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Il cricket italiano

Domenica d’un pomeriggio d’estate, il sole è una palla di fuoco sulla testa, accorcia le ombre e arroventa l’aria. In un campo di calcetto in terra battuta si gioca a cricket. Fa troppo caldo per essere in un verde giardino di qualche liceo inglese. E anche se l’afa strozza la gola, non siamo nemmeno alla periferia di Calcutta, ma a Quinzano d’Oglio nella Bassa bresciana in un campo di calcio che la domenica pomeriggio si trasforma in un campo da cricket con tanto di giocatori agghindati in livrea originale con caschi, mazze, guantoni, parastinchi, basse porte di legno e tifosi ululanti.

 

Arrivo nel primo pomeriggio, sguscio silenzioso tra le riserve sedute a terra senza disturbare l’incontro. Prendo posto sulla panchina per avere una buona visione del gioco e anche perché è l’unico angolo difeso dal sole da una tettoia di lamiere. Il gioco del cricket, nonno del baseball, non è facile da capire. I giocatori sono ragazzi figli di immigrati indiani e pakistani, molti di loro sono nati in Italia. Delle loro origini rimane l’ambrato colore della pelle, qualche turbante e il legame con le tradizioni tra le quali il gioco del cricket, popolare nelle vecchie colonie inglesi.


La partita si blocca e tutti si girano a guardarmi, quello con la mazza piatta e il casco con tanto di protezione mi avvisa: "Senti tu, ti conviene spostarti: quello non lancia palle ma fucilate!".  Vado ad arrostirmi al sole tra le riserve sedute a terra, i giocatori riprendono posizione, la partita ricomincia. Il lanciatore si cimenta in una plateale rincorsa, allunga il braccio come una fionda e lancia la palla. Il battitore con mazza piatta e casco con una protezione a museruola manca la battuta. La palla sfiora la testa del giocatore accucciato dietro la piccola porta, sbatte contro la lamiera della panchina con metallico schiocco che sibila nell’afa. Avevano ragione, “quello non lancia palle, ma fucilate”.


Prima di venire a “disturbare” la partita mi ero letto le regole del cricket senza capirci granché, ma m’era rimasto impresso quello che chiamano lo “spirito del gioco”, una sorta di preambolo che precede le istruzioni per l'uso. Qualsiasi azione vista come contraria a questo spirito causa un danno al gioco stesso. Queste regole comprendono, per esempio, il rispetto verso l'avversario, verso gli arbitri e i valori tradizionali del gioco; il divieto d'indirizzare verso un arbitro o gli avversari parole irrispettose e offensive (è addirittura vietato avanzare con passo aggressivo). Soprattutto la condanna assoluta di qualsiasi atto violento tra i giocatori sul campo.


Spirito del gioco che diviene fair play per questi ragazzi metà indiani e metà pakistani con la stessa divisa da cricket che mi raccontano di loro con un accento fortemente bresciano. Qui nella Bassa si gioca insieme, nessuna differenza e nessun odio religioso. Lo sport fa anche questo. Non è così, per le loro patrie che si gonfiano il petto collezionando atomiche a monito reciproco e sperperano vite umane in odiose guerre di confine che si protraggono dalla separazione dei due stati nel 1947.

 

Sono una ventina di giovani che la domenica pomeriggio saltano in sella ai motorini o dividono un posto in automobile per ritrovarsi a Quinzano d’Oglio per giocare a cricket, non gratuitamente, sborsano 100 euro al mese (25 a domenica) per affittare il campetto da calcio. Non è una spesa da poco, ma perlomeno qui hanno trovato spazio mentre in altri comuni, città di Brescia ad esempio, è stata negata loro ogni possibilità, oratorio compreso. Alla faccia dell’integrazione e dell’accoglienza.



Eppure i loro padri sono parte importante del tessuto economico agricolo, da anni il ciclo della mungitura nelle stalle e molti lavori delle campagne sono gestiti da indiani o pachistani. Sono arrivati nelle campagne padane quindici o vent’anni fa i loro genitori a cercar lavoro, nella loro dedizione e rispetto per gli animali i nostri contadini hanno trovato del buono.


I loro ragazzi sono nati e cresciuti nelle cascine della pianura, parlano italiano, la lingua madre e il dialetto bresciano con tanto di cadenza, ma per l’anagrafe sono “immigrati di seconda generazione”: tradotta socialmente significa solo mille doveri e nessun diritto. Reietti anche nel loro sport, seppur con sangue reale il cricket è bandito dalle città senza alcuna ragione e senza qualche metro quadrato in alternativa.


Agosto del 2009 campionato europeo di cricket, l’Italia vince l’oro nella categoria under 21, la squadra è composta da figli di immigrati. Una nazionale quasi tutta padana, atleti cresciuti intorno alle “nostre” stalle. Alla fine cantano pure l’inno di Mameli!

di Valerio Gardoni (24 giugno 2010)

Strategie della generazione ponte

 

È stato presentato pochi giorni fa a Brescia il risultato di una ricerca svolta in Lombardia sulla condizione dei ragazzi nati all’estero che giungono in Italia per ricongiungersi con i genitori e il ruolo giocato dagli operatori interculturali formati da un master dell’Università Cattolica di Brescia. Elena Besozzi, direttrice del Centro interuniversitario di ricerche sulle migrazioni Brescia (Cirmib), Maddalena Colombo e Mariagrazia Santagati hanno svolto una ricerca in Lombardia su un campione di giovani stranieri tra i 14 e i 19 anni iscritti ai corsi oltre la scuola dell’obbligo. Le loro riflessioni sono confluite in un volume: “Giovani stranieri, nuovi cittadini, le strategie di una generazione ponte” (Edizioni Franco Angeli, Milano, 2009), presentato in apertura del convegno “Se ti conosco, ti riconosco – Incontri e testimonianze nella città multiculturale”, evento conclusivo del Master in Operatori del dialogo interculturale presso istituzioni pubbliche e private, organizzato con la collaborazione del Cirmib, e delle Associazioni Briganti ed Elea. Per far fronte ai tanti fattori che giocano nell’integrazione servono però persone in grado di comunicare, di dialogare con culture totalmente diverse dalla nostra, per evitare incomprensioni e rotture: un’esigenza che fa sentire il proprio peso in una città come Brescia, tra le prime in Lombardia per numero di immigrati. L’obbiettivo del master nell’anno accademico 2008/2009 è stato di formare figure professionali a tutto tondo come operatori culturali.