Quando nel 1989 Mariateresa è arrivata in Italia dal Salvador insieme ai suoi quattro fratelli per raggiungere la mamma, il Muro di Berlino scricchiolava e per strada l'argomento di conversazione preferito erano i campionati mondiali che il nostro Paese avrebbe ospitato da lì a qualche mese. Mariateresa aveva 7 anni e ricorda quello come un periodo pieno di speranze. Alle spalle lei e i suoi fratelli si lasciavano la guerra civile. Davanti a loro una nuova casa e una nuova vita, tutta da immaginare e da costruire.
Oggi Mariateresa ha 27 anni e si sente italiana, anche se per legge non lo è. Il motivo lo spiega lei stessa: “Purtroppo il mio comune (Cologno Monzese, ndr) quando sono diventata maggiorenne non mi ha spedito nessuna notifica per inoltrare la richiesta di cittadinanza italiana nei tempi stabiliti dalla legge, cioè prima di compiere 19 anni”. Mariateresa lo racconta con un po' di vergogna. “Ho fatto ragioneria e ho studiato diritto, ma soprattutto la parte commerciale” si giustifica, come per scusarsi di non conoscere bene una norma del Paese che nonostante tutto considera suo. Per quella leggerezza che non riesce ancora a perdonarsi, Mariateresa è un'italiana a metà. “E' vero, posso ancora provare a chiedere di diventare cittadina – spiega – ma la strada è complicatissima” racconta sconsolata. Così Mariateresa resta un ospite in Italia. “E' per questo che non ho potuto votare, anche se lo avrei voluto tanto” racconta. Per lei, come per tanti altri ragazzi, che si definiscono italiani con il permesso di soggiorno, il diritto di voto rappresenta una conquista, e non un'inutile formalità.
Mariateresa ha lasciato un messaggio sul blog di Andrea Sarubbi, ideatore della banca del voto (VEDI BOX). Nessuno l'ha contattata per “darle in prestito” il suo diritto. Le chiedo come mai per lei sia così importante votare. La risposta è semplice: “Non si tratta di mettere una croce e basta, c'è gente che è morta per darci questa possibilità”. Il paradosso è che Mariateresa è stata chiamata a votare per le elezioni del suo Paese d'origine, dove non mette piede da una ventina d'anni. “E l'ho fatto, anche se votare per il mio sindaco o per il presidente della regione sarebbe stata un'altra cosa”. Ma quello che ha fatto più male a Mariateresa è stato vedere i suoi amici italiani rinunciare così a cuor leggero a quel diritto che le è negato: “Il dispiacere me lo sono tenuta per me, ma vedere come se ne fregano non è stato bello. Inutile poi lamentarsi delle cose che non vanno”.
Proprio non capiscono gli italiani cosa vuol dire crescere in un posto e sentirsi sempre di passaggio. “Mentre aspetto che il permesso mi sia rinnovato, non posso avere una tessera sanitaria”. Niente visite mediche o esami alla Asl, dunque, ma solo a pagamento. “Se lo racconti agli italiani, nessuno ti crede”.
Ecco perché Mariateresa ha chiesto alla sua migliore amica, una ragazza italiana che conosce dalle elementari, di accompagnarla in Questura per rinnovare il suo permesso di soggiorno. Un calvario che deve ripetere ogni sei mesi. “E certe volte, quando arriva, il permesso è già scaduto”.
L'amica di Terry è rimasta sconvolta. “Continuava a chiedermi perché io dovevo subire tutto quello che vedeva: la fila che non finisce più, i moduli che alle 8.30 sono già spariti, i modi scortesi, per non dire altro, del personale”. La reazione della sua amica Mariateresa la spiega così: “Gli italiani hanno paura di noi perché siamo la dimostrazione che qualcosa non va nel nostro Paese”. Mariateresa aspetta ancora che il suo documento arrivi. Nel frattempo ha perso il lavoro. E con il permesso in fase di rinnovo trovarne un altro è ancora più difficile. “Così vivo ancora in casa con mamma. Da questo punto di vista sono italiana a tutti gli effetti”.
di Elvira Pollina
C'è qualcuno che avrebbe voluto svegliarsi presto la mattina del 28 marzo scorso per andare al seggio. C' è qualcuno che avrebbe voluto partecipare a quelle che si sono rivelate le elezioni amministrative con il più alto astensionismo di sempre. Ma non ha potuto farlo. Sono i figli degli immigrati, la cosiddetta “seconda generazione”, nati in Italia, o arrivati nel nostro Paese quando erano dei bambini. “Hanno frequentato le scuole italiane, pensano, parlano e sognano in italiano. Ma italiani per la legge non sono e non possono andare a votare” spiega Andrea Sarubbi, deputato Pd e promotore insieme al collega del Pdl Fabio Granata, di un progetto di legge che modifichi la normativa che consente il riconoscimento della cittadinanza.
E' proprio leggendo su Facebook la storia di uno di questi ragazzi che l'onorevole Sarubbi, alla vigilia dell'ultima tornata elettorale, ha un'idea. “Ho pensato di mettere in contatto chi del diritto di voto non sa che farsene con chi, invece, muore dalla voglia di votare, e non può farlo”. Nasce così, quasi per caso, la banca del voto. Sul blog di Sarubbi i figli degli immigrati raccontano la loro storia, lasciando il proprio indirizzo e-mail e il comune di residenza. La speranza è di venire ricontattati da chi, per disillusione o disinformazione, ha deciso di non scegliere ma è pronto a mettere a disposizione il proprio diritto di voto a favore di chi non può esercitarlo, andando al seggio in suo nome.
Una provocazione, una nuova forma di disobbedienza civile. “Non so quanti effettivamente siano stati i voti scambiati” ammette Sarubbi. “Volevo solo sollevare il velo su un problema che esiste e riguarda migliaia di ragazzi che sono trattati come italiani di serie B”. Poi rilancia: “La mia speranza è che alla prossima tornata elettorale non ci sia bisogno di alcuna banca del voto, perché le regole saranno cambiate. Se così non sarà, riproporrò la mia iniziativa, facendola conoscere a quante più persone possibile”.