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Un testa a testa vinto un po’ a sorpresa dagli indiani sui romeni, se si osserva l’ambito di un buon inserimento nel mondo del lavoro, seguiti da moldavi, albanesi, ucraini e marocchini, cinesi e filippini, peruviani e bengalesi: è uno dei dati più importanti che emergono dal VII Rapporto Cnel sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia, presentato il 13 luglio scorso a Roma. L’India supera quindi la Romania almeno in questo primo aspetto, ma scende al nono posto per numero di residenti e al decimo per percentuale di occupati: entrambe le categorie sono appannaggio dei romeni. Certo anche per loro non mancano i probemi. Nonostante la Romania il 1° gennaio 2007 sia entrata nell’Unione europea restano difficoltà sul piano dell’accoglienza e dell'inserimento nella nostra società, come sottolinea il rapporto, quasi 200 pagine elaborate dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, in collaborazione con i ricercatori del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes.
Che metodo è stato usato per la ricerca? Partendo dal numero dei residenti, le graduatorie sono state elaborate sulla base della consistenza e del dinamismo dell'occupazione delle singole comunità nel 2008. "Ma l’inserimento lavorativo è solo uno tra i fattori che compongono il percorso di integrazione, sul quale influiscono anche diverse variabili sociali – ricongiungimento, presenza dei figli, accesso alla cittadinanza e così via – in grado di modificare sensibilmente la graduatoria”, ha chiarito Luca Di Sciullo, ricercatore del Dossier. “Dalla qualità dell’integrazione dipende un bene prezioso come la coesione sociale del Paese” ha aggiunto Giorgio Alessandrini, presidente vicario dell’Onc (l’Organismo nazionale di coordinamento delle politiche di integrazione degli stranieri) presso il Cnel.
“Le differenze riscontrate dipendono dal maggior tasso di attività di alcune comunità rispetto ad altre”, ha precisato Di Sciullo, notando come “la Romania, l’Albania e il Marocco, anche se rimangono tra le prime collettività, sono collocate vicino a gruppi nazionali con pochi residenti come Moldavia, Ucraina e India”.
Incrociando i dati e analizzandoli attentamente, quindi, si scopre che i cittadini moldavi, ad esempio, hanno registrato una diminuzione di denunce a loro carico del 15,2% nel periodo 2005 – 2008 (da 8.022 a 6.108), nonostante la crescita notevole del numero dei residenti: la differenza tra la percentuale delle denunce e quella dei residenti è di 9,6 punti a favore di quest’ultima. Si può considerare, dunque, una delle comunità più virtuose, in quanto ha “una quota di denunce penali inferiore alla quota dei suoi residenti stranieri”. Denunce che risultano inferiori alla quota di chi è arrivato in Italia, in percentuale, anche per Romania (-6,5%: a fronte di un’incidenza del 24,9% dei romeni sui residenti, si riscontra una quota del 13,8% sulle denunce), Albania (-4,8%) e Cina (-1,8%).
Il Cnel, tra le regioni, consegna il podio all’Emilia Romagna, seguita da Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Lazio, che precedono Veneto, Trentino Alto Adige e Toscana. Nella fascia intermedia le altre regioni del Nord Ovest e del Centro, oltre a diverse del Meridione. Fanalini di coda: Abruzzo, Puglia e Sardegna.
L’Emilia Romagna si distingue anche nel settore dell’inserimento occupazionale: in questa graduatoria si posiziona al quinto posto, dopo Lombardia, Toscana, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. Per quanto riguarda, invece, il reddito percepito dagli immigrati, il Lazio si posiziona “al 12° posto in una classifica nazionale per il reddito dipendente, ma al 7° posto quando gli immigrati diventano imprenditori”, ha fatto notare Mariella Zezza, assessore regionale al Lavoro e formazione, evidenziando inoltre che “non c’è differenza di retribuzione di genere. Il lavoro svolto dalle donne immigrate ha praticamente la stessa retribuzione di quello svolto dagli uomini immigrati”. Resta però aperto il problema casa.
Per quanto riguarda le province, al primo posto per il più alto potenziale d’integrazione compare Parma, seguita da Reggio Emilia e Vicenza. Subito dietro Prato, Trieste, Gorizia, Asti, Enna, Pordenone e Modena. Nella graduatoria, tuttavia, la prima città con oltre 250mila abitanti è Verona, 12a nella classifica generale, a conferma “del buon lavoro che si è fatto”, ha commentato il sindaco leghista Flavio Tosi. Nella città veneta gli stranieri – in costante crescita – rappresentano il 13% degli abitanti e “per larghissima parte tendono all’integrazione”. E gli immigrati che delinquono? “Rispetto alla totalità della popolazione straniera presente sono una minoranza, che commetteva reati già nel Paese di origine”, ha spiegato ancora Tosi, invitando a leggere attentamente i dati. Occhio alle cifre, dunque, prima di criminalizzare un'intera etnia.
