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A rischio 15mila regolarizzazioni di colf e badanti. A impedirle l'interpretazione troppo restrittiva data da una circolare del Viminale. I datori di lavoro attaccano: "Ci hanno presi in giro". Maroni: "Nessuna beffa". Già scattata la prima espulsione. Le storie e le emozioni di Youssef e Daniela
Rischia di assumere i contorni della "truffa" la sanatoria decisa nel 2009 dal governo per regolarizzare colf e badanti. Molti i datori di lavoro e gli immigrati già rimasti invischiati nelle pieghe del provvedimento, a causa soprattutto di una circolare interpretativa diffusa a marzo 2010 dal ministero dell’Interno. Un fenomeno che, secondo gli addetti ai lavori, potrebbe rimanere nascosto: non si può per ora quantificare il numero di stranieri che si è visto rifiutare la domanda di regolarizzazione e quindi negare il permesso di soggiorno. Con certezza si parla di una quarantina di casi a Trieste, città da cui è partita la denuncia e in cui i datori di lavoro si sono organizzati per garantire agli immigrati tutela legale. Potrebbero però essere almeno 15mila i rigetti, secondo una stima al ribasso dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
I cavilli legali. A regolare la sanatoria un emendamento inserito nel pacchetto anticrisi del 2009: un contributo forfetario per ogni lavoratore di 500 euro per mettere in regola colf e badanti. Niente regolarizzazione però per gli immigrati “che – recita la legge – risultino condannati, anche con sentenza non definitiva, […] per uno dei reati previsti dagli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale”. In sostanza per chi è accusato tra l'altro di rapina, furto, danneggiamento, riduzione in schiavitù e spaccio di droga.
A far scattare quella che da molti è definita una trappola è però un’altra norma: la legge Bossi-Fini prevede infatti il reato di “inottemperanza all’ordine di espulsione del questore” con l’obbligo di arresto e una pena prevista da 1 a 4 anni. Non potendo in molti casi accompagnare fisicamente alla frontiera l’immigrato espulso, infatti, il questore gli impone di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Praticamente però nessuno se ne va e ora è proprio questo reato a bloccare la regolarizzazione di molti stranieri.
Perché si parla di truffa. “Negli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale (che prevedono l'arresto in flagranza ndr) – ci spiega l’avvocato Paolo Oddi – il reato previsto dalla Bossi-Fini non è espressamente indicato. Trattandosi di una sanatoria si pensava che l’inottemperanza non fosse inclusa tra i reati che non consentivano la regolarizzazione”. Ad alcune questure italiane però qualche dubbio è venuto: a fugarli ci ha pensato il Viminale che ha pubblicato nel marzo 2010 la circolare Manganelli dicendo esattamente il contrario. “In pratica – continua il legale – l’immigrato che ha ricevuto un decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera e un conseguente ordine di allontanamento entro 5 giorni, se poi viene effettivamente ricontrollato, viene arrestato e processato per direttissima. Se poi sarà condannato, nonostante una pena minima o addirittura sospesa, non potrà regolarizzarsi”.
Nonostante, dunque, la sanatoria contenga in sé il concetto di portare alla luce situazioni irregolari, a persone che hanno scelto un percorso di legalità vengono negati i documenti, perché considerati “troppo irregolari”. Altra ingiustizia, l’assoluta casualità dei controlli: solo chi è più sfortunato, viene fermato per strada e quindi escluso dalla regolarizzazione.
“Come hanno già spiegato illustri giuristi – spiega Gianfranco Schiavone del direttivo dell’Asgi – è abbastanza evidente che questa interpretazione successiva alla sanatoria è errata. Non si può paragonare l’inottemperanza a reati come il furto, la violenza sessuale o la riduzione in schiavitù. Si aggiunge poi una componente discriminante: un ragazzo di colore o asiatico viene senza dubbio fermato di più di una donna bianca”.
La beffa. C’è poi un altro elemento che fa arrabbiare i datori di lavoro perché a qualcuno era sorto il dubbio che l’inottemperanza dell’ordine del questore potesse vanificare la domanda di regolarizzazione e ne aveva chiesto conto al sito allestito dal Viminale proprio sulla sanatoria. Nelle e-mail che pubblichiamo però si legge chiaramente che la richiesta può essere presentata. Spiegata alle autorità questa indicazione del ministero, ecco le risposte: che sì la domanda poteva essere fatta ma nessuno ha assicurato che fosse poi accolta e che, comunque, il ministero non era responsabile di risposte date dall’ente terzo che gestiva il sito.
