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Nel mirino del provvedimento appena approvato dal governo romeni e bulgari. I dubbi dell'Europa
Annunciato a settembre, è stato approvato il 5 novembre dal Consiglio dei ministri il secondo pacchetto sicurezza, presentato dal ministro dell'Interno Maroni. Il testo contiene diverse misure sui temi dell'immigrazione: dall'allontanamento dei cittadini comunitari, alla possibilità di rimpatrio per la prostituzione in strada, fino all'assegnazione del rinnovo dei permessi di soggiorno agli enti locali e non più alla polizia di stato. Il pacchetto è contenuto in un decreto legge, che ha quindi immediata validità, e un disegno di legge (ddl) che avrà efficacia solo dopo l'approvazione da parte del Parlamento.
La decisione che ha colpito di più è quella della possibilità di allontanare i cittadini dell'Unione.
Pochi dubbi sui reali destinatari di questa norma fortemente voluta dal governo italiano. Soprattutto romeni e bulgari, che preoccupano i sonni di diversi Paesi dell'Unione, con Francia e Italia in testa. Soprattutto ora che Bucarest e Sofia dovrebbero entrare nell'area Schengen, che permette di spostarsi con grande facilità al suo interno. E infatti Bruxelles sta studiando il nuovo pacchetto di misure. La questione è delicata. Bisogna capire se i nuovi provvedimenti decisi da Roma siano compatibili o meno con la direttiva 38 del 2004, che disciplina proprio la libera circolazione dei cittadini europei, punto cardine dei Trattati della Ue. Secondo il disegno di legge del ministro Maroni, chi non ha i requisiti per rimanere in Italia verrebbe prima invitato ad andarsene, ma se non obbedisce potrebbe essere rimpatriato dalla polizia. In pratica si chiede che il comunitario presente in Italia abbia un reddito sufficiente per poter vivere qui e non metta in pericolo la pubblica sicurezza.
Andiamo per ordine. Secondo le regole della Ue, un cittadino europeo può soggiornare liberamente per tre mesi in un altro Stato membro senza limiti, se non quello di avere una valida carta d'identità. Per poter, però, prolungare la sua permanenza deve dimostrare di non essere un peso per il Paese che lo ospita in termini economici, sociali e di sicurezza. In sostanza i cittadini dell'Unione non possono essere rimpatriati finché non diventino un costo eccessivo per il sistema di assistenza sociale della nazione che li ospita. Detto questo è ovvio che una misura così grave non possa essere la conseguenza automatica del semplice ricorso al sistema di assistenza sociale. Lo Stato membro ospitante deve esaminare se si tratti di difficoltà temporanee e tener conto della durata del soggiorno, della situazione personale e dell'ammontare dell'aiuto concesso prima di procedere all'allontanamento. In nessun caso un simile provvedimento può essere preso nei confronti di lavoratori dipendenti e autonomi, se non per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza.
In pratica l'Europa chiede al Paese ospitante di valutare la situazione di ogni singolo cittadino "caso per caso e su base individuale", prendendo in considerazione parametri come l'età, lo stato di salute, l'integrazione nel tessuto sociale, le relazioni familiari, la condizione lavorativa. Procedura, questa, che ad esempio non era stata rispettata da Parigi nel caso delle espulsioni dei rom, provocando l'avvio di una procedura di infrazione da parte della Commissione.
Il Trattato - come abbiamo già detto - permette restrizioni al diritto di libera circolazione per motivi di pubblica sicurezza. Anche in questo caso però bisogna valutare ogni singola situazione. Espellere i cittadini dell'Unione e dei loro familiari è un provvedimento che può nuocere gravemente alle persone che, essendosi avvalse dei diritti e delle libertà loro conferite dal Trattato, si siano effettivamente integrate nello Stato membro che li ospita. Un provvedimento in tal senso deve tenere quindi conto del principio di proporzionalità da una parte e del grado d'integrazione della persona interessata e dei legami col Paese di origine dall'altra. Soltanto nel caso ci siano motivi imperativi di pubblica sicurezza, può essere preso questo provvedimento nei confronti di cittadini dell'Unione che hanno soggiornato per molti anni nel territorio dello Stato membro ospitante, soprattutto se in questo Paese sono nati e se vi abbiano trascorso tutta la vita. In sostanza l'Unione chiede ad esempio che chi vive da sempre in Italia sia trattato come un cittadino, salvo casi eccezionali. Se si tratta di minorenni vale anche ovviamente la Convenzione sui diritti del fanciullo delle Nazioni Unite, del 20 novembre 1989, firmata dall'Italia. Inoltre in ogni caso il cittadino dell'Unione e i suoi familiari devono poter presentare ricorso legale e tutti gli atti amministrativi (come appunto l'allontanamento) devono essere rigorosamente motivati per avere validità.
L'espulsione non può valere per sempre. Più volte la Corte di giustizia ha spiegato che gli Stati membri non possono adottare provvedimenti permanenti di interdizione dal loro territorio nei confronti dei cittadini della Ue. Quindi anche se si è stati allontanati è possibile presentare una nuova domanda dopo il decorso di un congruo periodo e, in ogni caso, dopo tre anni dalla misura.
In conclusione, secondo le regole della Ue è possibile costringere un comunitario a lasciare un Paese membro solo se:
- dopo tre mesi di permanenza diventa un peso eccessivo per l'assistenza sociale
- commetta reati tali da diventare un problema per l'ordine pubblico.
Se si decide per il rimpatrio, il cittadino Ue potrà sempre fare ricorso contro questa decisione e non potrà essere allontanato, finché un giudice non si sarà espresso sulla sua situazione.
Impossibile quindi procedere a deportazioni di massa, come invece è accaduto nei mesi scorsi in Francia. La libera circolazione delle persone è un bene troppo prezioso, per non essere protetto. Perderebbe senso appartenere all'Unione europea.
di Francesco Bianco (11 novembre 2010)
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Oltre all'allontanamento coatto dei cittadini dell'Unione, ci sono altre misure nel nuovo pacchetto sicurezza, che riguardano sempre i temi dell'immigrazione
- Il governo ha annunciato l'intenzione di ridefinire le procedure di rinnovo del permesso di soggiorno attraverso l’affidamento della competenza agli enti locali in un’ottica di semplificazione e di ottimizzazione delle risorse. E' stata chiesta una delega al Parlamento, quindi il testo in questo caso è ancora da scrivere, anche se il ministro Maroni ha spiegato che il rinnovo dei documenti sarà affidato ai Comuni e non più alle questure. La polizia si occuperà comunque del primo rilascio del permesso di soggiorno. Questa era una richiesta che da tempo arrivava dal mondo degli immigrati, stanchi di dover andare in questura come fossero criminali, semplicemente per avere i loro documenti. Se confermata con una legge, si tratterebbe di una svolta.
- E' prevista la possibilità di applicare le misure di prevenzione (come ad esempio, il foglio di via) anche per chi esercita la prostituzione in strada, violando le ordinanze dei sindaci in materia di sicurezza urbana. In pratica le professioniste del sesso extracomunitarie possono essere immediatamente espulse se trovate a lavorare in strada. Resta ferma però la possibilità di ricorrere all'articolo 18 del Testo Unico sull'immigrazione, che prevede il permesso di soggiorno alla prostituta che denuncia il suo aguzzino. Ancora una volta si sceglie di punire le prostitute, che nella maggior parte dei casi sono costrette da reti criminali a vendere il loro corpo.