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Italia
Sanatoria per i lavoratori stranieri sì, ma sempre che non siano “troppo irregolari”. C’è un tranello nelle pieghe del procedimento avviato lo scorso settembre per far emergere i lavoratori senza permesso di soggiorno, un’applicazione troppo rigida che, secondo i datori di lavoro e gli intellettuali italiani, “rischia di provocare nel Paese migliaia di rigetti delle domande presentate”. In sostanza, a un passo dalla fine della procedura di regolarizzazione, spunta fuori una circolare interpretativa della polizia che vieta il permesso di soggiorno a chi ha ricevuto più di un decreto di espulsione. Anche se è emerso, anche se è stato pagato quanto dovuto, anche se l’immigrato ha una casa, un lavoro, un’identità. Gli stranieri vengono così convocati in questura dove prima viene contestato loro il reato di clandestinità, poi scatta il rimpatrio.
A promuovere l’appello una datrice di lavoro di Trieste, Daniela Schifani Luchetta, che ha visto un proprio dipendente senegalese subire questa sorte. Ma tanti altri imprenditori locali si stanno dando da fare per tutelare i loro dipendenti stranieri e garantire loro tutela legale. “Questi ragazzi – spiega l’imprenditrice – vengono ricacciati nella clandestinità, dalla quale invece volevano uscire”. Mobilitato per l’occasione il mondo friulano, e non solo, della cultura: tra i primi ad aderire all’appello Claudio Magris, Margherita Hack, Alex Zanotelli, Dario Fo e Franca Rame, Moni Ovaia, Riccardo Iacona, Paolo Rumiz, Fabrizio Gatti, Pierluigi Celli e lo scrittore sloveno Boris Pahor.
di CS
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