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Approccio ai problemi emergenziale, servizi sanitari scadenti, personale inadeguato. Medici Senza Frontiere boccia i Centri italiani per immigrati. Il ministro Maroni: "Il vostro rapporto non corrisponde alla realtà", ma poi decide la chiusura del Cie di Trapani e misure importanti per quello di Lamezia Terme

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Ha sortito gli effetti sperati la sonora bocciatura dei centri italiani per immigrati da parte di Medici Senza Frontiere. L'organizzazione umanitaria ha evidenziato come i Cie peggiori del nostro Paese fossero quelli di Trapani e Lamezia Terme. Il ministro dell'Interno Maroni, prima ha giudicato il rapporto 'ideologico e non corrispondente alla realtà', poi con una mossa a sorpresa ha deciso di annunciare provvedimenti per entrambi i centri. Quello di Trapani verrà chiuso entro l'anno e sostituito da una nuova struttura, mentre per il centro di identificazione ed espulsione di Lamezia Terme il Viminale sta pensando a una soluzione alternativa.

Del resto il rapporto di Medici Senza Frontiere ha evidenziato un sistema pieno di falle e problemi. Diritti a rischio e strutture che dovrebbero essere chiuse o ripensate: è desolante, secondo l’organizzazione umanitaria di soccorso, il quadro che risulta dall’indagine racchiusa nel rapporto “Al di là del muro” presentato il primo febbraio. Un’analisi molto simile a quella condotta nel 2003 – e allora riassunta nel titolo emblematico “Anatomia di un fallimento” – e che non piace affatto al governo. Non senza ostacoli e dovendo fare spesso i conti anche con l’atteggiamento ostile degli enti gestori, i camici bianchi di Msf hanno visitato 21 centri, tra quelli destinati all’accoglienza (Cda), al transito dei richiedenti asilo (Cara) e all’identificazione ed espulsione degli irregolari (Cie). Due le équipe al lavoro, composte da dottori, infermieri e operatori sociali: una prima visita nelle strutture nel 2008, una seconda nel 2009 dopo l’entrata in vigore del provvedimento che prolunga da due a sei i mesi di detenzione nei Cie. Nonostante le strutture siano nate ormai 10 anni fa, secondo l’organizzazione l’approccio ai problemi resta emergenziale, i servizi sanitari scadenti, il personale inadeguato. Obiezioni già sollevate dopo l’indagine del 2003. In pratica, si soddisfano a malapena i bisogni primari. Qualche punto a favore, rispetto a 6 anni fa, solo grazie a piccole migliorie agli edifici che ospitano gli immigrati. Insomma qualche ristrutturazione e poco altro.


A preoccupare è soprattutto l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie
infettive e croniche. In pratica se un migrante ha mal di testa il suo problema viene risolto. Se però nel centro dovesse scoppiare un’epidemia, non esistono i protocolli sanitari adeguati a gestirla. Il governo però non ci sta e rispedisce le accuse al mittente. “Non corrisponde al vero – ha spiegato ancora il ministro Maroni – che non siano garantiti i diritti, che non ci sia assistenza sanitaria e che i clandestini siano trattati male”.


Tante le situazioni critiche. A Torino, ad esempio, mancano i mediatori culturali: difficile, dunque, per l’immigrato comunicare con i medici, parlare con l’ente gestore, ricevere informazioni legali. A Roma, invece, spazzatura nelle aree comuni in pieno agosto e scarsissima distribuzione di beni primari come coperte, vestiti e carta igienica. “La mia famiglia e la mia fidanzata sono qui – ha raccontato agli operatori un immigrato rumeno ventenne in Italia da 10 anni – in Romania non ho nessuno. Ho fatto una cavolata, ho rubato un motorino con i miei amici italiani, ma loro ora sono a casa. Qui io sto male, dopo 7 giorni non sono ancora riuscito a farmi la doccia con il sapone, la carta igienica non la distribuiscono, il cibo fa veramente schifo”.


