news
Italia
Vivono in Italia come fantasmi: non si sa di preciso dove, non si sa di preciso in che condizioni. L’unica cosa certa è che sono scappati perché il loro Paese è precipitato in un conflitto o perché perseguitati per la loro razza, per la loro religione, per motivi nazionalisti o politici. Eppure questi fantasmi in Italia sono circa 50 mila: è la cifra di chi ha ottenuto negli anni una forma di protezione. Un dato solo approssimativo perché un database specifico non esiste. “Sfatiamo subito un mito – ci spiega Laura Boldrini, portavoce italiana dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa proprio dei rifugiati – il nostro non è l’unico Paese a farsi carico della questione. In Francia e Germania i richiedenti asilo così come i rifugiati sono molti di più”.
Le statistiche parlano chiaro: 600 mila i rifugiati in Germania – 12 volte più che in Italia – 300 mila in Inghilterra e 150 mila in Francia. Ma è un altro, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, il dato preoccupante: il ministero dell’Interno ha annunciato che nel 2009 le richieste d’asilo si sono quasi dimezzate rispetto al 2008: 17.603 contro 30.492. Il calo si confermerebbe anche per l’anno in corso, almeno secondo alcune stime provvisorie dell’Istat. Un motivo su tutti: i respingimenti in mare voluti e messi in atto dal governo Berlusconi. “Questa pratica – ci spiega ancora Laura Boldrini – più che contrastare l’immigrazione irregolare, nega alle persone il diritto di chiedere asilo e ottenere protezione internazionale”.
Che difficoltà incontrano oggi le persone che cercano di arrivare in Italia?
“Purtroppo non lo sappiamo con precisione. Sappiamo però che la Libia blocca le partenze. Lì la detenzione dei richiedenti asilo può durare mesi o anche anni. Siamo presenti su quel territorio, ma abbiamo una limitata capacità di operare. Non riusciamo a lavorare come vorremmo, abbiamo le mani legate.
Di che cosa hanno bisogno i rifugiati? Qual è la prima cosa che bisognerebbe fare per loro?
“Noi abbiamo due preoccupazioni. La prima: in Italia le vie d’accesso per mare sono state molto ridotte e dal mare arrivava il 75% dei richiedenti asilo. Il centro di Lampedusa è vuoto e non solo quello”.
In sostanza in queste strutture non arriva più nessuno, sono pochi i barconi che riescono ad approdare sulle coste italiane, rarissimi gli sbarchi. Bene, si direbbe, problema risolto. E invece no. Perché i conflitti da cui queste persone scappano, le limitazioni della loro libertà, le persecuzioni che devono subire non sono stati risolti, non sono finiti. Semplicemente queste persone vengono ignorate dall’Italia, che le ricaccia indietro in mare e toglie loro il diritto a chiedere asilo in un Paese sicuro.
Lei parlava di due preoccupazioni. Qual è la seconda?
“La seconda preoccupazione è legata alle condizioni di integrazione in Italia. Una volta usciti dai Cara, le strutture di accoglienza per i richiedenti asilo, sono pochissimi i rifugiati che hanno accesso a una qualche forma di assistenza. Per loro è una strada tutta in salita. Se le persone si integrano danno anche qualcosa in cambio alla società che li ha accolti, altrimenti restano ai margini. Servono dunque più investimenti, più risorse, più volontà politica. Lo Sprar (il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, istituito dal secondo governo Berlusconi con la Bossi-Fini del 2002, ndr) funziona abbastanza bene, ma dovrebbe avere più risorse. Manca soprattutto un maggior avviamento al lavoro: questo è il punto debole”.
Solo la scorsa settimana i disordini al Cie di Ponte Galera e gli arresti tra gli stranieri. A febbraio la protesta di Medici senza frontiere che ha portato alla chiusura dei centri di Trapani e Lamezia Terme. Qual è allora la vera situazione di queste strutture di accoglienza?
“Bisogna fare chiarezza: i Cie sono strutture detentive in cui si può restare rinchiusi fino a 6 mesi. Il prolungamento del periodo di detenzione, però, non è stato accompagnato da servizi adeguati. All’interno non si fa alcun tipo di percorso: le persone sono parcheggiate lì senza far nulla, senza poter svolgere alcuna attività. E le storie personali di chi è detenuto nel Cie sono molto diverse: c’è, ad esempio, lo straniero che ha già scontato la sua pena in carcere ma che lì non è stato identificato. Così finisce nel Cie e sconta un’altra detenzione, ingiusta. Ancora: c’è lo straniero che ha perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorno. Magari è in Italia regolarmente da 10 o 15 anni, i suoi figli sono nati qui. Sono tutte situazioni che creano rabbia e tensione. L’allungamento della detenzione diventa quasi una misura punitiva”.
I Cara, invece?
