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Europa
Ci sono voluti quattro mesi, ma alla fine i Paesi Bassi sono riusciti ad avere un governo. Dalle urne, nelle elezioni dello scorso 9 giugno, non era uscito un chiaro vincitore e tutto si è complicato nella ricerca di possibili alleanze per la formazione di un esecutivo composto da diverse forze politiche. Dopo trattative estenuanti, lo scorso 28 settembre i liberali (Vvd) e i cristiano-democatici (Cda) sono riusciti ad accordarsi ma, anche così, in Parlamento avevano soltanto 52 seggi su 150. Un numero troppo esiguo per guidare il Paese. La soluzione, l'unica sembrata possibile e fattibile, è stata quella di chiedere l'appoggio al Partito della Libertà (Pvv) di Geert Wilders, forte di 24 deputati, per arrivare al fatidico 76, numero necessario per la maggioranza. Quello olandese sarà dunque un governo di minoranza guidato dal leader liberale Mark Rutte, 43 anni, a cui la regina Beatrice ha conferito l'incarico.
Ma l'appoggio esterno ovviamente non è gratis. Il partito di Wilders ha ottenuto l'impegno a un giro di vite in tema di immigrazione. Occorre dire che il Pvv non è entrato nella coalizione perché, come ha spiegato Mark Rutte, ha una visione diversa dell'Islam. Per il partito della Libertà si tratta di un'ideologia, per i liberali e i cristiano-democratici è, invece, una religione. Una precisazione che fa presagire un futuro complicato per il nuovo governo, soprattutto su temi delicati che hanno a che fare con i migranti.
Intanto il Pvv ha già ottenuto l’assenso su proposte come la messa al bando del burqa nei luoghi pubblici e l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina, sulla falsariga di quello insistentemente voluto dalla Lega Nord in Italia. Strappata inoltre le promessa di una non meglio precisata "stretta sull’immigrazione" per ridurre il numero degli stranieri. L’obiettivo, per Wilders, è diminuire del 25% il flusso di persone che ogni anno arrivano nei Paesi Bassi.
Una politica all’insegna del populismo, quella di Wilders, dichiaratamente antislamico. Una politica che proprio per questo ha saputo conquistare un forte consenso da parte di quegli olandesi che vedono la propria vita minacciata, oltre che dalla crisi economica, anche dall’immigrazione e dagli scontri religiosi. Nel Paese comunque la notizia dell’appoggio del Pvv al governo non ha suscitato clamori o polemiche. Come se i cittadini avessero capito che demonizzare il partito della Libertà gli avrebbe fatto solo guadagnare ulteriori consensi. Intanto Geert Wilders è finito sotto processo. L’accusa per lui è di istigazione all’odio e alla discriminazione contro gli immigrati musulmani. Il leader politico, che sarà giudicato dal Tribunale di Amsterdam, rischia fino a 16 mesi di carcere e 10.000 euro di multa. Un procedimento giudiziario che però potrebbe rivelarsi un boomerang, portando Wilders di nuovo agli onori delle cronache. E il leader del Pvv potrebbe utilizzare questo nuovo momento di notorietà per lanciare l’International Freedom Alliance, un’organizzazione europea che riproporrà gli stessi temi che hanno fatto la fortuna di Wilders nei Paesi Bassi. La lotta agli immigrati (soprattutto quelli musulmani), prima di tutto. Difficile dire se in questo caso sia meglio il silenzio o la denuncia a gran voce.
di Simona Volta (14 ottobre 2010)
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Wilders pensa in grande. Non accontentandosi più dei Paesi Bassi, il leader del Pvv sta pensando di "allargare i propri confini". Nei prossimi mesi sembra essere sua intenzione lanciare ufficialmente l’International Freedom Alliance, un’alleanza con altre formazioni di estrema destra, europee e non. Tutto comunque ruoterà sulla questione islamica. Nel Vecchio Continente Wilders ha ottimi rapporti con i britannici dello United Kingdom independence party, con il Partito del popolo danese e con una parte della CDU tedesca, quella che sembra pronta a lasciare il partito per crearne uno più a destra. Ma ad appoggiare anche economicamente il leader del Pvv c’è anche l’estrema destra israeliana, che continua ad opporsi alla realizzazione di uno Stato palestinese, e alcune associazioni americane che fanno leva sul timore di un’islamizzazione degli Stati Uniti.