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Accordo “Uomo-carbone”, Altrove, Anima loci, Cittadinanza, Sacco e Vanzetti, Mano Nera, Valigia, Zappare... sono le parole dell'emigrante italiano, elencate, spiegate e interpretate da Mina Cappussi e Tiziana Grassi nel primo “Dizionario dell’Emigrazione italiana 1861-2011 - Semantica di una Storia tricolore”. Parole, suoni e segni che hanno caratterizzato una pagina del nostro Paese, quella dei 30 milioni di italiani immigrati all'estero. Parole come “Ellis island”: un simbolo, un luogo della memoria e anche un memoriale. Crocevia di anime dalle origini disparate: 12 milioni furono gli europei che vi misero piede, prima di raggiungere la terraferma. Affamati, impauriti, speranzosi, coperti di stracci, proprio come quelli che sono arrivati e continuano ad arrivare a Lampedusa. Un'opera che “offre uno sguardo attento agli aspetti passati, odierni e futuri dell’emigrazione”, come raccontano le autrici, e che verrà presentata nel 2011 per i 150 anni dell'Unità d'Italia per far riflettere su come, in un secolo e mezzo, sia cambiato il tessuto sociale del nostro Paese. “Bisogna continuare a parlare del tema perché abbiamo tanti immigrati all'estero - spiega Mina Cappussi - ma soprattutto per preparare culturalmente il terreno a comprendere l'immigrazione da noi. Di fatto siamo un Paese di accoglienza ma nella realtà non abbiamo ancora imparato ad accogliere. E' importante ricordare alle nuove generazioni che siamo stati popolo di migranti proprio per aiutare a combattere diffidenza e razzismo. Per questo vorremmo che questo dizionario girasse nelle scuole”.
Quattro milioni e mezzo sono gli immigrati che vivono in Italia, quasi altrettanti sono gli italiani che vivono all'estero, soprattutto in America e in Europa. Il 26,5% è all'estero da 5 anni o meno, il 36,2% da più di 15. Sono i numeri che emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2010 della Fondazione Migrantes.
Quindici comete portano il nome di Andrea Boattini, astrofisico fiorentino che di stelle, osservando il cielo dal Planetary Laboratory dell'Università dell'Arizona, ne scopre in media una all'anno, l'ultima nell'ottobre 2010. Dietro alle serate dei Buddha Bar di tutto il mondo, pochi lo sanno, ma c'è un italiano che ha fatto la sua fortuna a Londra: si chiama Stefano Cecchi ed ha 38 anni. E' di Torino. Ha prodotto 80 cd che raccolgono più di 700 artisti. Cervelli creativi, preziose menti fuggite in cerca di una società che li riconoscesse come tali, ma anche muratori, camerieri, magazzinieri, operai non specializzati, minatori mossi dalla voglia di riuscire, come gli immigrati arrivati in Italia. Come loro poco visti dalle istituzioni, che “spesso li considerano un fenomeno relegato al passato”, nota Franco Pittau, curatore del Dossier della Caritas, tra le cui pagine si scopre che a Berlino i nostri connazionali residenti sono quasi 15.000 con un aumento annuo del 4%. Se fino a qualche anno fa li trovavamo dietro i banconi di gelaterie, pizzerie e ristoranti, oggi sono spesso musicisti, scrittori, artisti che approfittano del basso costo della vita. Mentre a Madrid dal 1990 al 2009 la comunità italiana residente è aumentata di 20 volte passando da 3.500 a 68.000 persone (spesso giovani che si trovano in Spagna per svolgere lavori umili e sottopagati), a Bruxelles emigrano avvocati e laureati in scienze politiche, ad Amsterdam, invece, architetti e designer.
Provengono prevalentemente dal Mezzogiorno (54,35%) questi italiani emigrati ed è la Sicilia la prima regione per numero di connazionali residenti all'estero (654.560). Ma è il Molise l'unica regione che oggi conta al di fuori dei propri confini una presenza di persone di origini molisane superiore al doppio della popolazione residente, pari a circa 320.000 persone. Scendendo verso la Puglia si scopre che ogni anno il 45% dei nuovi laureati lascia la regione. Ma, certo, si legge nel rapporto della Caritas “il volto dell'emigrante pugliese sta mutando, cambia la stessa percezione del viaggio. L'emigrazione attuale ha sempre meno i connotati di una lacerazione e sempre più quelli di una scelta di vita. I giovani non lasciano più la loro patria alla volta di un Paese straniero, ma si considerano parte di un unico mercato del lavoro, transnazionale e globale”. Parole su cui riflettere per capire come “mobilità” sia la parola chiave per interpretare la modernità.
di Livia Parisi (9 dicembre 2010)
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“Non dimentichiamo che siamo stati migranti. Nel momento in cui ci apprestiamo a celebrare il 150° anniversario dell’Unità non possiamo dimenticare il fatto che in Italia tanti non poterono trovare lavoro e furono costretti a partire”. Con queste parole il presidente della Repubblica Napolitano aveva inaugurato poco più di un anno fa il Museo dell'Emigrazione ospitato presso il complesso del Vittoriano a Roma. Valigie logore, documenti d’archivio, fotografie, lettere autografe di quei 29 milioni di italiani. Ma anche cimeli storici, come i quaderni di scuola o gli organetti utilizzati per le vie di Buenos Aires da migranti siciliani a inizio secolo. Con questi pezzi di storia viene raccontata l'emigrazione: a partire dal 1861, attraverso sei sezioni si arriva fino ai giorni nostri, seguendo le evoluzioni del fenomeno che dal 1976 comincia a vedere l'Italia come Paese in cui i flussi in entrata iniziano a superare quelli in uscita. La mostra, che fa parte delle celebrazioni per l'Unità d'Italia, rimarrà al Vittoriano fino a dicembre 2011, poi girerà in altre località del mondo fino ad arrivare di nuovo in Italia, all'interno di quei 54 musei locali dell'emigrazione già esistenti.