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Amnesty Internationale diffonde il "Rapporto 2010 sulla situazione dei diritti umani nel mondo". Critiche all'Italia per i respingimenti, i rimpatri forzati, gli sgomberi dei campi rom. "Un rapporto indegno" attacca il ministro Frattini. E in Europa non siamo soli: la Spagna peggio di noi
Aprile 2009, Italia e Malta si rimbalzano per 4 giorni la responsabilità di accogliere il cargo turco Pinar: a bordo 140 persone, lasciate dalle autorità con poca acqua e poco cibo, accampate sul ponte della nave. A prevalere sul salvataggio di vite umane sono accuse reciproche, polemiche e disquisizioni di diritto internazionale marittimo. Ci vuole tanto, troppo tempo perché abbia la meglio il buon senso e al mercantile sia concesso di approdare a Porto Empedocle, anche se in realtà sarebbe spettato a Malta il recupero della nave e dei suoi passeggeri. Questo è solo uno degli episodi – definito allora “odissea” e “pasticcio” – che ha fatto accendere i riflettori di Amnesty International sull’Italia. E, passando in rassegna il 2009, sono tante le cose che non sono piaciute all’organizzazione umanitaria: dai respingimenti in mare, appunto, ai rimpatri forzati degli immigrati, dagli sgomberi dei campi rom all’introduzione del reato di immigrazione clandestina, all’assenza, invece, del reato di tortura dal codice penale. Osservazioni, rilievi e critiche, sollevate non solo per l’Italia e che non sono affatto piaciute al governo: tutte contenute nel “Rapporto 2010 sulla situazione dei diritti umani nel mondo”.
“Gravi gli effetti delle cosiddette politiche di sicurezza attuate a partire dal 2007, lanciate dal governo Prodi e proseguite da Berlusconi” ha spiegato alla presentazione romana dei dati Giusy D’Alonzo, coordinatrice delle attività di ricerca per la sezione italiana di Amnesty. Con l'introduzione del reato di clandestinistà è molto alto il rischio che gli irregolari non denuncino i delitti subiti e scansino istruzione, cure mediche e servizi pubblici per la paura di essere denunciati.
Nel mirino dell’ong anche gli sgomberi dei campi rom in alcune città italiane tra cui Roma e Milano: dito puntato, dunque, contro il piano nomadi di Roma e il trasferimento di 6mila persone in 13 villaggi periferici con lo smantellamento di un centinaio di campi abusivi. Ma anche contro il trasferimento forzato, a gennaio, degli immigrati da Rosarno dopo due giorni di scontri con la popolazione locale.
Affermazioni e dati che hanno subito scatenato le ire del governo Berlusconi. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha definito “indegno” il rapporto e le accuse di aver messo a repentaglio la vita degli immigrati con la politica dei respingimenti. “L’Italia – ha sottolineato il titolare della Farnesina – è certamente il Paese europeo che ha salvato più persone in mare. È un rapporto indegno, che respingo al mittente. Indegno per il lavoro dei nostri uomini e delle nostre donne delle forze di polizia che ogni giorno salvano le persone. Amnesty ha fatto sempre la sua parte, ma i nostri dati sono molto chiari”.
Nel mare di critiche all’Italia, si scova anche un punto a favore del nostro Paese: la sentenza contro i servizi segreti italiani e americani per il rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar, una sentenza giudicata tanto importante da essere riportata fin dall’introduzione del rapporto. “Mentre alcuni Stati europei – si legge – hanno agito blandamente sulle violazioni dei diritti umani nel contesto della “guerra al terrore” diretta dagli Stati Uniti, a novembre un tribunale italiano ha condannato 22 agenti della Cia, un funzionario dell’Air Force americana e due agenti dell’intelligence italiana per il loro coinvolgimento nel sequestro di Abu Omar”.
Sfogliando le pagine del rapporto di Amnesty, si capisce in fretta che l’Italia non è la sola “osservata speciale”. Nella vecchia Europa sono in molti a farci compagnia e sorprende di trovare rilievi pesanti anche per Stati con storie di immigrazione molto più radicate del nostro. Non se la passano bene, ad esempio, Francia e Regno Unito. Peggio di noi fa la Spagna. Tra i grandi europei svetta solo la Germania.
La Francia. Oltralpe, ad esempio, preoccupano i rimpatri forzati di cittadini afgani, le continue denunce di maltrattamenti e abusi da parte della polizia, la riforma dei centri di detenzione e il limitato ruolo delle ong che lavorano in queste strutture, ma anche gli sgomberi forzati a Calais, dove tra settembre e dicembre sono stati rasi al suolo centinaia di alloggi di fortuna di immigrati e richiedenti asilo.
