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Si potrebbe pensare che sia stata solo un’uscita infelice. Si potrebbe pensare che sarebbe meglio riflettere prima di aprir bocca. Si potrebbe forse anche concedere il beneficio del dubbio. Si potrebbe. Se però quelle parole non fossero arrivate direttamente da un ministro della Repubblica. “Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini” ha detto Roberto Maroni, rivelando ancora una volta la sua anima di leghista doc e cercando – malamente – di giustificare l’attacco a colpi di mitraglia, domenica 12 settembre, a un peschereccio siciliano da parte di una motovedetta italo-libica, con a bordo uomini della nostra Guardia di finanza.
La dichiarazione è gravissima e inaccettabile perché lascia molto di sottointeso. Passa così l’idea che sia normale per i pattugliatori di Gheddafi sparare addosso ai barconi carichi di immigrati, disperati e alla ricerca di una vita migliore. La gravità di quello che per la Libia e per Maroni è solo un “incidente” starebbe nell’obiettivo dell’attacco, i pescatori di Mazara del Vallo. Nodo centrale e ancora irrisolta infatti tra Italia e Libia c'è la questione della pesca. Manca un accordo tra i due Paesi. E l’idea sembra saldamente ancorata nella testa degli uomini di governo se anche un altro ministro, l’inviperito titolare della Difesa Ignazio La Russa, ha sparato contro i libici: “Non ci credo manco per niente che si siano confusi, pensando che si trattasse di un barcone di clandestini”.

 

Urge allora ricordare che in acque internazionali uno Stato può esercitare la propria giurisdizione su imbarcazioni straniere, ma lo deve fare osservando limiti precisi. Le navi possono essere abbordate per accertarne la nazionalità e per verificare che non siano dedite alla pirateria, al commercio di schiavi o ad altri traffici illeciti. E’ anche consentito l’inseguimento se – recita l’articolo 111 della Convenzione di Montego Bay che dal 1982 regola il settore – ci siano fondati motivi di ritenere che la nave straniera abbia violato le leggi. In ogni caso “l’uso della forza può avvenire solo in ultima istanza e in misura ragionevole sulla base delle circostanze del caso”. Altro che spari ad altezza uomo.
C’è da capire, però, se tutte queste regole vengano rispettate e rientrino negli accordi per i respingimenti congiunti siglati in pompa magna nel 2007 tra Italia e Libia, entrati in vigore nel 2009 e festeggiati solo qualche settimana fa con il triste spettacolo di Gheddafi a Roma, tra tende, amazzoni e hostess. Un nodo difficile da sciogliere dato che le regole di ingaggio restano fumose almeno per i comuni mortali. I termini precisi dell’accordo non sono mai stati resi noti e comunque non saranno cambiati. “Le regole di ingaggio dei militari della Guardia di finanza impegnati in Libia non cambieranno – ha detto Maroni – alcuni punti dell’accordo potranno essere chiariti, ma l’impianto non sarà modificato”. E’ toccato, questa volta, al ministro degli Esteri Franco Frattini buttare acqua sul fuoco. “Sparare non è mai nelle regole di ingaggio – ha spiegato con sufficienza – né nei confronti dei pescatori, né nei confronti dei clandestini”.

 

Travolta dalle polemiche che l’attacco ha scatenato, la dichiarazione del titolare del Viminale è passata quasi sotto silenzio. Qualche voce però si è levata a difendere i diritti degli immigrati. “La cosa che preoccupa ancora di più come aggravante di questo episodio – ha spiegato monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo – è che una delle motivazioni addotte per giustificare i fuochi libici è che si immaginava fosse una nave di immigrati. La cosa non è che alleggerisce la gravità dei profili. Se i respingimenti in evoluzione diventano attacco armato siamo veramente di fronte alla dichiarazione di guerra contro gli immigrati”.
Sconcertanti e irricevibili sono state definite la parole di Maroni dall’Asgi, l’associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione. “Non è possibile sul piano etico e giuridico – si legge in una nota – che un’imbarcazione il cui equipaggio è composto anche da ufficiali italiani possa sparare contro una nave che trasporta migranti. Non si tratta di un errore e le scuse servono solo a confondere le responsabilità”. Da qui richieste precise al governo: l’Asgi chiede sia fatta chiarezza sulla dinamica di quanto accaduto e sia rivisto il trattato di amicizia tra Roma e Tripoli. Non solo. Vuole anche sapere quante navi italo-libiche abbiano aperto il fuoco contro gli immigrati, quante abbiano usato altro tipo di violenza, quale sia stato l’esito di queste operazioni. Domande lecite, a cui è urgente rispondere in modo serio, non con le parole in libertà sentite negli ultimi giorni.

di Chiara Semenzato (16 settembre)

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La ricostruzione

Non è facile capire che cosa sia successo davvero in alto mare la sera di domenica 12 settembre. Unica certezza, visto lo scafo del peschereccio Ariete di Mazara del Vallo, le mitragliate che lo hanno colpito, sparate da una motovedetta libica donata a Tripoli dal governo italiano e con a bordo due sottoufficiali e quattro tecnici delle Fiamme gialle.
Nessun equivoco e nessun incidente, secondo il capitano della nave Gaspare Marrone. “Era evidente che eravamo pescatori italiani – continua a ripetere – glielo avevamo anche detto prima dell’attacco. Hanno sparato per colpirci e potevano ucciderci”. Più volte le imbarcazioni della flotta di Mazara del Vallo si sono rese protagoniste del salvataggio di immigrati dispersi in mare. Secondo la ricostruzione la motovedetta libica prima avrebbe imposto l’alt all’Ariete, poi avrebbe aperto il fuoco. Il peschereccio italiano è però riuscito ad evitare l’abbordaggio, allontanandosi per approdare il mattino successivo, crivellato di colpi, a Lampedusa.
Almeno tre le inchieste aperte sulla vicenda. Il ministero dell’Interno vuole capire se i mezzi donati dall’Italia alla Libia siano usati in modo diverso da quanto previsto dal trattato siglato nel 2007. La Guardia costiera vuole invece verificare il modo in cui sono avvenuti il tentato abbordaggio e l’attacco, se ci siano stati preavvisi da parte libica e il comportamento delle parti. Al lavoro, infine, anche la Procura di Agrigento: tentato omicidio plurimo aggravato e danneggiamento di navi i reati ipotizzati.