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Nel Paese dei Balcani si vota il 3 ottobre sullo sfondo di un conflitto tra croati, musulmani e serbi sempre più forte

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Il prossimo 3 ottobre in Bosnia-Erzegovina si voterà per le elezioni politiche. Come è noto, la Bosnia è una Repubblica federale composta da due entità: la Repubblica Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione Croato-Musulmana. Ognuna delle due ha un proprio Parlamento. C’è una Presidenza della Repubblica Federale, unica per entrambe le entità, ma è tripartita: il presidente è a turno un serbo, un croato o un bosgnacco (musulmano). Il Parlamento federale è bicamerale con una Camera dei Rappresentanti e  una Camera dei Popoli. Questo complesso assetto è figlio della farraginosa ingegneria costituzionale seguita agli accordi di Dayton che, nel 1995, posero fine alla guerra cercando di disinnescare la conflittualità interculturale. Invano.



Il conflitto tra croati, musulmani e serbi è andato radicalizzandosi. Non passa giorno senza che Milorad Dodik, il premier della Repubblica Srpska, minacci la secessione e lanci attacchi verso i musulmani. Dodik è la chiave di queste elezioni: prima oppositore di Milosevic, oggi nazionalista, egli punta allo spappolamento della compagine politica musulmana e al rafforzamento delle autonomie serbe. La sua campagna elettorale è iniziata proprio dalla proposta di vietare il niqab. Una polemica pensata per screditare la già debole compagine musulmana che si presenta alle elezioni divisa e tenuta in scacco dalla progressiva influenza del clero: Mustafa Ceric, il gran mufti di Sarajevo, si comporta come un vero e proprio capo di partito, cercando di traghettare la Bosnia verso un islamismo radicale che non gli è proprio. Infatti pochissime donne in Bosnia portano il velo integrale e si tratta per lo più delle mogli dei guerrieri islamisti che, dall’Arabia Saudita, dalla Cecenia, dal Nord Africa, si infiltrarono tra i combattenti musulmani durante la guerra degli anni Novanta. Alcuni di questi, finita la guerra, rimasero nel Paese balcanico rendendosi protagonisti di atti di terrorismo. Verso di loro i politici musulmani si sono mostrati troppo tolleranti, perdendo di credibilità. La questione del niqab assume una valenza speciale in questa elezione quale simbolo della lotta tra una Bosnia “occidentale” e una “musulmana” che guarda alla Turchia, all’Arabia Saudita, all’Iran. Tale competizione s’incardina sul tema della ricostruzione post-bellica: mentre la Bosnia Erzegovina è stata inserita a pieno titolo nel processo d’integrazione europea, sempre più ingenti sono gli investimenti provenienti dai Paesi islamici, con evidenti contraccolpi geopolitici.



Tra i leader musulmani Alia Iztbegovic, del Partito d’Azione Democratica, è uno di quelli che puntano alla radicalizzazione dell’Islam bosniaco. Il premier turco Erdogan lo definì un “eroe dell’Islam”
. Il partito di Iztbegovic è però osteggiato da quello di Fahrudin Radoncić, uomo d’affari bosgnacco, proprietario del quotidiano “Dnevni Avaz”, sceso in campo con la forza dei suoi quattrini. E’ l’uomo nuovo della parte musulmana.



I croati hanno nell’HDZ (Comunità Democratica Croata) il loro partito, figlio diretto dell’omonimo movimento di destra presente in madrepatria, raccoglie quei croati nazionalisti che non rinunciano alla riunificazione con Zagabria. Costoro hanno nell’elemento religioso-messianico il loro punto di forza e nella Vergine di Medugorje il simbolo della loro identità. I partiti serbi non sono da meno in quanto nazionalismo: da un lato troviamo il Partito Democratico Serbo (SDS), di estrema destra ultranazionalista, ex formazione del criminale di guerra Radovan Karadžić. Dall’altro c’è l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD) del già citato Milorad Dodik.



Proprio Dodik è la chiave di queste elezioni
. Un successo del suo partito porterebbe più potere all’entità serba allontanando la Bosnia dall’Europa comunitaria poiché l’approfondimento del solco che divide le tre comunità impedirebbe la condivisione delle necessarie riforme costituzionali. La Bosnia Erzegovina si trova allora in bilico tra le tentazioni islamistiche, l’integrazione europea, lo sfaldamento politico e territoriale, la secessione. Dalle urne si saprà in quale direzione andrà il Paese.

di Matteo Zola (30 settembre 2010)

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Le forze in campo

Partito d’Azione Democratica (SDA): guidato da Alija Izetbegović, già presidente della Bosnia Erzegovina dal 1990 al 1996, è il principale partito della comunità bosgnacco-musulmana. Alle elezioni del 2006 ha conseguito il 16,9% dei voti.

Partito per la Bosnia Erzegovina (SBIH)
: formazione moderata di ideologia liberalconservatrice. E’ guidata Haris Silajdžić, leader centrista islamico già Primo Ministro bosniaco negli anni ’90, ha ottenuto nel 2006 il 15,5% dei voti. 

Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD)
: guidato da Milorad Dodik, attuale Primo Ministro della Republika Srpska, su posizioni nazionaliste, anti-musulmane e secessioniste: il sogno mai celato è quello di riportare la Republika Srpska sotto Belgrado. Alle elezioni del 2006 si è aggiudicato il 19,1% dei voti.

Partito Democratico Serbo (SDS)
: ex formazione del criminale di guerra Radovan Karadžić, l’SDS è un partito di estrema destra ultranazionalista. Nel 2006 si è attestato sul 7,7 % dei voti.

Comunità Democratica Croata (HDZ)
: è il principale partito “etnico” della comunità croata. Conservatore, nazionalista e cattolico, alle elezioni del 2006 ha raggiunto il 4,9% dei voti.

Partito Socialdemocratico di Bosnia-Erzegovina (SDP)
: partito “multietnico” comprende al suo interno esponenti delle tre comunità nazionali, attualmente è guidato da Zlatko Lagumdžija. Nel 2006 ha conseguito il 10,1% dei voti.

Naša Stranka (NS –  trad: Il Nostro Partito)
: formazione “multietnica” di ispirazione progressista, fondata nel 2008. Tra i fondatori vi è anche Danis Tanović, regista premio Oscar per il film “No Man’s Land”.

Unione per una Bosnia migliore (SBB)
: partito politico fondato Fahrudin Radoncić, uomo d’affari bosgnacco, proprietario del quotidiano “Dnevni Avaz”.