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Italia
Nel 1975 erano 800mila. Venti anni dopo, erano già più che raddoppiati. Nel 2008, ultimo dato utile, hanno toccato quota 3.300.000. E' il numero, in continua crescita, degli studenti universitari stranieri su scala mondiale. Potere della globalizzazione, che favorisce scambio di merci, beni, servizi e, non ultimo, di persone.
“Mobilità sociale e merito, non privilegi. Vengo da una famiglia che si è fatta da sé, ha sempre lavorato per acquisire una posizione sociale di rispetto. Per questo, per i miei genitori, era importante che io studiassi”. A parlare è Rodica Leahu, nata in Moldavia ma residente in Italia da 10 anni. Nel suo Paese di origine ho vissuto appieno la fase di transizione democratica e tutti gli effetti negativi del post Muro-communismo. A Roma ha preso la maturità scientifica e si è laureata in scienze politiche. Ora ha ottenuto una borsa di studio per provare a investire le proprie conoscenze nei Paesi in via di sviluppo, ma quando arrivò qui, pochi anni dopo la caduta del Muro di Berlino, insieme ai genitori, era poco più che una bambina. “Non mi sono sentita trattata diversamente da altri studenti, non ho trovato particolari difficoltà durante i miei studi - racconta - ma ho tanti amici che sono alle prese con un percorso a ostacoli. Il punto di partenza dovrebbe essere quello di una facilitazione nell'acquisizione dei documenti: ancora oggi studenti che vengono in Italia per fare un master sono equiparati a un extra-comunitario che fa domanda per un visto. Tre settimane per ottenerne uno da tre mesi: questa politica di accesso è un deterrente a tutti gli effetti”.
E l’Italia, col 3% di studenti stranieri sul totale, resta infatti agli ultimi posti nella graduatoria dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), dove la media si aggira intorno all'8,5%. A dirlo è l’Osservatorio sugli studenti stranieri iscritti negli atenei italiani dell'università degli Studi di Roma Tre, che ha elaborato dati OCSE del 2010. Numeri che ci avvicinano alla Spagna (3,6%) ma che evidenziano il marcato distacco con altri Paesi europei: gli studenti stranieri sono il 10,9% del totale in Germania, l'11,2% in Francia e quasi il 20% nel Regno Unito. Percentuale che cresce ancora per l’Australia e la Nuova Zelanda, dove il dato sale rispettivamente al 23,6% e al 24,4%.
Insomma, se è vero che gli studenti stranieri in Italia sono triplicati rispetto al 2000 (+174%), non si può certo dire che il nostro Paese stia sfruttando al meglio questa risorsa di arricchimento culturale. Diversi i motivi - ha commentato il professore Pasquale De Muro della Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre, illustrando i dati nel corso dell'inaugurazione del Master in Human development and food security – in primo luogo pesa la scarsità di alloggi e strutture di accoglienza adeguate; altro tratto che ci contraddistingue e contribuisce a non incentivare questo tipo di mobilità è l'assenza o la grandissima scarsità di corsi in lingua inglese nelle nostre università”. Paghiamo insomma un certo provincialismo misto a ritardo culturale e la deincentivazione degli investimenti nel settore dell'istruzione. “Basti pensare che a livello di percentuale sul Prodotto Interno Lordo (PIL) – ha spiegato il Prof. De Muro - gli Stati Uniti spendono circa 3 volte tanto l’Italia. Considerati tutti i Paesi OCSE, l’Italia risulta il Paese per il quale si investe meno nella formazione universitaria. Sul totale della spesa pubblica solo l'1,6% va all'istruzione: fanno meglio di noi anche l'Ungheria e la Repubblica Ceca”.
E non è tutto qui il problema. A pesare è anche una normativa sull’immigrazione troppo restrittiva e complicata, insomma un eccesso di burocrazia ostacola lo straniero extracomunitario, africano o cinese che sia, che voglia venire da noi per approfondire gli studi. Lo si capisce anche dai dati: risultando fortemente facilitati, dal punto di vista burocratico, ben la metà degli studenti universitari stranieri in Italia proviene da un altro Paese europeo, seguiti dagli asiatici (13,2%) e dagli africani (9,6%). Nell'area Ocse invece, quasi la metà è asiatica: cinesi, giapponesi, coreani, vietnamiti, che da noi, tra complicazioni per l'ottenimento di un visto di soggiorno e la quasi totale assenza di corsi in inglese, hanno praticamente le porte sbarrate.
di Livia Parisi (21 ottobre 2010)
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Un ragazzo originario del Kenya, un peruviano residente in Canada, una palestinese, una moldava, un nicaraguense. Tutti giovani, stranieri e studiosi, intenzionati ad addentrarsi nel settore della cooperazione per lo sviluppo economico.
Sono i vincitori delle sei borse di studio per la partecipazione al Master in Human Development and Food Security che sono state assegnate ad altrettanti giovani studenti stranieri attivi nell’ambito della cooperazione internazionale dalla MoneyGram, società che da anni ha scelto di investire nella formazione e nell'istruzione.
Le borse di studio sono state assegnate nell’ottica di contribuire allo sviluppo di adeguate professionalità nei principali Paesi di destinazione delle rimesse degli immigrati. A consegnare i premi, presso la facoltà di Economia di Roma Tre, i vincitori della passata edizione del “MoneyGram Award, Premio all’Imprenditoria Immigrata in Italia”, che ogni anno seleziona e premia imprenditori emergenti.
Tra di loro c'è Hecter Villanueva Infante, un peruviano che ha fondato una ditta edile; Luz Adriana Poveda, che viene dalla Colombia e ha iniziato a lavorare in Italia come donna di servizio: ora gestisce a Milano un'impresa di pulizie che dà lavoro a venti persone. C'è poi Elena Cristina Toma; stilista romena che ha creato un proprio marchio di abbigliamento; e dal Madagascar viene Edith Jaomazava, fondatrice di una ditta di import-export di spezie. Esempi di costanza, entusiasmo e determinazione.