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Annuncio a sorpresa dei ministri Maroni e Sacconi: chi vuole il permesso di soggiorno deve conquistare 30 punti. Si ottengono con test d'italiano, sulla Costituzione e sull'educazione civica. Nessuna chiarezza e tanti problemi in più

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C’è chi l’ha definito una lotteria sociale, una corsa a ostacoli, un’idea demenziale. C’è però anche chi ne condivide i principi di massima e chi ritiene che, con qualche distinguo, possa diventare uno strumento efficace per l’integrazione. Critiche e commenti a pioggia, lo scorso 4 febbraio, sull’annuncio da parte dei ministri dell’Interno e del Welfare Roberto Maroni e Maurizio Sacconi dell’introduzione a breve del permesso di soggiorno a punti. Pochi, a dire il vero, almeno per ora, i pareri favorevoli, tanti i contrari. In pratica quasi tutto il mondo dell’associazionismo. Un provvedimento che fa discutere e su cui Mixa vuole vedere chiaro.

 

Cos’è il permesso di soggiorno a punti. Previsto dall’articolo 4 bis del testo unico sull’immigrazione e dalla legge 94 del 2009 sulla sicurezza, il permesso di soggiorno a punti, basato sull’accordo di integrazione, è un meccanismo che scatta nel momento in cui l’immigrato richiede il permesso di soggiorno. Lo Stato imporrà la firma di un contratto in cui lo straniero si impegna a raggiungere alcuni obiettivi.

 

Per ottenere il permesso di soggiorno sarà necessario totalizzare 30 punti entro due anni, con una proroga di uno per chi si dovesse dimostrare meritevole pur non avendo raggiunto l’obiettivo. Il requisito fondamentale sarà la conoscenza della lingua italiana. Ma non solo: i punti scatteranno anche grazie allo studio della Costituzione e delle regole che ordinano la vita civile e il sistema giuridico. Altri punti qualificanti: l’iscrizione al servizio sanitario nazionale e alla scuola per i minori, un lavoro e un contratto d’affitto regolari, oltre all’assenza di pendenze con il fisco. I punti si potranno anche perdere in caso, ad esempio, di reato.


Agli stranieri – secondo quanto riportato dal 'Corriere della Sera' – sarà chiesto di superare 4 test. Sarà poi lo Sportello unico a valutare questi “esami”, a decidere il punteggio e quindi il via libera o meno al permesso di soggiorno. Alla fine dei due anni, dunque, promossi o bocciati, dentro o fuori, integrati o espulsi.
 

Tempi e modi. Non c’è per ora alcuna certezza sui tempi e i modi per l’entrata in vigore del provvedimento. Sacconi e Maroni hanno annunciato di “aver discusso il regolamento che prevede la stipula di un accordo di integrazione”, una bozza su cui avrebbero lavorato gli esperti del Viminale ma che Mixa non è ancora riuscita a visionare, nonostante la richiesta inviata al ministero dell’Interno.


Il regolamento è per ora allo stato embrionale: dovrebbe assumere la forma di un decreto e ottenere, come primo passaggio, il via libera del Consiglio dei ministri. “Siamo praticamente pronti per farlo – ha detto Maroni – e sarà applicato solo ai nuovi permessi”. Il meccanismo non dovrebbe costare un euro agli stranieri. “Organizzeremo tutto noi – ha spiegato ancora il ministro dell’Interno – anche per garantire standard uniformi in tutte le province. Serve a garantire l’integrazione: io suggerisco all’immigrato cosa fare, se lo fa, avrà il permesso di soggiorno, altrimenti significa che non vuole integrarsi”. 


Dubbi e paradossi. Partendo dal presupposto di non conoscere nel dettaglio i contenuti del provvedimento, di cui non è stato possibile visionare neppure una bozza, rifacendosi alle argomentazioni arrivate dai ministri, è comunque lecito avanzare qualche dubbio su questo regolamento.

 

Innanzitutto bisogna precisare che si sta parlando di una semplice richiesta del permesso di soggiorno e non della cittadinanza. E’ ragionevole e condivisibile, anzi auspicabile, chiedere all’immigrato che vuole diventare italiano la conoscenza della lingua, della Costituzione o del sistema giuridico. Lo straniero che cambia status deve essere responsabilizzato, ma con la cittadinanza oltre ai doveri avrà anche diritti: potrà, ad esempio, votare o essere eletto e ottenere la disoccupazione in caso di perdita del lavoro.



