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Il sindaco di Roma annuncia un piano di 'incentivi' per far tornare a casa i romeni: formazione lavorativa e poi 200 euro al mese per 6 mesi. La comunità divisa tra interesse e opinioni critiche. Polemiche tra i romani. Parlano il presidente dell'Associazione dei Romeni in Italia, una giornalista e un imprenditore
Un nome accattivante, piano Hop, per un’idea con qualche precedente in Italia: trovare un modo sensato per convincere un gruppo di stranieri, in questo caso romeni, a tornarsene in patria. A cercare di realizzare l’Hight Opportunity Program è il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha illustrato il progetto direttamente ai suoi partner istituzionali stranieri durante un viaggio di qualche giorno in Romania, la prima settimana di giugno. Due gli obiettivi dell’operazione: da un lato il risparmio da parte del Comune di un bel mucchio di soldi, dall’altro il reinserimento lavorativo in patria di chi nella capitale italiana vive in condizioni disagiate.
Le misure son presto dette: stipendiare con 200 euro al mese per 6 mesi i romeni che decidono di tornare nel loro Paese. Una cifra non distante dal salario medio. Non prima però di aver insegnato loro un lavoro, grazie alle indicazioni sul bisogno di manodopera che arriveranno dalle aziende italiane attive in Romania e, in seconda battuta, anche dalle imprese locali. Secondo le anticipazioni, le industrie dovrebbero ottenere sgravi fiscali per l’assunzione di questi lavoratori. Un progetto condiviso anche dalle autorità di Bucarest, chiamate a collaborare. Enorme il risparmio per il Comune di Roma, che spenderebbe in un anno "16 milioni di euro solo per l'emergenza abitativa", ha detto l'assessore ai servizi sociali Sveva Belviso. "Dando invece un contributo di 200 euro mensili per sei mesi - continua - avremmo una spesa di 700.000 euro".
Destinatari del piano Hop, i romeni che vivono a Roma in condizioni particolarmente difficili: il 3% dell’intera comunità, circa 3.400 persone. Il contributo dato alle famiglie, secondo i conti dell’amministrazione, consentirebbe di spendere circa 800 mila euro, invece dei 16 milioni di euro l’anno necessari per garantire un alloggio a chi è privo di mezzi. “Il programma – ha spiegato Alemanno in una lettera al quotidiano Il Tempo – permetterà di ridurre le sacche di marginalità che provocano i conflitti che abbiamo conosciuto in passato, senza limitarsi all’assistenzialismo e nello stesso tempo abbassando di molto i costi per l’amministrazione”.
Tra i romeni, molto diverse le opinioni rispetto al piano Hop: c’è chi lo trova interessante e lo condivide e chi invece pensa non funzionerà. “Facciamo i complimenti ad Alemanno – dice Eugen Terteleac, titolare di un’impresa di trasporti e presidente dell’Associazione dei Romeni in Italia – è raro che una proposta simile arrivi da un esponente politico di destra. È un progetto sociale che darà più qualità alla vita delle persone disagiate e che attiva una buona collaborazione tra i due Stati”.
L’imprenditore romeno conferma, poi, che lo stipendio medio nel suo Paese è di poco superiore alla cifra indicata dal sindaco, circa 360 euro al mese. “I 200 euro – spiega ancora Terteleac – sono una cifra sufficiente per riprendere in Romania una vita normale. Il programma è molto sostenuto in patria e se tutti faranno il loro dovere funzionerà. È una mano tesa molto importante: sicuramente arriveranno le adesioni di chi è a disagio e di chi non ha un lavoro. Io spero che il progetto venga diffuso anche in altre città d’Italia e d’Europa”.
Opposto, invece, il parere di Miruna Cajvaneanu, giornalista romena che lavora in Italia per l’agenzia HotNews.ro e la Gazeta Romanesca, convinta che il progetto non funzionerà. La cronista passa in rassegna i precedenti simili, gli altri tentativi del passato, tutti falliti, di incentivare il ritorno dei romeni in patria: nel 2009 in Irlanda, nel 2008 in Francia (300 euro più il biglietto aereo), nello stesso anno in Italia con una sorta di Fiera del Lavoro su Roma e Torino e, ancora nella capitale, il progetto Ulisse, con un biglietto gratuito per il rientro, progetto sospeso per le poche richieste.
“La maggior parte dei romeni con cui ho parlato – dice – non sembra interessata al rientro in queste condizioni. Il nostro Paese è in piena crisi e nessuno spera di poter trovare e mantenere un posto di lavoro lì. Altri invece pensano che il progetto è “molto fumo, niente arrosto”: come già successo in passato, si farà qualche rimpatrio davanti alla stampa, poi non si saprà più nulla dell'iniziativa”.
