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Quasi non parlano, hanno solo qualche dentino in bocca, stanno a malapena in piedi, hanno al massimo 3 anni. Eppure riescono a gettare scompiglio nelle amministrazioni comunali: sono i figli più piccoli degli immigrati irregolari, quelli magari nati in Italia e già pronti per un posto al nido. Ma questi bambini vanno accettati o no? È questo il dilemma dei sindaci, stretti tra convenzioni internazionali che garantiscono i diritti dell’infanzia e leggi italiane che introducono il reato di clandestinità e impongono controlli serrati sui permessi di soggiorno. E se l’amministrazione brancola nel buio, meglio chiedere lumi al ministero. Il Viminale non perde tempo e diffonde una circolare che però non si vede e non si può leggere. O che, almeno noi di Mixa, nonostante i numerosi tentativi, non siamo riusciti a recuperare. Un vero pasticcio, insomma, questa storia degli asili nido.
Torino capofila, poi Bologna e Padova. A sollevare la questione ci ha pensato per primo il comune di Torino che, all’inizio di marzo, prima ha aperto i suoi asili nido a tutti, poi ha chiesto al prefetto se era necessario da parte dei genitori immigrati esibire il permesso di soggiorno per iscrivere il figlio alla scuola per l’infanzia. Una domanda niente affatto banale: il Testo unico sull’immigrazione del 1998 (aggiornato dal pacchetto sicurezza e dalla legge 94/09), infatti, stabilisce che “per i provvedimenti inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati” (comma 2 dell’articolo 6). Al quesito, dunque, risposta semplice: sì, per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia serve il permesso di soggiorno.
Mica tanto vero però, per almeno un paio di motivi. Il primo è che la scuola per l’infanzia non è una scuola dell’obbligo, come le elementari e le medie, e non è citata in modo esplicito in nessun provvedimento di legge. Anzi, da molti comuni è ritenuta un servizio alla famiglia, una sorta di baby sitter istituzionale. Il secondo motivo è che “l’iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. […] I minori stranieri privi di documentazione anagrafica ovvero in possesso di documentazione irregolare o incompleta sono iscritti con riserva”, come stabilisce l’articolo 45 del regolamento di attuazione proprio del Testo unico sull’immigrazione. È proprio a questa norma che si appella il prefetto di Torino e che pare sia condivisa anche dal Viminale. A questo punto il sindaco Sergio Chiamparino del Pd ribadisce: asili nido aperti a tutti, figli di immigrati regolari o no, senza verifica del permesso di soggiorno.
Altra città, altra interpretazione, altro chiarimento. Al commissario straordinario di Bologna, Anna Maria Cancellieri, nomiata dal governo, non basta l’esperienza del capoluogo piemontese: carte ufficiali non ce ne sono e allora meglio rivolgersi di nuovo al ministero dell’Interno. Intanto, però, in città, amministrazione storicamente di sinistra, scoppia il caso e ne parla anche Mixa. Sì perché, in attesa del parere del Viminale, il commissario decide di accettare nelle strutture comunali solo i bimbi di coppie regolari, scatenando così lo sdegno non solo dei sindacati e del Pd, che parlano di “letture forzate e oggettivamente restrittive delle norme”, ma anche della Provincia che dice: “È un esempio da non seguire”.
Nel giro di pochi giorni, però, si cambia rotta anche a Bologna. “Il ministero dell’Interno – spiega una nota ufficiale del comune – ha accolto l’orientamento espresso dall’amministrazione secondo cui, alla luce della considerazione che in Emilia Romagna i nidi dell'infanzia sono definiti “servizi educativo-sociali d’interesse pubblico”, non sussiste alcun obbligo di esibire il permesso di soggiorno per i cittadini extra Unione Europea residenti in città”. Scatta allora la marcia indietro: tutte le domande saranno accettate e saranno eliminati dai moduli i riferimenti al possesso del permesso di soggiorno.
Polemiche venete. Quasi in contemporanea anche la vicenda padovana, più intricata perché giocata sul filo delle accuse incrociate. Nella città veneta la denuncia arriva dall’associazione Razzismo Stop e dal Progetto Melting Pot che la raccolgono da un immigrato diventato irregolare dopo aver perso il posto di lavoro. L’uomo legge sul sito del comune, nella pagina dedicata alle iscrizioni negli asili nido, che “l’amministrazione verificherà la presenza e la validità dei documenti di soggiorno degli stranieri non comunitari”, come previsto dalla legge. Una frase che balza all’occhio perché scritta tra le prime con i suoi caratteri in grassetto. Negli asili nido patavini, dunque, dentro solo i figli degli immigrati regolari.
