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Italia
Donna, senza compagno, con figlio, vive da tempo in Italia, ben istruita, reddito medio. Questo l’identikit dell’immigrata capace, più dell’uomo, di integrarsi in Italia, a 10 – 15 anni dal suo arrivo.
La fotografia è stata scattata da uno studio della Fondazione Ismu che rivela: l’indice delle straniere inserite nella società italiana è dello 0,52, contro lo 0,48 dei maschi. Una superiorità che si riflette sulla vita culturale e di cui si vantano soprattutto le donne madri: la maggior parte, pur vivendo senza un marito, si sforza di agevolare l’inserimento del proprio figlio a scuola o tra gli amici. Con ricadute positive, ovviamente, sul processo di integrazione generale degli stranieri.
Il 61% dei gruppi di immigrati frequentati da donne, ad esempio, crea legami di amicizia e una rete di conoscenze sociali con gli italiani, “perché – ribadisce la Fondazione – la donna riesce a recepire gli usi, i costumi, le abitudini, la cultura, adattandosi meglio all’ambiente ospitante”.
Ma il genere femminile non è solo la cerniera dell’integrazione culturale e sociale. Le donne che lavorano a tempo determinato, con diploma di scuola superiore o laurea, oscillano tra il 25 ed il 28%. Il 46,3% ha completato le superiori ed è una lavoratrice regolare autonoma a tempo indeterminato, percentuale di poco inferiore al 46,5% dei maschi.
Secondo lo studio, il 56% delle donne immigrate offre servizi a persone e famiglie: sono in pratica colf o badanti. Mentre, in linea di massima, rimangono fuori dall’agricoltura, dal commercio e dall’industria. Con qualche eccezione: le donne cinesi o albanesi, ad esempio, conquistano posizioni di rilievo. Una nota stonata, però, arriva dallo stipendio: a parità di condizione e di provenienza, le donne guadagnano meno con un reddito che va dai 600 ai mille euro. Ben lontano da quello degli uomini che intascano tra i mille e i 1500 euro, con punte fino a 2mila.
di LS
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