Regno Unito. Situazione poco rosea anche in Gran Bretagna dove, proprio sull’immigrazione, si è giocata buona parte della recente campagna elettorale. Troppi nel Regno Unito, secondo Amnesty, i tentativi di rimpatri forzati o di espulsione di stranieri verso Paesi – come il Bangladesh, l’Egitto, il Pakistan, l’Algeria – in cui ancora vige la tortura.
All’ong, poi, non piacciano i 12 “ordini di controllo” in vigore, provvedimenti previsti in una legge contro il terrorismo che conferiscono poteri senza precedenti ai ministri: sulla base di informazioni segrete, possono limitare la libertà, il movimento e le attività di persone sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche. Sempre più violente, poi, le discriminazioni ai rom: un centinaio quelli scappati dalle loro case di Belfast a causa dell’aumento delle aggressioni fisiche e verbali.
Fanalino di coda europeo nella difesa dei diritti umani è la Spagna. “Le misure adottate dal governo per contrastare il razzismo si sono rivelate insufficienti”, dice ad esempio Amnesty. La penisola iberica non è solo il Paese europeo con il tasso più basso di riconoscimento dell’asilo, ma anche lo Stato in cui sono aumentati i controlli a sfondo razziale sull’identità, si è allungato il periodo massimo di detenzione per gli stranieri, sono definite “inadeguate” le risposte delle istituzioni alle vittime di tratta per lo sfruttamento sessuale. Un Paese in cui c’è addirittura il sospetto che alla polizia sia arrivato l’ordine, smentito dal ministero dell’Interno, di arrestare una quota precisa di irregolari al mese, in cui non c’è traccia di un piano nazionale per i diritti umani del 2008 e di un osservatorio per i dati sulle denunce di razzismo, dati che la Spagna non raccoglie e non pubblica. Ciliegina sulla torta, che fa rabbrividire i volontari di Amnesty, la detenzione “incommunicado”, in cui cioè al prigioniero viene vietato ogni contatto con l’esterno.
Più attenta ai diritti degli immigrati e meno propensa alle discriminazioni, infine, la Germania con un governo capace anche di clamorose retromarce. Come nel caso di un accordo con la Siria, prima siglato e poi di fatto superato da una moratoria sulle espulsioni verso questo Paese, dovuta alla notevole quantità di arresti proprio in Siria, seguiti ai rimpatri forzati. Secondo Amnesty, due i punti deboli della Germania: le espulsioni, sempre più legate alle “assicurazioni diplomatiche” – strumenti giudicati inefficaci e inaffidabili – e l’inchiesta parlamentare, approdata a un nulla di fatto nonostante prove schiaccianti, di un coinvolgimento governativo sui trasferimenti illegali e le detenzioni segrete della Cia.
Ancora una volta manca in Europa la volontà di una politica comune su un tema fondamentale come l'immigrazione. Da una parte i singoli Paesi si muovono con provvedimenti regionali e restrittivi, dall'altra diventa inevitabile che tutta l'Unione si occupi della situazione nel Mare Mediterraneo che viene lasciata sempre solo a Paesi come l'Italia o la piccolissima Malta.
Scarica qui il rapporto di Amnesty International sui diritti umani nel mondo
di Chiara Semenzato
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81 paesi, tra i quali sette membri del G20, non hanno ratificato lo Statuto della Corte penale internazionale.
In almeno 111 Paesi si sono verificate torture o altre forme di maltrattamento.
In almeno 61 Paesi i responsabili delle torture sono rimasti impuniti.
In almeno 55 Paesi sono stati celebrati processi iniqui.
In almeno 96 Paesi la libertà d'espressione è stata sottoposta a restrizioni.
In almeno 48 Paesi sono stati incarcerati prigionieri di coscienza.
In 18 Paesi hanno avuto luogo esecuzioni di condanne a morte.
In 56 Paesi sono state emesse condanne a morte.
Processi iniqui sono stati celebrati nel 35% dei 159 Paesi citati nel Rapporto annuale e nel 47% dei paesi del G20 (l'espressione G20 si riferisce a 19 paesi, escludendo l'Unione europea).
La libertà d'espressione è stata sottoposta a restrizioni nel 60% dei 159 Paesi citati nel Rapporto annuale e nel 53% dei Paesi del G20.
Prigionieri di coscienza sono stati incarcerati nel 30% dei 159 paesi citati nel Rapporto annuale e nel 42% dei Paesi del G20.