Casi limite, poi come si è detto, i centri di Trapani e Lamezia Terme “che – spiega il rapporto – andrebbero subito chiusi perché ritenuti inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità”. Insufficienti le strutture, inesistenti gli spazi comuni: a Trapani l’unico luogo di socializzazione per i migranti è un ballatoio. “Qui si impazzisce, non c’è assolutamente nulla da fare” ha spiegato un 39enne haitiano proveniente dal carcere. “Sono chiuso qui senza aver fatto niente di male – ha raccontato ancora un tunisino di 38 anni con un forte accento siciliano – ho perso il lavoro, sono stato fermato per strada dalla polizia e portato qui”.


Il governo quindi fa un passo indietro ma ribadisce l’efficacia dei Cie, “strutture – spiega Maroni – che servono per aumentare le espulsioni”. Dal titolare del Viminale, anche la promessa di un protocollo di intesa con la Croce Rossa per gestire i centri in modo coordinato e unitario. A peggiorare la già difficile situazione, però, anche l’applicazione del provvedimento che allunga da due a sei mesi il periodo di reclusione per i migranti irregolari. Un allungamento dei tempi di detenzione a cui, però, non è seguito un adeguamento dei servizi. “Non si può pensare una simile misura – spiegano da Msf – senza programmare anche interventi di gestione. Le giornate non possono essere scandite solo dai ritmi dei pasti e del sonno”.

di Chiara Semenzato

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L'INTERVISTA

Centri di primo soccorso per i migranti intercettati in mare, centri di accoglienza dove gli stranieri vengono ospitati indipendentemente dal loro status giuridico, centri per i richiedenti asilo e centri di identificazione ed espulsione. Sono queste oggi in Italia le strutture destinate ad accogliere o trattenere gli immigrati: sono gestite da enti convenzionati con lo stato.



“Noi ci chiediamo – spiega Gianluigi Lopes, dell’ufficio stampa di Medici Senza Frontiere – quale sia la vera funzione di questi centri, a cosa servano davvero. Pensiamo abbiano solo una funzione simbolica, rispetto all’opinione pubblica e all’impressione di fare qualcosa per la sicurezza”.


Perché secondo Msf questi centri non sono efficaci?


“Il 45% circa degli immigrati presenti nei Cie proviene dal carcere. Sono persone che hanno pagato o stanno
pagando il loro debito con la giustizia e che non sono ancora state identificate. Non sono irregolari intercettati in altri luoghi. Nei Cie poi ci sono persone che lavorano in Italia da anni, che hanno perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorno a causa della crisi. Ci sono immigrati nati in Italia, ci sono immigrati comunitari. Una popolazione eterogenea con storie e percorsi diversi che ha bisogno di risposte differenziate. Non si possono mettere insieme il delinquente e l’operaio finito sul lastrico”.


Come siete stati accolti dagli enti gestori durante le vostre visite?


“Formalmente non è difficile ottenere il via libera per entrare nei Cie. Poi però sorge qualche difficoltà:
nei centri di Lampedusa e Bari, ad esempio, non siamo proprio riusciti ad entrare. In alcuni casi gli operatori delle strutture sono stati molto collaborativi. In altri siamo stati invece “scortati” durante la nostra visita, ci hanno vietato di entrare in qualche stanza, non ci hanno concesso riservatezza durante le interviste con i migranti”.


Come si può intervenire per migliorare le condizioni di vita in questi centri?


“Non spetta a noi dire al governo cosa fare. Noi siamo intervenuti solo perché nessuno fa niente. Nessuno fa un’indagine strutturata su queste strutture. Noi vogliamo far conoscere questi luoghi, andare oltre, al di là del muro. Una cosa però la possiamo suggerire: sarebbe fondamentale implementare i rapporti con le autorità sanitarie locali e con il ministero della Salute. In questi centri non c’è controllo esterno: le Asl dovrebbero giocare un ruolo attivo, come già fanno per le altre strutture del loro territorio”.

 

 

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