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Italia a un passo dalla crisi di governo, al momento “congelata” per un veloce via libera alla Finanziaria, indispensabile per tenere a galla i conti pubblici. Il giorno della verità, però, è dietro l’angolo: 14 dicembre, con la Corte costituzionale che si pronuncerà sul legittimo impedimento e con i voti di fiducia in Parlamento che ci diranno se Silvio Berlusconi potrà continuare a governare. In molti pensano già alle elezioni, altrettanti le temono. In pochi, però, considerano un aspetto: se davvero l’esecutivo cadesse, quanti e quali provvedimenti resterebbero al palo? Quante leggi, già strombazzate, non vedrebbero mai la luce? Parecchie, almeno nel settore dell’immigrazione. E in alcuni casi non è necessariamente una brutta notizia.

 

Pur avendo un’anima scritta nero su bianco, ad esempio, non ha ancora preso vita il piano per l’integrazione e la sicurezza, cioè quel complesso di regole che detta la strategia del governo in materia. Un pacchetto di misure che contiene anche l’accordo di integrazione, che lo straniero sigla con lo Stato al suo ingresso nel Paese, e il cosiddetto permesso di soggiorno a punti, il meccanismo di crediti e debiti con cui si conquista il via libera a restare in Italia.

 

Annunciato il 20 maggio e approvato dal Consiglio dei ministri il 10 giugno, il piano doveva essere operativo entro l’autunno. “Le novità potrebbero entrare in vigore già dal prossimo anno” aveva pronosticato ottimista il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Mai condizionale fu più azzeccato. Non è ancora arrivato, infatti, il parere vincolante della Conferenza Stato – Regioni: la questione non è stata affrontata nelle ultime sedute. Una data possibile all’orizzonte è quella del 16 dicembre. Poi, comunque, servirà anche il parere del Consiglio di stato. Forse, però, non è un peccato che, per ora, resti sulla carta.

 

Ciò che, invece e purtroppo, rischia di non schiodarsi mai dai cassetti parlamentari è la tanto sospirata riforma della cittadinanza. In agenda a gennaio, la discussione saltò perché c’era la campagna elettorale per le amministrative. “Sarà in aula a giugno” aveva promesso ad aprile Gianfranco Fini. Un altro stop per la crisi economica. Tutto rinviato a settembre. Non se ne  parlerà mai, dietro l’angolo la spaccatura della maggioranza.

 

Sono almeno 9 le proposte di legge ferme a Montecitorio: si dovrebbe discutere se dare la cittadinanza a chi nasce sul suolo italiano o se farla scattare in modo automatico per chi risiede nel nostro Paese da almeno 5 anni. Argomenti su cui sembrano tutti d’accordo, Lega a parte. Eppure un altro anno è passato e nessuna risposta è ancora arrivata a quel milione di ragazzi, nati e cresciuti qui, anche se figli di immigrati, che non possono chiamare “casa” l’Italia.

 

Battute finali o no, il governo non rinuncia a sparare qualche cartuccia. Così qualche settimana fa, il 5 novembre, è spuntato un nuovo pacchetto sicurezza, a completare quello varato nel 2008. Tra una misura contro la violenza negli stadi e una per regolare i beni confiscati alla mafia, ci si torna a occupare di immigrati introducendo la possibilità di allontanare i cittadini comunitari e di rimpatriare le prostitute straniere. Ma anche un passaggio di competenze dalle questure ai comuni per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Provvedimenti, questi, contenuti nel disegno di legge che fa parte del pacchetto e che dovrà essere approvato dal Parlamento. Iter lungo per tempi troppo stretti.

 

Uno sguardo anche al di là dei confini. Con buona probabilità, non sarà recepita la direttiva europea sui rimpatri (n° 115 del 2008) con norme più favorevoli agli immigrati e in grado di rivoluzionare le leggi del nostro Paese. L’Italia e gli altri Stati membri devono recepirla entro il 24 dicembre 2010, pena le solite sanzioni e le solite procedure di infrazione. Difficile che ci si riesca. Se la norma non sarà recepita, sarà comunque valida: gli avvocati vi si potranno appellare e il peso ricadrà sulla già tanto affaticata macchina giudiziaria.

 

E poi i trattati tra Italia e Libia: con l’approvazione, lo scorso 9 novembre, di due mozioni, la Camera ha chiesto al governo di chiarire i termini degli accordi sui pattugliamenti congiunti, sulle regole d’ingaggio e sull’uso delle armi e di sospendere i respingimenti in mare. Tempi di attesa sconosciuti per le risposte.

 

Dal parlamento, infine, proprio in questi giorni, un’ultima richiesta all’esecutivo: la possibilità di estendere la sanatoria di colf e badanti anche ad altri lavoratori stranieri. “Valuteremo l’ipotesi” ha promesso il sottosegretario all’economia Giuseppe Casero, aprendo uno spiraglio di speranza. Anche qui bisognerà capire se ci sarà tempo e voglia di farlo. Crisi o no, elezioni o vecchio esecutivo, governo tecnico o di armistizio, una sola cosa è chiara: per la politica, gli immigrati e i loro diritti sono sempre all’ultimo posto.

di Chiara Semenzato (25 novembre 2011)

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Il parere di Paolo Oddi, esperto in diritto della immigrazione

 

 

 

 

 

 

“Se ci dovesse essere un governo tecnico o di transizione, per far passare solo alcuni provvedimenti, all’ordine del giorno non ci sarebbero né immigrazione né asilo politico. Se però si dovesse andare alle elezioni, su questo tema ci si giocherebbe la vittoria”. Nessun dubbio per Paolo Oddi, legale di Mixa esperto in diritto dell’immigrazione.

 

Quali misure, tra quelle in esame, bocceresti senza troppi scrupoli?
“Sono fortemente contrario al nuovo piano di integrazione: è una norma bandiera, una norma annuncio. È una valutazione stupida pensare che l’integrazione passi attraverso un meccanismo burocratico di punti. Parliamo di persone che perdono già molto tempo: ritardi, code chilometriche fuori dalle questure. Ora altri inutili adempimenti burocratici. È ingiusto e discriminatorio, senza contare che ci sarebbe ancora più caos. Non mi dispiace, poi, se salta l’allontanamento coatto dei cittadini comunitari: è una norma che non può passare, incompatibile con il diritto comunitario e l’Europa ha già fatto sentire la sua voce”.  

 

Quali misure invece andrebbero subito approvate?
“Bisognerebbe trasmettere tutte le competenze sui permessi di soggiorno dalle questure ai comuni, non solo i rinnovi, come vorrebbe l’ultimo pacchetto sicurezza. Che non vada in porto neanche questo parziale trasferimento è un male: le questure stanno scoppiando, non ce la fanno più. I comuni potrebbero svolgere il lavoro chiedendo un parere alle questure sui rilievi dattoloscopici. Sarebbe un importante segno anche di tipo culturale”

 

Perché si continua a rinviare la discussione sulla cittadinanza?
“Perché è uno scontro politico. Una riforma radicale è difficile, ma si potrebbero fare piccole significative modifiche, in alcuni ambiti precisi, che migliorerebbero comunque le cose: penso ai figli degli immigrati nati in Italia o a procedure più veloci di acquisizione della cittadinanza. Però non c’è la volontà politica: attorno a questo tema si scatena il fantasma del voto amministrativo”.