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Non nascondono la soddisfazione gli organizzatori del Clandestino Day a Rovigo. Centinaia le persone presenti il 24 settembre alle iniziative organizzate nella giornata di solidarietà agli immigrati. Molto partecipato soprattutto il corteo che ha attraversato le vie del centro cittadino: tutti in macchina poi per andare verso Zelo e l’ex base Nato che dovrebbe essere trasformata in un Cie. “Siamo molto contenti – spiega Francesco Casoni – era solo un’iniziativa di nicchia del venerdì pomeriggio e invece ci siamo ritrovati in tanti”. Davvero un buon punto di partenza per un coordinamento di associazioni nato per l’occasione ma che vuole diventare un punto di riferimento stabile in Polesine, un ottimo lancio per qualcosa che vuole andare oltre il Clandestino Day.
Unico neo in una giornata praticamente perfetta quella che Casoni definisce la “paranoia” delle forze dell’ordine che hanno militarizzato Rovigo. “Forse perché in città c’era anche il ministro Maroni – racconta – forse perché era previsto l’arrivo di molti ragazzi dei centri sociali, si aspettavano la calata degli unni”. Tutto, invece, è filato liscio tanto che gli organizzatori hanno incassato i complimenti perfino dalla Digos “per la bella manifestazione”.
Militarizzato però, la sera, anche Ceneselli, il Comune di neanche 1.800 abitanti scelto per il confronto e il dibattito, il momento più intenso della giornata secondo gli organizzatori. “Vogliamo partire da qui – spiega Casoni – per tornare a parlare delle politiche sull’immigrazione. Il nostro no al Cie è motivato. Nicola Grigion di Melting Pot l’ha spiegato molto bene: non abbiamo la pretesa di impedire la struttura, il nostro obiettivo è riprendere a parlare alla gente e a parlare tra noi, ricominciare a riflettere su quello che succede in Italia”. Molto incisivo l’intervento di Livio Ferrari, il locale garante dei detenuti, una vera autorità in Polesine. Al suo discorso ha dato un taglio appassionato, parlando però anche da tecnico e spiegando perché “il Cie sarebbe assurdo anche se fosse gestito bene”. Un dibattito fatto di numeri e cifre, dunque, ma anche di testimonianze. Su tutto una riflessione è rimasta in sospeso: un centro di identificazione ed espulsione costa circa 10 – 12 milioni di euro l’anno. Quante cose si potrebbero fare per l’integrazione con tutti questi soldi?
di Chiara Semenzato (25 settembre 2010)
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