I nodi però non mancano, soprattutto in riferimento alle comunità africane più consistenti a livello numerico: nel 2008 a carico di alcuni dei loro membri si è concentrato quasi il 30% delle denunce riguardanti gli stranieri, contro una quota del 18,7% sui residenti. Nel dettaglio, l’aumento per il 2008 è da addebitare a senegalesi (+25,8%, da 12.188 a 15.128 denunce), nigeriani (+34,3%, da 6.577 a 8.830), marocchini (+34,3%, da 29.548 a 41.454, contro una media straniera generale del 19,9%: incidono per il 13,5% sul totale delle denunce) e tunisini (+57,0%, da 9.734 a 15.284 denunce). Bollino rosso agli immigrati di origine egiziana: nei loro confronti le denunce sono aumentate del 139,2%, dalle 3.086 del 2005 alle 7.387 del 2008. Cifre che spingono a “interrogarsi sulle strategie più adeguate di contrasto, tenendo presente che un’opera di prevenzione e recupero non è possibile senza un maggiore coinvolgimento delle forze associative e anche religiose”, osserva il rapporto.
Molti i pregiudizi da sfatare, attraverso una corretta informazione ma anche tramite un’operazione culturale ad ampio raggio. “Tra il 2005 e il 2008 i romeni sono aumentati del 300% e le denunce contro esponenti di questa comunità sono aumentate del 30%, 10 volte di meno. Dovremmo dire che se stanno così le cose sono una comunità virtuosa, invece in Italia abbiamo detto il contrario”, ha sottolineato Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes. “Abbiamo costruito il mito del romeno delinquente, della comunità canaglia – ha poi concluso – sino all’altro ieri lo dicevamo degli albanesi o prima ancora dei marocchini”.
Da ricordare, infine, che secondo il Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes e dell'Agenzia Redattore sociale, pubblicato nell'ottobre del 2009, il 70-80% dei denunciati è irregolare e un quarto dei reati riguarda la condizione stessa dell’immigrato. "Il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è fortemente legato alla condizione di irregolarità".
di Laura Badaracchi (15 luglio 2010)
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Ecco il commento di un cittadino albanese che da anni vive a Parma, autore del blog bajrak.wordpress.com
Finalmente una bella notizia: più immigrazione non vuol dire più criminalità. Su questo credo siamo tutti d’accordo, tant’è vero che anche molti economisti puntano sull’immigrazione come arma strategica per uscire dalla crisi. Dall’ultimo rapporto del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro presentato a Roma il 12 Luglio, emerge non solo una proporzionalità inversa fra volumi d’immigrazione e aumento della criminalità, ma anche che a detenere il primato dell’integrazione in Italia è al momento la città di Parma.
Non si spiegano però i criteri di valutazione con cui viene misurata la cosiddetta integrazione, e io, che a Parma ci vivo da ormai 6 anni, non ho riscontrato l’adozione di alcuna particolare politica da parte del Comune.
Le uniche iniziative che ho notato sono: ‘il tavolo dell’immigrazione’, realizzato quest’anno da Comune e associazioni straniere della Provincia; e la scelta della Regione di promuovere la riunione di tutte le associazioni albanesi sul territorio.
Ma anche in questo caso a me sono parsi più gesti di propaganda politica - tesi ad avvicinare un possibile futuro elettorato straniero - piuttosto che effettivi ed efficaci strumenti per favorire una vera integrazione sociale.
Non a caso, infatti, tutta questa esigenza di mettersi intorno a un tavolo e di chiamare a quello stesso tavolo rappresentanti di stranieri immigrati è nata da un lato dal fatto che sempre più stranieri stanno ottenendo la ‘cittadinanza’ e possono votare; dall’altro, che il fenomeno migratorio sta raggiungendo dimensioni tali da prospettarsi un appetibile investimento politico per il futuro, neanche troppo lontano.
Per questi motivi mi pare che tali interventi abbiano poco a che fare con il mio concetto di integrazione, ovvero rendere accessibili agli stranieri le strutture e i servizi, e con la stessa qualità riservata agli italiani. Mi riferisco in primis agli enti locali. Questi ultimi infatti imitano la politica dello Stato centrale, e tendono ad escludere gli stranieri. Questo ha costi altissimi: significa chiudere gli occhi, ad esempio, sugli stranieri irregolari che muoiono nei cantieri, lavorando in nero.
A pensarla come me è Cleophas Adrien Dioma, il Presidente del Tavolo sull’immigrazione’, il quale sostiene che le strutture degli Enti Locali ci sono, ma il ruolo determinante lo ricoprono ancora le associazioni straniere presenti nel territorio. Non si tratta solo di un problema di integrazione, sostiene Dioma, ma anche di renderci partecipi delle decisioni politiche.
Gentian Alimadhi invece, neo-Presidente dell’Associazione albanese Scanderbeg - la comunità straniera più numerosa a Parma -, pensa che le risorse che negli ultimi anni erano destinate ai più deboli si sono sempre più assottigliate, e anche lui non digerisce l’imitazione da parte degli enti locali delle politiche dello Stato centrale.
Letteralmente nelle Scienze sociali per integrazione s’intende l’insieme dei processi sociali e culturali che rendono un individuo membro di una società. Sociali e culturali e quindi pratici, non politici e quindi teorici. Ecco perché ‘fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare’: a mio parere c’è ancora tanto da fare.