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Gli ultimi affondi leghisti agli immigrati irregolari passano attraverso Luca Zaia e la sua veste di governatore del Veneto. “Anche solo offrire un tè caldo a un clandestino è un reato” ha spiegato l’esponente del Carroccio in un’intervista televisiva. Destinatario del messaggio è don Dino Pistolato, direttore della Caritas veneziana, che da mesi ormai ha annunciato di voler aprire in città un ambulatorio proprio per gli immigrati irregolari. E non sembra solo una battuta ad effetto: la convinzione dev'essere radicata nella Lega se già a maggio il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo aveva tuonato: “La Chiesa faccia quello che crede, è giusto, ma sappiano che la clandestinità è un reato e che dunque possono nascere dei problemi, dopo le cure”. Un colpo al cerchio, uno alla botte, forse ricordandosi delle radici cristiane dell’Europa tanto sbandierate dal suo partito, Zaia si è subito premurato di elogiare il lavoro della Chiesa “a sostegno dei veri poveri – ha però precisato – non dei delinquenti che dovrebbero essere denunciati per avviarne l’espulsione”. Si rivela, dunque, in tutta la sua pienezza l’equazione leghista: delinquenti, ovviamente, solo in quanto clandestini, essendo oggi la clandestinità un reato. Delinquenti perché magari hanno perso il lavoro a causa della crisi e con il lavoro è sfumato anche il permesso di soggiorno. “Non pratichiamo affatto il buonismo – ha replicato monsignor Pistolato – tanto meno a carico di chi è irregolare”.
E sarà il clima da elezioni anticipate sì, elezioni anticipate no a riscaldare gli animi leghisti, ma il tè caldo non è l’unica cosa che impensierisce Zaia. In una lunga intervista al Gazzettino su questi temi, il governatore ha chiarito: “Per il Veneto è venuto il momento della tolleranza zero” e “Non ci servono più nuovi immigrati, prima diamo lavoro ai veneti”. Dichiarazioni che hanno scatenato un acceso dibattito. “Giusto porre freni – dice Andrea Tomat, presidente regionale degli industriali – ma non deve esserci una chiusura totale e indiscriminata. Bisogna trovare il modo di scrivere norme nuove e intelligenti”. “Inaccettabile – dice invece Franca Porto, segretario della Cisl Veneto – l’equazione tra criminalità e clandestinità. Visto il sistema con cui si entra in Italia, l’80% degli stranieri oggi regolari ha vissuto un periodo più o meno lungo da clandestino. Dunque la differenza tra un regolare e un clandestino è solo il possesso di un pezzo di carta, anzi di una tessera magnetica. Lo diciamo non perché siamo buonisti, ma perché impegnati a combattere il lavoro nero”.
di CS (6 ottobre 2010)
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