presenza delle comunità turca, armena, ebrea, tedesca e araba, la laguna mantiene viva la propria tradizione di accoglienza.
26.852 – secondo i dati del Comune – gli immigrati residenti al 31 dicembre 2009, quasi 3mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 12,2%, cifre ben lontane dal boom di presenze registrato tra il 2007 e il 2008, quando l’aumento fu del 20%. Sono state 474 le cittadinanze concesse nel 2009, il 10,5% di quelle rilasciate nell’intera regione.
Gli stranieri che vivono in città sono il 9,9% della popolazione, sopra la media nazionale, e sono soprattutto donne, il 51,8% del totale, e giovani: il 55,3% degli immigrati, infatti, ha meno di 34 anni.
Arrivano per lo più dall’Europa (il 55,2%) e dall’Asia (il 34,1%): la comunità più rappresentata nell’ultimo anno è quella del Bangladesh con le sue 4.499 presenze, seguita dai moldavi (3.733) e dai romeni (3.023). Nella classifica dei Paesi di provenienza, solo quinto posto per la Cina, con 1.855 presenze, comunque in aumento del 20% nel 2009 rispetto all’anno precedente. In crescita gli arrivi dalle zone di conflitto o dai Paesi più poveri: dall'Afghanistan, ad esempio, con un +31,3% sul 2008; o dal Burkina Faso e dal Togo (rispettivamente +43% e +35%). In calo, invece, la presenza di iracheni (-7,8%) e di cittadini dell’Ex Jugoslavia (-16,5%).
Imprenditori stranieri particolarmente numerosi in Veneto, soprattutto nelle province di Treviso, di Vicenza e di Verona. Secondo i dati di Infocamere, raccolti ed elaborati dall’Osservatorio regionale sull’immigrazione, al 31 dicembre 2008 a Venezia erano 5.360 i titolari d’azienda nati al di fuori dell’Europa, il 4,5% del totale degli imprenditori. Secondo poi un recente studio della locale Confcommercio, sono circa il 7% del totale le imprese individuali con a capo uno straniero non europeo: piccole ditte il cui contributo in termini di valore aggiunto si aggira intorno al 10% del Pil provinciale. Quasi un nuovo negozio su 10 – si legge nell’indagine – viene aperto da un extracomunitario: nel 2009, il 40% dei nuovi ristoranti, bar, pizzerie e il 15% dei nuovi negozi alimentari è nato grazie agli immigrati.