Interpellato direttamente sulla questione, a margine di un convegno a Milano, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sorriso beffardo: “Ma di cosa parla? Quale sanatoria beffa? Ma per piacere”.
Cosa si può fare. A questo punto ai datori di lavoro a cui è stato notificato il rigetto della domanda di regolarizzazione non resta altro che fare ricorso al Tar entro 60 giorni chiedendo la sospensione del rigetto e l’annullamento della circolare Manganelli, considerata illegittima perché incostituzionale. I tribunali della Toscana e del Veneto hanno già accolto l’interpretazione dei giuristi, sospendendo alcuni provvedimenti. “Ma se la situazione resterà sommersa – si chiede Schiavone – quanti datori di lavoro si accolleranno tempi e costi di un ricorso al Tar? Temiamo che molti si arrendano”.
Intanto però c’è già il primo effetto: al rifiuto della domanda di emersione, la maggior parte degli stranieri decide di sparire. I loro "padroni" non rischiano nulla, neanche la denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma loro hanno tutto da perdere. E lo dimostra il caso di un ragazzo senegalese convocato in questura e subito rispedito al suo Paese.
Per approfondire:
Il carteggio
Testo sanatoria
La circolare Manganelli
L’appello dei datori di lavoro di Trieste
Dal sito dell’Asgi le sentenze dei Tar della Toscana e del Veneto
di Chiara Semenzato
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Youssef, l’immigrato (di Seble Woldeghiorghis)
Youssef è marocchino e vive in Italia da sei anni. Lavora come stuccatore, ma senza un regolare contratto anche se spesso rimane in cantiere fino a 13 ore al giorno. E’ clandestino e per questo molto vulnerabile. Deve costantemente nascondersi dai controlli. La paura lo accompagna anche quando, uscito dal lavoro, va alla scuola di italiano che sta frequentando. E’ molto amato da tutti e quando a settembre esce la sanatoria, la sua insegnante decide di regolarizzarlo come colf. Youssef pensa di avercela fatta, di essere uscito dalla clandestinità, di poter finalmente vivere alla luce del sole. Organizza addirittura una grande festa per condividere con tutti la sua gioia. Ora potrà lavorare, studiare e vivere senza paura. Ma a marzo piomba su di lui la circolare Manganelli: Youssef sa di essere fuori dai giochi. In Italia non ha mai commesso un reato, ma sulla sua testa pendono due fogli di via ricevuti in passato. Adesso ricorrerà in appello: a lui, ottimo lavoratore e studente, restano solo attesa e speranza. Vivere una vita normale e onesta: questo forse il più grande errore di Youssef.
Daniela, la datrice di lavoro
Un ragazzo di colore che ferma la gente per strada per vendergli un libro. Una donna che, incuriosita, si ferma a parlargli. All’insegna della semplicità e della casualità l’incontro a Trieste tra Daniela Schifani e un 24enne senegalese. Dopo un briciolo di conoscenza in più lei decide di offrirgli un lavoro come giardiniere. “In poco tempo – racconta – è diventato insostituibile, preziosissimo. E’ un bravo ragazzo, dolcissimo, con il sole dentro”. All’annuncio della sanatoria non ci pensano un attimo e fanno domanda. Il sogno di una vita regolare e trasparente però si infrange presto. “Quando è arrivata la lettera con il no alla domanda – spiega Daniela – questo ragazzone alto due metri è crollato. Non so descrivere cosa ho provato: si è accasciato a terra e ha cominciato a piangere. Ha pianto per un’ora. E' finito anche all’ospedale per un mal di testa che non finiva mai”. Un crollo nervoso per il giovane che dice alla sua datrice di lavoro: “Basta, sono stanco di scappare perché qui non mi vogliono”. E’ piena di rabbia Daniela, ma anche di voglia di combattere. “Per me è stata una sberla – dice – hanno illuso questi ragazzi. E noi, come loro, ci siamo fidati. Ci hanno presi in giro. Mi vergogno di questo Paese. Siamo indignati e scandalizzati, ma non ci arrendiamo”.