Miruna racconta di non aver finora incontrato nessuno disposto a rimpatriare, neppure un giovane che lavora nel settore dell’edilizia, che ha una ditta individuale colpita dalla crisi e che continua a fare la spola tra l’Italia e la Romania. “Non pensa a tornare – spiega – perché è più tangibile in lui la speranza che la crisi finisca almeno in Italia molto prima”.
Bisogna poi capire se alle aziende potrà convenire fare nuove assunzioni in tempo di crisi e quanto la misura potrebbe risultare contraria allo spirito europeo di mobilità del mercato del lavoro. “Avere 3mila persone disagiate – conclude la giornalista rumena – su un totale di 300mila è, alla fine, una percentuale bassa, normale dal punto di vista statistico. Una buona idea sarebbe creare un tavolo di lavoro tra il Comune e i rappresentanti della comunità romena: discutendo concretamente con i diretti interessati si troverebbero soluzioni adatte e condivise”.
Cauto, infine, il giudizio di Stefan Stanasel, imprenditore a Prato, punto di riferimento della comunità romena in Toscana e rappresentante in regione della Commissione per le politiche estere del Senato rumeno. “Se è una cosa limitata a un gruppo relativo di persone – spiega – posso anche essere d’accordo su questa iniziativa. Se è insomma un sistema di sussistenza per chi non ce la fa ad andare avanti. Su scala nazionale invece no”. Il suo pensiero va subito all’apporto dato dalla comunità romena alla nostra economia. “Non dimentichiamo – continua – che 915mila romeni contribuiscono al sistema pensionistico italiano, che la nostra comunità partecipa attivamente a produrre oltre 3 miliardi del vostro prodotto interno lordo”.
Altra preoccupazione, la crisi che morde la Romania e che sta provocando anche una destabilizzazione politica. A maggio ci sono stati scioperi e proteste continue, dopo le misure adottate dal governo per evitare un’esplosione del deficit: tra queste; la riduzione del 25% dei salari pubblici, del 20% delle spesa per beni e servizi, l’aumento delle tasse sugli immobili. “Di manodopera – conclude Stanasel – ci sarebbe anche bisogno, ma con queste drastiche misure che sono state prese non credo le aziende vorranno assumere. E poi, anche se una famiglia è messa male e ha voglia di tornare, non credo che lo farà per 200 euro”.
Ostacoli sulla strada dell’Hop, dunque, potrebbero arrivare dal mondo economico. Ma non solo: Gianni Alemanno dovrà fare i conti anche con le ire dei suoi concittadini, che si sono subito scatenati su Internet. C’è chi pensa che quei soldi farebbero più comodo ai pensionati o ai disoccupati, chi pensa che siano una sorta di elemosina, o che peseranno ancora una volta sulle tasche più povere, o che sarebbero investiti meglio nell’integrazione. Dopo gli sgomberi dei campi rom, le violenze razziste in città, gli insulti alla comunità ebraica, per il sindaco, forse, un’altra gatta da pelare.
di Chiara Semenzato
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Dura ormai da 10 anni il primato dell’Italia tra chi investe in Romania: il nostro Paese continua a essere il numero uno per quantità di aziende registrate, davanti a Germania e Turchia, e – con i suoi 999 milioni di euro – detiene il sesto posto per capitale versato dietro a Olanda, Austria, Germania, Francia e Cipro. I dati arrivano dagli studi dell’Istituto nazionale per il Commercio estero (Ice). Al 31 dicembre 2008, erano 26.986 le imprese italiane registrate, 2.539 le nuove aziende con partecipazioni del Belpaese, cioè oltre il 20% del totale delle attività nate quello stesso anno in Romania.
Se all’inizio l’attenzione degli imprenditori italiani si è concentrata soprattutto sulle imprese ad alto tasso di manodopera, con lo sviluppo di tecnologie per materie prime o semilavorati, in seguito si è passati ad accordi con aziende locali e agli investimenti diretti da parte di grandi gruppi italiani.
Non più, dunque, solo piccole e medie imprese, ma aziende anche di grandi dimensioni che, tra impiego diretto e indotto, danno lavoro a più di 800mila persone. Non è raro, dunque, imbattersi in stabilimenti del Riso Scotti, della Geox, del gruppo Natuzzi o in uno show-room Ferrari. E non è raro neppure che un grande progetto sia firmato Finmeccanica, Enel o Pirelli.
Gli italiani sono presenti ormai in molte aree del Paese, ma la regione storicamente più frequentata dai nostri imprenditori è nel Nord-Ovest, in particolare nella provincia di Timisoara, dove è stato ricreato una sorta di modello distrettuale italiano, con più di 2.700 aziende registrate, nostrane o miste. Proprio in quest’area geografica e nelle province vicine si concentra un terzo dell’intera presenza industriale italiana in Romania, mentre un quinto delle nostre aziende ha investito nella zona di Bucarest.