Con la denuncia, però, scattano anche le polemiche: le associazioni attaccano la giunta del Pd e il sindaco Flavio Zanonato parlando di “una scelta poco coraggiosa fatta in nome dell’applicazione automatica e acritica della norma in vigore”. Il primo cittadino però non ci sta e controbatte: “Il comune di Padova, fino ad oggi, non ha mai ricevuto richieste di iscrizione agli asili nido di bambini presenti irregolarmente nel nostro territorio”. Nessuna iscrizione, insomma, nessun caso. Per le associazioni, però, le norme sottolineate nel sito – e che al momento della pubblicazione di questo articolo non sono ancora state cancellate, “per motivi tecnici” dicono dal comune – “producono paura e timore e hanno l’effetto di inibire preventivamente le richieste”.
“Non condivido lo spirito della nuova normativa – spiega ancora Flavio Zanonato – se davvero il ministero ha emanato una circolare che dichiara non obbligatoria la richiesta del permesso di soggiorno, ci adegueremo con soddisfazione a questa indicazione”.
Un dubbio però resta. Se dall’analisi dei singoli casi sembrerebbe una storia a lieto fine, con tutti i comuni pronti ad accogliere anche i figli degli irregolari, non si può ancora dire: “Tutto bene quel che finisce bene”. A Mixa, infatti, che la famosa circolare del Viminale non l’ha potuta leggere, un dubbio resta: che quel documento arrivato al comune di Bologna sia – come alcune fonti sembrano indicare – specifico per l’Emilia Romagna, regione per cui il ministero sottolinea una specificità: aver individuato gli asili nido come “servizi educativo-sociali di interesse pubblico”. Il dubbio, insomma, è che la circolare possa non valere per gli altri, che non esista un’indicazione effettiva generale a cui i comuni possano appellarsi. Nel dubbio, dunque, le amministrazioni potrebbero decidere in modo autonomo, con differenze sostanziali da una città all’altra, o rivolgersi a loro volta al Viminale. Un pasticcio, insomma. E un po’ di chiarezza in più, forse, non guasterebbe.
di Chiara Semenzato
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La promozione dei diritti di cittadinanza: questo l’obiettivo principale del Progetto Melting Pot Europa, attivo in Italia dal 1996, nato come progetto integrato di comunicazione sul fenomeno dell’immigrazione e ormai diventato un vero e proprio servizio pubblico verso i suoi utenti: non solo immigranti, ma anche amministrazioni, enti locali, operatori sociali e cittadini interessati a queste problematiche. È stato il gruppo padovano di Melting Pot a raccogliere la denuncia sugli asili nido nella città veneta, come ci racconta il responsabile Nicola Grigion.
Come avete scoperto questa vicenda?
“A segnalarci la cosa è stato un lavoratore immigrato, per 9 anni regolare in Italia, e ora caduto nella clandestinità dopo aver perso il lavoro. L’uomo era stato a lungo occupato in una cooperativa logistica, di trasporti e facchinaggio, ma, al cambio di committente, non è riuscito a riottenere il posto. Dopo un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, è piombato nell’irregolarità. La moglie, incinta, è riuscita ad avere un permesso per cure mediche. Finito quello, però, è diventata irregolare anche lei. I due se la cavano con qualche lavoretto in nero, lui resta spesso ad accudire il bimbo, che ormai ha più di un anno”.
Cosa vi ha colpito di più di questa vicenda?
“La cosa che mi ha colpito di più è che lui non voleva l’iscrizione del figlio al nido per poter cercare lavoro con più tranquillità, ma perché – mi ha spiegato – il bimbo deve crescere con gli altri bambini. Quando è venuto da noi era scoraggiato, aveva perso la voglia di iscrivere il piccolo al nido. È venuto per curiosità, per capire che conseguenze avrebbe avuto, per lui, irregolare, presentarsi davanti a un pubblico ufficiale. Voleva sapere, insomma, se davvero poteva essere denunciato”.
Quali sono i servizi che offrite? Qual è il vostro lavoro quotidiano?
“Ci occupiamo soprattutto di offrire consulenze, legali e non, e di aiutare gli immigrati nelle loro pratiche quotidiane, nel loro confronto con la burocrazia, nel risolvere ad esempio il problema abitativo. Li aiutiamo nella compilazione delle richieste per gli assegni familiari o per la disoccupazione, con le cartelle esattoriali, nel pagamento delle multe. Cerchiamo anche di intervenire a loro favore con gli uffici comunali, per ottenere ad esempio la rateizzazione delle bollette o l’attenzione dei servizi sociali.
Quali sono le richieste più comuni che arrivano dagli immigrati?
“La necessità primaria è legata alla loro condizione giuridico-legale. Molti di loro mi dicono: voi siete precari, noi non ci possiamo permettere neppure di essere precari, di saltare da un contratto all’altro. È il loro progetto di vita che viene continuamente messo in discussione. Qui nel Nord est il problema più feroce è quello abitativo, riflesso della crisi lavorativa ed economica. In Veneto abbiamo a che fare con 8 – 10mila sfratti, che riguardano italiani e stranieri. Un altro problema è legato alle prassi adottate dalle questure, dalla discrezionalità con cui gli agenti possono decidere i destini di queste persone. Noi dobbiamo sempre porre un limite alla discrezionalità degli uffici. È un lavoro continuo di contrattazione e di mediazione”.