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“Il potere di un timbro rosso in mano agli uomini”

Rifugiati politici nel racconto di Lorenza Pacini, 17 anni, vincitrice del premio nazionale Associazione Centro Astalli

Lorenza Pacini (Liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano) vince il primo premio del Concorso nazionale Associazione Centro Astalli "grazie a una scrittura schietta ed efficace, che guida il lettore in un viaggio tra il paradosso e l'assurdo. Una trama ben costruita e il sapiente utilizzo di un registro ironico e mai banale consentono di comprendere il dolore dell'esilio e le difficoltà che devono affrontare i rifugiati in un paese straniero. Il finale inaspettato e sorprendente costringe a una riflessione sulle conseguenze per le generazioni future di una società chiusa e xenofoba".

 

Questa la motivazione della giuria del concorso letterario "La scrittura non va in esilio", organizzato dalla Fondazione Centro Astalli e promosso dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. Alla premiazione, avvenuta a Roma, il racconto di Lorenza - 17 anni, nella foto - è stato letto da Valerio Mastrandrea. Tra i partecipanti alla giornata c'erano scrittori, registi, attori ed esponenti del mondo culturale italiano: da Ascanio Celestini con il trailer del suo "Pecora Nera" a Laura Boldrini con il libro "Tutti indietro".

 

Il racconto "Il potere del timbro rosso in mano agli uomini" - pubblicato per la prima volta da Mixa - si è classificato primo tra più di cento elaborati giunti da varie città italiane e sarà premiato con la realizzazione di un cortometraggio.

 

Ti hanno negato il visto. Ancora una volta, la coda interminabile agli uffici statali. Ancora una volta, la cartelletta di plastica blu con centinaia di documenti, moduli, fotografie. Ancora una volta, l’impiegata irritata dall’ennesimo scocciatore, “una coda interminabile e nessuno che mi dia il cambio”. Ancora una volta, “signore, la sua richiesta non può essere accettata, sì lo so che sono tre anni,  lo so che ha speso molto per procurarsi i documenti, abbassi la voce per piacere, no non posso aiutarla, cerchi di capirmi, tutti qua chiedono di essere aiutati, sono solo una lavoratrice io, mica San Francesco e tra dieci minuti vado in pausa, il prossimo per piacere”.

 

Ancora una volta, la cartelletta di plastica blu diventa ingombrante tra le tue mani tremanti di rabbia, hai impiegato mesi a ottenere i documenti, hai corso da una parte all’altra della città, hai aspettato decine di code, hai discusso con centinaia di impiegate accaldate, perché d’estate il clima qua è veramente torrido “e neanche un ventilatore ci danno”, e il risultato? Un timbro rosso,  NEGATO, sul modulo che hai compilato con cura, rigorosamente in stampatello con inchiostro nero, firma leggibile.

 

Possibile che nessuno capisca? Possibile che nessuno cerchi di aiutare un uomo, centinaia di uomini che come te formano ogni giorno le interminabili code degli uffici statali, possibile che nessuno si renda conto che quelle code non sono semplicemente numeri rossi che si susseguono sul display? Quelle code sono persone, persone che cercano i propri familiari, che cercano di realizzare un sogno.

 

Tua moglie era riuscita ad espatriare ormai tre anni fa, aveva ottenuto il visto per visitare la madre malata, “vai pure, ti raggiungerò in pochi giorni, non appena avranno esaminato la mia richiesta” le avevi detto. Passarono tre giorni, passò una settimana, ma il visto tardava ad arrivare, “ripassi tra qualche giorno” ti avevano detto presso gli uffici statali, “siamo molto impegnati ultimamente”. “Ripassi tra una settimana” ti avevano detto quando eri tornato, “ripassi tra un mese”.

 

Pochi giorni dopo la sua partenza, ti aveva chiamato tua moglie, aveva scoperto di essere finalmente incinta, dopo anni di matrimonio in cui avevate entrambi desiderato ardentemente un figlio senza riuscire ad averlo.
“Ripassi tra una settimana” “Sento già che scalcia!”

 

“Ripassi tra un mese” “È una femmina, come ti piacerebbe chiamarla?”

 

Poi, capisti il continuo rimandare del rilascio del tuo visto. Erano “molto impegnati ultimamente”, molto impegnati a chiudere tutte le frontiere, a tagliare i ponti con il mondo esterno, a impedire ogni via di comunicazione. CONTROLLIAMO  L’IMMIGRAZIONE PER PRESERVARE L’AUTENTICITÀ DELLA NOSTRA CULTURA acclamavano i manifesti lungo le strade.

 

Stava succedendo così dappertutto, lo avevi letto su internet prima che venisse oscurato definitivamente. Le telefonate all’estero vennero proibite, la posta non venne più consegnata.
Fu così che ti trovasti solo, lontano dalla donna che amavi; il luogo dove eri nato e cresciuto era diventato la tua prigione, il governo, che avrebbe dovuto preservare la tua libertà, il tuo carceriere.
L’ultima volta che avevi sentito tua moglie era stato circa tre settimane dopo che vi eravate salutati. Tua suocera avrebbe dovuto affrontare una pericolosa operazione chirurgica il giorno dopo, che avrebbe potuto salvarle la vita o al contrario farle fermare il cuore. A partire dal mattino seguente, fu impossibile per te contattare chiunque al di fuori del tuo Paese. Non  hai mai saputo l’esito dell’intervento. Se è riuscito, non hai festeggiato con tua moglie. In caso contrario, non eri lì per consolarla.

