François, Jean Paul e Josef sono tre fratelli che di cognome fanno Frattini, papà bresciano come il loro accento, mamma haitiana come il colore ambrato della loro pelle, i capelli crespi, il sorriso e la tenace dolcezza dell’isola caraibica sospesa tra mito esotico e realtà drammatica.
Tre fratelli che il 19 marzo scorso sono incappati in un episodio di squallido razzismo che da Brescia ha fatto il giro d’Italia, RAI 3 compresa, con la maglia rosa dell’apartheid.
Il fatto succede in un disco-bar nella tarda serata del 19 marzo dove i tre fratelli vengono bloccati all’ingresso del locale da un addetto alla sicurezza. Secondo quanto raccontano i ragazzi, il buttafuori gli avrebbe vietato l’ingresso con la frase lapidaria: “dai lo sapete, gli extracomunitari non possono entrare in questo locale”. Aggiungendo che per loro era possibile comunque consumare al bancone bar posto all’esterno del locale.
Approfittando di un momento di distrazione degli addetti alla sicurezza, ironia della sorte l'uno di nazionalità albanese e l'altro ganese, i tre fratelli sono riusciti poi a entrare da un ingresso secondario, ma, raggiunti immediatamente dai due uomini, sono stati accompagnati all'uscita.
Storia di normale razzismo vissuta al quotidiano? Non per i tre fratelli che per la prima volta sbattevano a muso duro contro la barriera razziale dell’'extracomunitario'.
François, Jean Paul e Josef hanno vite distinte, amicizie distinte, ma una sera al mese fanno la “serata brothers”; venerdì 19 marzo era una di quelle. Una normale serata da giovani li ha condotti al pubblico disco bar, dove per altro erano stati già altre volte. Bloccati, increduli, i tre ragazzi volevano capire quella regola non scritta che vietava loro l’ingresso in un locale pubblico.
- Perché non appendete un cartello con scritto: è vietato l’ingresso ai cani e agli extracomunitari?
Domanda a cui Josef, il maggiore dei fratelli, non ha avuto risposta, dopo ore di discussione. Come non ha avuto seguito la loro richiesta di poter parlare con il proprietario del locale.
Il proprietario del locale, che abbiamo raggiunto al telefono, ci ha subito ribadito che quella sera non era presente e che l’episodio è, a suo avvivo, una montatura senza fondamento per il fatto che i ragazzi avevano frequentato il disco-bar altre volte. Secondo la versione fornitaci i ragazzi sarebbero stati allontanati dal locale perché vestiti in maniera non idonea, scarpe da ginnastica, cappellino e persino in tuta.
"All’esterno abbiamo allestito un bancone bar e lì possono bere anche in pigiama, ma all’interno vogliamo vestiti sobri" - aggiunge. Il proprietario ci conferma che gli addetti alla sicurezza non sono alle sue dirette dipendenze, ma assunti tramite agenzia. A suo dire sono solo calunnie frutto di un fraintendimento, una montatura, e annuncia una querela per diffamazione.
Incontro uno dei tre italianissimi ragazzi, François, in una mattina timidamente primaverile, nelle vicinanze di Cazzago San Martino (santo che la cristianità vuole abbia diviso il suo mantello con un povero, migrante).
Siamo alle porte della Franciacorta, frazione di terra bresciana ondulata di colline, dalle gobbe coperte di preziosi vitigni che corrono a specchiarsi nelle acque profonde del Sebino.
Sono passati giorni dal fatto, François è ancora scosso, turbato, ma non arrabbiato: profondamente offeso. Il marchio di extracomunitario è duro da cucirsi sulla felpa, è un muro dove si infrangono certezze acquisite, radicate nella terra, consolidate tra le colline fertili di vino, dove si è sgranata la vita dei tre fratelli. Ferisce nell’animo François, cresciuto sin da bambino nell’armonia dell’arte, liceo artistico, poi Brera, anni di studi trasferiti a colpi di martello nel ferro battuto.
"Anche quando alla fine abbiamo mostrato i nostri documenti d’identità non ci volevano far entrare: ci siamo resi conto che il vero problema era il colore della nostra pelle. Non c’era mai capitato - racconta François, con ferma dignità - nostra madre ci ha insegnato sin da piccoli a rispettare tutti, per prime le donne, e a pretendere rispetto.
In quella notte non vi è stata nessuna aggressione, nessuna rissa o episodi violenti, ma il fatto è carico di inquietante discriminazione che ha ferito la dignità di François, Jean Paul e Josef.
L’associazione Diritti per Tutti ha raccolto la triste storia di “normale razzismo” e, tramite l’avvocato Manlio Vicini, ha portato il fatto dinnanzi al giudice con una denuncia penale depositata alla Procura della Repubblica di Brescia. La giustizia, con i suoi tempi lenti, è uguale per tutti… i colori della pelle.
di Valerio Gardoni
“Ciao Jean Luc,
mi sembra strano scriverti ora che sono le 2.06 di notte, ma il fatto accaduto questa sera, non mi lascia prendere sonno. Innanzi tutto mi presento: sono François un ragazzo "italo-haitiano", mamma haitiana e papà italiano (deceduto da poco)... Sono il terzo di 3 fratelli tutti nati in Italia, ma il fatto di questa sera mi dà la riconferma che purtroppo il razzismo è sempre presente e non è assolutamente una cosa piacevole. Solitamente frequento altri posti la sera, ma questa sera io ed i miei due fratelli abbiamo deciso di recarci all'Hotelcostez di Cazzago San Martino (BS). Ci avviciniamo al locale e subito il buttafuori si presenta e dice: "ragazzi VOI non potete entrare!!!" Gli chiediamo spiegazioni e la risposta è stata: "dai lo sapete!" Abbiamo approfondito le motivazioni (nel frattempo il tizio ci invitava ad allontanarci e si infilava dei guanti in pelle..."non per il freddo").La motivazione è stata: SIETE EXTRACOMUNITARI, NON VI POSSO FARE ENTRARE! ASSURDO!!!ovviamente siamo entrati, ma per tutte le 2 ore della permanenza eravamo "scortati" con l'insistenza di lasciare il locale!!! La discussione è proseguita all'esterno perché il clima era "molto" teso. Sono senza parole! Nervoso, offeso... è proprio brutto tutto ciò! Ti saluto, la questione non finisce qui; ci torneremo per sottolineare il fatto che tutto ciò non è ammissibile, l'unica consolazione è che molti clienti rimanevano allibiti e sconcertati dell'accaduto! Un saluto, François.”