“I Cara, invece, sono strutture aperte, ed è un bene averle. Dovrebbero essere, però, più a dimensione d’uomo. Questi agglomerati di mille, duemila persone straniere possono portare a problemi gestionali e a conflitti con le comunità locali. I centri dovrebbero essere più piccoli”:
Allargando un po’ la prospettiva: qual è il vero potere delle Nazioni Unite su questi temi? Può, ad esempio, accedere alle strutture dei Cie? Può solo ammonire o anche intervenire con provvedimenti concreti?
“L’Unhcr deve tutelare i diritti dei rifugiati e collaborare con i governi per far sì che mettano in atto le migliori politiche possibili su questi temi. Noi dialoghiamo con tutti i partner che agiscono per il diritto di asilo. Dal 2006 siamo presenti con un presidio fisso a Lampedusa e uno mobile in Sicilia. In Italia, facciamo parte – con un prefetto, un funzionario di polizia e un rappresentante dell’Anci, l’associazione dei comuni – delle 10 commissioni territoriali che seguono le procedure d’asilo. Ai singoli Stati possiamo dare linee guida, consigli, collaborazione. Monitoriamo le situazioni e possiamo lanciare moniti se i governi non adempiono fino in fondo i loro doveri. Ma la nostra è un’autorità morale: non possiamo stabilire sanzioni. Non possiamo obbligare i governi ad ascoltarci”.
Dovendo fare un bilancio, allora, come si pone l’Italia nei confronti di questi temi?
“Innanzitutto bisogna dire che di rifugiati in Italia si parla spesso in modo strumentale e non accurato. A volte sembra quasi che siamo invasi da queste persone e non è così. Sul resto, ci sono aspetti positivi e negativi. Il nostro Paese, ad esempio, ha una buona procedura d’asilo con garanzie e tutele. Ha recepito in modo positivo e garantista le direttive europee. L’Unhcr, poi, è un membro delle commissioni territoriali e può vigilare. Dall’altro lato, però, la pratica dei respingimenti suona in modo stridente e investimenti e risorse per l’integrazione sono ancora troppo scarsi”.
di Chiara Semenzato
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
Nessun aumento del numero di richiedenti asilo in Europa nel 2009. Secondo il rapporto statistico preliminare pubblicato dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, sono 377 mila le domande presentate, una cifra stabile rispetto al 2008. Nessuna invasione di richiedenti asilo, dunque, nei paesi più ricchi: “È un mito da sfatare” ha voluto sottolineare l’Alto commissario dell’Onu António Guterres.
Differenze regionali. Sostanziali le differenze a seconda delle regioni europee a cui si fa riferimento: il numero delle richieste è aumentato in 19 Paesi e diminuito in 25. Il boom nel nord Europa dove si è registrato il più alto incremento degli ultimi 6 anni con un 13% in più, pari a 51.100 nuove domande. Richieste in calo soprattutto nel sud del Vecchio continente: la diminuzione è del 33%, con 50.100 domande in meno, ed è legata in particolare al tracollo di richieste subito da Italia (-42%), Turchia (-40%) e Grecia (-20%). Proprio per l’Italia, l’Unhcr spiega: “Tale diminuzione può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia. Va rilevato come una gran parte di coloro che hanno raggiunto le coste italiane fino al mese di maggio 2009 aveva fatto domanda di asilo”.
Origine e destinazione. Poche le sorprese che il rapporto rivela sui paesi d’origine dei rifugiati. In testa alla sinistra classifica l’Afghanistan con un incremento del 45% rispetto al 2008, pari a 26.800 domande di asilo. Al secondo posto l’Iraq – 24mila domande – al terzo la Somalia con 22.600. In arrivo richiedenti asilo anche dalla Federazione Russa, dalla Cina, dalla Serbia e dalla Nigeria. I rifugiati scappano soprattutto da Asia e Medio Oriente, il 45%, e dall’Africa, il 29%.
Gli Stati Uniti restano, invece, la destinazione privilegiata, per il quarto anno consecutivo: l’incremento è stato del 13% con circa 49mila domande presentate, soprattutto da cittadini cinesi. Al secondo posto la Francia con 42mila nuove richieste e un incremento del 18% rispetto al 2008 dovuto in particolare all’arrivo dei cittadini serbi di origine kosovara. Controtendenza, invece, in Canada dove arrivano meno messicani e haitiani: pur piazzandosi al terzo posto della classifica dell’accoglienza, il Paese nordamericano ha visto quest’anno calare del 10% il numero di richieste, solo 33mila.
Forte diminuzione del numero di richiedenti asilo, poi, nel Regno Unito, che con 29.800 domande nel 2009 ha fatto registrare il dato più basso degli ultimi 15 anni. Considerevole, invece, l’aumento in Germania, che si piazza al quinto posto come paese d’arrivo con un incremento del 25% pari a 27.600 domande d’asilo.
Come fare per chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato
Scarica qui la guida pratica per i richiedenti protezione internazionale