Il permesso di soggiorno, invece, è una cosa diversa: anche se può essere rinnovato più volte, ha, per sua natura, carattere temporaneo. Nonostante le prove superate nell’arco dei due anni, dunque, l’immigrato non otterrà uno status diverso, resterà comunque uno straniero in Italia. Tanti i doveri imposti dal provvedimento, ma permesso di soggiorno a parte, non si è parlato per ora di alcun diritto.



Il meccanismo del soggiorno a punti, poi, così come è stato ipotizzato, rischia di rendere ancora più difficile la già complicata vita dell’immigrato, gravata da burocrazia e discriminazioni. L’extracomunitario deve già fare i conti con il fatto che può entrare in Italia solo se ha un regolare contratto, dopo essere stato chiamato da un datore di lavoro. Inoltre, come è noto, rischia di tornare in patria se licenziato. L’espulsione diventa uno spettro concreto con il nuovo provvedimento: l'immigrato perderà punti anche per una semplice multa o per non aver avuto il tempo di seguire un corso di educazione civica, insegnamento per altro quasi sparito persino dalle scuole italiane. Il meccanismo penalizza chi perde il lavoro o non può permettersi un affitto in regola. E tanti, di affitti in nero, sono costretti a pagarli anche gli studenti o i lavoratori italiani fuori sede.

 

Va ricordato che il superamento dei test per la lingua italiana, la Costituzione e l'educazione civica è previsto anche dal progetto di legge sulla cittadinanza che la stessa maggioranza ha presentato in Parlamento e del quale si tornerà a discutere dopo le elezioni amministrative di fine marzo. C'è la possibilità che lo straniero debba prima superare gli esami per il permesso di soggiorno, poi dopo 10 anni di vita specchiata nel nostro Paese, deve affrontare di nuovo queste verifiche, con il paradosso che i 'nuovi cittadini' conosceranno molto meglio le leggi dello Stato rispetto a chi è italiano da sempre.

 

Non di secondo piano, infine, la questione legata alle risorse finanziarie. Dei costi del provvedimento per ora non si è parlato, né di dove si troveranno i soldi per finanziarlo. I ministri hanno però assicurato che si occuperà di tutto lo Stato e che gli immigrati non dovranno sborsare un euro.



In Italia però mancano strutture e politiche adeguate per garantire l’integrazione. La burocrazia paralizza il settore tanto che, per ottenere un permesso di soggiorno, ci può volere anche un anno invece dei 20 giorni previsti. Spesso i percorsi di aiuto agli immigrati sono affidati a volontari e associazioni. Il sistema del permesso a punti dovrebbe far scattare, dunque, una vera e propria rivoluzione. Rivoluzione di cui, per ora, non c’è alcuna traccia. 



Insomma un provvedimento che ha scatenato allarmi e polemiche. Ma che ha contorni ancora poco chiari e che, forse anche in vista delle elezioni amministrative imminenti, per ora rientra nell’alveo della politica dell’annuncio. Mixa tornerà a parlarne per approfondire forme e contenuti. Sperando che nel frattempo i ministeri competenti schiariscano le nubi all’orizzonte.

di Chiara Semenzato

{ 1 Commenti }

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pino ha scritto:
2010-02-14 18:29:48
questa farsa si concretizzerà con corsi di preparazione a pagamento da parte di privati . questo è da contrastare, con tutte le forze
HANNO DETTO

Contrari e favorevoli, tanti – si diceva – i commenti scatenati dall’annuncio di Maroni e Sacconi. “Il permesso di soggiorno a punti può essere in sé uno strumento anche positivo – ha spiegato monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes – ma in una realtà come quella italiana appare estemporaneo e inefficace. Il provvedimento può avere successo solo costruendo una vera struttura per l’incontro, la regolarizzazione e l’integrazione, a cui vengano destinate risorse”.



Sbagliato, insensato e ingiusto gli aggettivi con cui il Comitato Primo Marzo
, organizzatore del primo sciopero degli immigrati, definisce il regolamento. “Una lotteria sociale – dicono – un meccanismo che istituisce ulteriori paletti a un percorso di integrazione già molto complesso”.



Favorevole al provvedimento la Cisl che giudica positiva l’idea di abbreviare i percorsi di integrazione attraverso meccanismi di riconoscimento del merito e della volontà di integrarsi da parte dei lavoratori immigrati. “Purché però – spiega anche il sindacato in una nota – non appesantisca ancora di più i ritardi burocratici dell’iter dei rinnovi e le istituzioni convochino un tavolo per un confronto sereno, costruttivo e non ideologico tra le parti coinvolte”.