 

Sono passati tre anni. Sei padre da quasi due anni e mezzo di una figlia desiderata più di ogni altra cosa e non la l’hai mai potuta vedere, né lei ti ha mai conosciuto. Pensi tutti i giorni a lei, a Maria. Di sicuro si chiama Maria, era il nome preferito di tua moglie. Speri che sia bella come lei, con gli occhi castani i capelli neri e la fossetta sul mento, però deve avere il tuo naso. Sei sempre andato fiero del tuo naso forse un po’ troppo grosso e ricurvo, che ha sempre caratterizzato te e la tua famiglia. Se c’è una cosa che vuoi averle dato, questa è il tuo naso, che ricorderà per sempre a tua moglie il marito che ha salutato un po’ troppo distrattamente.

 

Non è giusto. Non è giusto che la vita di un uomo, di una donna e di una bambina possano essere rovinati da un timbro rosso su un foglio di carta. A causa di quel timbro una madre ha dovuto raccontare alla propria figlia che suo padre è una persona simpatica, che ha sempre avuto un paio di  kili di sovrappeso che gli conferiscono il suo tipico aspetto burlone, che quando lo incontrerà potrà chiedergli tutto tranne di rinunciare a vedere la partita di pallone la domenica. A causa di un timbro rosso Maria non ha potuto conoscere da sé il carattere del padre, e tu non l’hai potuta vedere crescere. Non hai sentito le sue prime parole, non le hai insegnato a camminare e a correre, non l’hai consolata quando, cercando di farlo, le si sono sbucciate le ginocchia.

 

Non  è giusto che un oggetto così insignificante abbia un così grande potere. Non è giusto che degli uomini possano rendere orfana una bambina, semplicemente imprimendo l’indelebile scritta rossa che ha accompagnato i tuoi ultimi tre anni, NEGATO.

 

Eppure, ricordi che molti anni fa, quando tu eri bambino, il mondo non era così. Ricordi i viaggi con i tuoi genitori, avevi visitato Roma, avevi visitato Parigi. Ricordi la libertà, la libertà di decidere dove andare ad abitare, dove partire per le vacanze, dove passare il week-end. Potevi visitare i parenti lontani, potevi telefonare dall’altra parte del mondo semplicemente per chiedere che tempo faceva. Un tempo, il tuo Paese era famoso per la sua ospitalità, un visitatore straniero veniva riverito e omaggiato. Col passare degli anni questa ospitalità era diventata indifferenza, l’indifferenza xenofobia.

 

La paura del diverso, l’incubo di un’invasione, l’intolleranza verso le altre culture avevano trasformato questa xenofobia in puro terrore. Furono formulate le leggi sull’immigrazione e sull’emigrazione, furono creati dei ghetti, le città vennero divise in quartieri che raggruppavano persone della stessa nazionalità. La paura della popolazione era sempre più grande, alimentata dalle campagne nazionaliste promosse dai partiti al potere. Le frontiere divennero sempre più controllate, i confini sempre più stretti.

 

Ripensi spesso tua infanzia. Sei nato nel 1998, quando l’Italia era ancora un paese libero. Oggi è il 17 maggio 2044, e ancora una volta, ti hanno negato il visto. Il visto per passare dallo Stato di Milano allo Stato di Bologna, dove tua moglie ti aspetta in compagnia della vostra bambina che non hai mai conosciuto.

di Lorenza Pacini (21 ottobre 2010)

Con gli occhi di un'adolescente

Di cosa parla il tuo racconto e perché lo hai scritto?

 

La storia che ho scritto è quella che stanno probabilmente vivendo migliaia di uomini in questo momento, affrontando la solitudine e il menefreghismo delle altre persone. Ho scritto questo racconto per far riflettere riguardo al fatto che un giorno la situazione italiana potrà cambiare e gli stessi che ora cercano di ''proteggere'' il proprio Stato chiudendolo in sè stesso potrebbero accorgersi troppo tardi che questo non porterà nulla di buono nel futuro.

 

Qual è stato lo spunto?

 

Lo spunto per il racconto mi è venuto semplicemente osservando le persone che incrocio tutti i giorni per strada, provando a immaginare la storia della loro vita, quali fossero i loro sogni per il futuro, quali le loro aspettative quando sono arrivate in Italia.

 

Cosa ti ha avvicinato al mondo dell'immigrazione, ai suoi problemi?

 

Non penso che ci sia nulla in particolare che mi abbia avvicinato al mondo dell'immigrazione. Vivo in una grande città, quindi è naturale che io lo senta come un problema che riguarda tutti. Ogni milanese ha rapporti con molte persone straniere, non sono per noi solo una questione di statistiche e problemi. Penso che sia inevitabile affrontare la questione immigrazione (e soprattutto integrazione) per chiunque.

 

Ti sembra una questione condivisa tra i tuoi coetanei? Credi che le prossime generazioni saranno più attente a questi problemi dell'attuale classe politica?

 

Il problema immigrazione è sulla bocca di tutti, purtroppo non sempre in modo propositivo. Personalmente penso e spero che le prossime generazioni saranno meno xenofobe, grazie alla convivenza fin dall'infanzia con coetanei provenienti da famiglie di immigrati.

 

Credi che l'Italia sia razzista/xenofoba? Credi che lo sia Milano?

 

In Italia e in particolare a Milano sento spesso discorsi razzisti, ricchi di luoghi comuni, dovuti penso alla mancanza di un vero interesse nel capire le altre culture.

 

Si dovrebbe fare di più per l'integrazione? Che cosa?

 

Penso che prima di tutto l'integrazione dovrebbe partire dalle scuole e in generale dai bambini. Ma finché ci sono persone che preferiscono separare gli studenti stranieri da quelli italiani, la strada per eliminare ogni ghetto è ancora lunga.