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La cross generation

La stragrande maggioranza di loro è nata in Italia o vi è arrivata quando era molto piccola: sono i figli degli immigrati, chiamati a un ruolo fondamentale; traghettare il nostro Paese verso un nuovo modello 

La generazione ponte. Quella che ha il compito di amalgamare la cultura dei propri genitori con quella del Paese dove spesso sono nati, dove vivono, studiano, giocano, consumano, s'innamorano. Loro malgrado sono chiamati a un ruolo allo stesso tempo difficile e imposto dalla realtà. Più cittadini globali, che semplicemente italiani o stranieri, non fosse altro per gli ostacoli ad ottenere la cittadinanza, anche se dell'Italia fanno sempre più parte. Ragazzi chiamati a prove più complesse di quelle dei coetanei italiani, resi più forti dalla sfida per l'integrazione.
E' un mondo variegato e complesso quello dei giovani stranieri in Italia. Troppe le differenze al loro interno, tante le difficoltà e le opportunità.
I minori che vivono nel nostro Paese sono ormai poco meno di 900 mila (854 mila secondo i dati Istat del 2008) e veleggiano verso il milione: sono praticamente triplicati negli ultimi otto anni tra nuovi arrivi e nascite in Italia. Seicentomila di loro sono nati in Italia, circa 50 mila sono i minori arrivati da noi senza genitori, gli altri sono qui grazie ai ricongiungimenti familiari. La tendenza è in costante aumento e in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia i bambini nati da genitori stranieri in Italia sono già oltre il 20% del totale.
Di pari passo negli ultimi dieci anni gli studenti stranieri sono aumentati di oltre sei volte: sono circa 600 mila (dato Istat) e vengono principalmente dall'Albania, dal Marocco, dalla Romania, dall'ex-Jugoslavia e dalla Cina. Recentemente c'è stata una vera esplosione di iscrizione nelle scuole medie  superiori con 100mila ragazzi, l'80% dei quali in Istituti tecnici o Professionali. E se è vero come è vero che gli studenti stranieri sono più bocciati rispetto ai loro colleghi italiani, va sottolineato che nelle realtà in cui si investe di più nell'integrazione i risultati in alcuni casi sono invertiti.
La nascita o l'arrivo in Italia in età prescolare è determinante per una loro migliore integrazione, come dimostra uno studio di diverse Università italiane insieme all'Ismu. I bambini imparano velocemente l'italiano, assumendo in molti casi addirittura l'accento della città che li ospita. Più complesso fare gruppo quando si arriva adolescenti, soprattutto se si è donna: solo il 7% di loro frequenta i coetanei italiani al di fuori dalla scuola, contro il 22% dei maschi. Collante anche in questo caso lo sport, vero lasciapassare dell'amicizia. Ad allenarsi in una squadra sportiva è meno di una ragazza su tre, contro il 45% dei coetanei uomini.
Altro aspetto fondamentale nella capacità di integrarsi è l’istruzione dei loro genitori. Anche in questo caso sono le figlie di genitori non istruiti a trovare le difficoltà maggiori: solo il 23% esce con amici italiani o stranieri, contro il 54% delle ragazze i cui genitori sono laureati.
 

di Francesco Bianco

“I riferimenti culturali e quindi anche quelli dei consumi sono molto più ampi di quello che si possa pensare. I giovani stranieri elaborano stimoli diversi: quelli italiani, quelli della cultura di origine dei propri genitori e infine quelli globali”. Luca Massimiliano Visconti dirige il MiMeC, il Master in Marketing e Comunicazione dell'Università Bocconi e insieme a Enzo Mario Napolitano è autore di 'Cross Generation Marketing' edito da Egea dove per la prima volta si parla della seconda generazione come di quella ponte. Una generazione che si pone aldilà delle definizioni e che spesso mescola le diverse culture. “In questo campo i più abili sono i figli di genitori cinesi e coreani. Ad esempio nell'abbigliamento e nella musica superano i riferimenti culturali sia della famiglia che dei loro coetanei italiani, aderendo più velocemente a un gusto globale, molto più internazionale”. 
“Occore reimpostare le regole del gioco – continua Visconti – con diritti e doveri per cercare di risolvere il conflitto. Ovviamente l'esito è aperto ma è necessario comprendere il fenomeno, perché siamo tutti vittime delle prigioni ideologiche in cui ci siamo rinchiusi”.