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Ibrahim Khaled ha 42 anni ed è palestinese. Faceva parte del commando di terroristi del gruppo di Abu Nidal, che il 27 dicembre 1985 colpirono simultaneamente l'aeroporto di Roma-Fiumicino e l'aeroporto di Vienna, uccidendo 20 persone. Lui aveva poco più di 18 anni, la rabbia nelle vene. I suoi compagni morirono tutti. Lui rimase ferito ma sopravvisse miracolosamente, venne arrestato, processato e condannato all'ergastolo. Rinchiuso in carcere, dietro le sbarre si è laureato, ha iniziato a lavorare per la Cooperativa 29 giugno, distinguendosi per buona condotta. Dopo 26 anni, finalmente, lo scorso 11 giugno è uscito di prigione. Giusto il tempo di guardarsi intorno, prima che le sbarre si chiudessero di nuovo dietro di lui. Il motivo? Nonostante avesse un contratto a tempo indeterminato, non ha un permesso di soggiorno, dunque va espulso. Ora Ibrhaim è nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, sperando che si riesca ad ottenere per lui lo status di rifugiato politico. L’alternativa sarebbe spedirlo in Libano o in Siria. A suo rischio e pericolo, naturalmente.


La sua è una storia assurda, come lo sono tante di quelle raccontate dagli immigrati del Cie di Ponte Galeria, rinchiusi in un perimetro di muro che corre lungo la via Portuense, proprio accanto alla Nuova Fiera di Roma, tra campagne, fabbriche e padiglioni. Basti pensare a tutti coloro, e sono la maggior parte, che vi arrivano dopo aver scontato una condanna, magari anche di diversi anni, in carcere. Nelle case circondariali non è prevista nessuna procedura di identificazione. Per essere puniti non c’è bisogno di avere un'identità certa.



Sono 90 le donne, per lo più africane raccolte dalla strada, vittime della tratta; 93 gli uomini, molti dei quali provengono dal Maghreb. Ognuno di loro costa allo stato 42 euro al giorno, tutto incluso. Assistenza rigorosamente low budget. Dal primo marzo scorso, a prendersi cura di loro non è più la Croce Rossa Italiana, ma la cooperativa Auxilium, che ha vinto la gara di appalto. Si sta larghi a Ponte Galeria, perché presto verranno effettuati lavori e il centro si preferisce non riempirlo del tutto.



Noi ci arriviamo in una mattina di luglio, il sole a picco, luce accecante, piccole abitazioni collettive di cemento, come delle grandi celle con un quadrato di cortile all’aperto dove stendere i vestiti o appoggiare un materasso dove dormire di notte per stare al fresco. Ogni casetta è circondata da sbarre e si affaccia su uno spazio comune. Circondato da altre sbarre. Vivono qui, o meglio galleggiano, in attesa di avere uno nome per lo stato italiano. Appena vedono i membri della delegazione composta da due parlamentari dell’Italia dei valori, il portavoce nazionale Leoluca Orlando e il vice capogruppo alla Camera Fabio Evangelisti, si avvicinano, li circondano. Ognuno porta la sua storia, credibile o non credibile che sia. Il più delle volte assurda.


In questa struttura, che è molto peggio di un carcere, i detenuti e si chiamano “ospiti”. Hanno assistenza medica, ma non una cartella che racconti la loro storia sanitaria, hanno tanto tempo libero ma nulla da fare, anche se negli ultimi mesi sono partite diverse attività, assicura chi gestisce il centro. Molti di loro prima avevano anche un lavoro, spesso mal pagato, spesso in nero, ma un lavoro. E lo hanno perso. Ma se il presente è duro, il futuro mette ancora più paura. Per molti di loro, una volta identificati, scatta il rimpatrio in quel Paese da cui sono fuggiti. Per evitarlo, inghiottono accendini, si tagliano con lamette... Spesso l’esasperazione si trasforma in vera e propria rivolta, come quella del 30 aprile scorso quando, dopo un tentativo di evasione, sono stati appiccati fuochi e che hanno causato danni per diverse migliaia di euro.


Ma secondo il Presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che ha visitato il centro il 12 luglio scorso subito dopo la firma per il rinnovo del protocollo per l'assistenza sanitaria, la situazione non sembra esser poi così disperata come appare dai media. "Diciamo che rispetto a quanto apparso sul Riformista ne usciamo confortati" ha detto la Polverini. Come a dire, “tanto rumore per nulla”. Tesi sposata anche dal prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro. "Il nostro impegno - ha detto - e' quello di dare dignità agli ospiti del Cie. Possiamo essere sereni che le persone qua dentro vengono trattate da essere umani e non in altro modo. Su Ponte Galeria sono state fatte delle speculazioni e ci fa piacere che la presidente della Regione Lazio abbia visto con i suoi occhi".

Qualcosa in più hanno ottenuto gli “ospiti” della struttura: verranno avviati i lavori per la costruzione di un campo di calcetto finanziato dalla Regione. I primi a partire, però, saranno i lavori di messa in sicurezza, spiega Pecoraro. "Saranno alzate le sbarre per evitare tentativi di fuga o autolesionisti".

 

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di Livia Parisi (14 luglio 2010)

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Come nascono e dove sono i Cie d'Italia

 

Sono 27 le strutture per l'accoglienza degli immigrati presenti in Italia, per un totale di 7.103 posti. Secondo i dati del Viminale, 13 sono Centri di identificazione ed espulsione (Cie), con 1.682 posti disponibili; 8 sono Centri di accoglienza (Cda) - di questi tre (Lampedusa, Cagliari Elmas e Pozzallo) sono denominati Centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa) - con 3.797 posti; e 6 sono i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) che possono ospitare 1.624 immigrati.


L'obiettivo, più volte annunciato dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, è quello di aprire nuove strutture: ogni regione dovrà avere un Cie. Alcuni siti sono stati già individuati dai tecnici del Viminale ma ci sarà una consultazione con le Regioni e gli enti locali prima della decisione finale.


Ma cosa sono i Centri di identificazione ed espulsione (CIE)? Istituiti con decreto legge del 23 maggio 2008, n. 92, i Cie sono gli ex 'Centri di permanenza temporanea e assistenza': strutture destinate al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli stranieri extracomunitari irregolari e destinati all'espulsione. Previsti dall'art. 14 del Testo Unico sull'immigrazione 286/98, come modificato dall'art. 12 della legge 189/2002, questi centri si propongono di evitare la dispersione degli immigrati irregolari sul territorio, al fine di consentire l'esecuzione, da parte delle Forze dell'ordine, dei provvedimenti di espulsione. Dall'8 agosto 2009, con l'entrata in vigore della legge 15 luglio 2009, n. 94, il termine massimo di permanenza degli stranieri in questi centri è passato da 60 a 180 giorni complessivi. Presenti anche in molti Paesi europei, i Cie sono stati da subito contestatissimi per la limitazione della libertà personale che impongono e perchè difficilmente accessibili alla stampa.