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Adesso anche la Svezia deve provare a guardarsi in faccia e capire in che direzione andare. Perché, esattamente come previsto dai sondaggi, nelle elezioni di domenica 19 settembre, l’estrema destra ha ottenuto voti a sufficienza per riuscire a entrare in Parlamento con 20 suoi esponenti per la prima volta nella storia del Paese.


Il premier uscente Fredrik Reinfeldt, al comando dell’Alleanza dei Moderati, coalizione di centrodestra, non ha invece raccolto abbastanza preferenze da poter formare un governo senza dover chiedere l’appoggio di un altro partito. La scelta di Reinfeldt si orienta verso i Verdi che però, al momento, non sembrano intenzionati a rompere l’alleanza con i socialdemocratici (che in queste elezioni hanno ottenuto il peggiore risultato dal 1914) e la sinistra.


D’altra parte il primo ministro ha più volte dichiarato che mai e poi mai si alleerà con gli estremisti dei Democratici svedesi, il partito guidato dal giovane Jimmie Akesson. A questo punto potrebbe formarsi un esecutivo formato da una grande coalizione. Tutti assieme contro la destra più estrema. Oppure Reinfeldt potrebbe formare un governo di minoranza, con il rischio di cadere alla prima difficoltà e dover chiamare gli svedesi a elezioni anticipate (una novità assoluta per il Paese).


Da sempre "isola felice" d’Europa, la Svezia è passata quasi indenne attraverso la crisi che ha colpito gran parte del Vecchio Continente
. Quest’anno la sua economia crescerà del 4% rispetto al 2009 e dal 2012 le finanze dovrebbero tornare sopra il pareggio. Decisamente non male per una nazione che è anche patria del Welfare, dello stato sociale (messo in piedi proprio dai socialdemocratici) che si prende cura del cittadino da quando nasce a quando muore. Dove tutto funziona. Dove ospedali e scuole pubblici garantiscono il necessario e anche di più, al punto che quasi nessuno si rivolge a strutture private. Certo, qui le tasse sono alte (praticamente il 50% del proprio reddito), ma tutti le pagano contribuendo così al bene comune. Ed è sulle tasse e sullo stato sociale che i due schieramenti si sono affrontati in campagna elettorale, mentre gli estremisti di destra, i Democratici svedesi, insistevano sul pericolo dell’islamizzazione della società.


Perché la Svezia è anche tra i Paesi più all’avanguardia per le politiche d’asilo. Qua, dove gli immigrati rappresentano quasi il 14% della popolazione, arrivavano soprattutto persone in fuga dalla propria terra. Anni fa giungevano dalla Turchia e della Siria, poi è stata la volta dei serbi dell’ex Jugoslavia, oggi sono soprattutto iracheni, afghani e somali. A chi arriva, Stoccolma assicura quelli che considera beni "di prima necessità": un alloggio e sussidi. Anni luce da quanto accade nel resto d’Europa.


Il problema è che ora alcuni svedesi iniziano a pensare che queste spese siano diventate eccessive. Che i tagli effettuati dal governo negli ultimi quattro anni per risanare il bilancio, con ricadute anche sullo stato sociale, siano colpa degli immigrati che arrivano, ma che hanno bisogno di tempo per integrarsi. Un processo che può durare svariati anni e che costa alla società. In più, la disoccupazione che anni fa era praticamente prossima allo zero ora è circa dell’8%. E gli immigrati fanno paura perché "portano via lavoro". I Democratici svedesi hanno poi instillato il timore dell’arrivo imminente della rivoluzione islamica, sostenendo che tutti i musulmani sono estremisti islamici. Teorie assurde ma che hanno fatto breccia negli elettori che hanno scelto di farli entrare in Parlamento. Per la Svezia è la fine di un’epoca, come hanno titolato molti quotidiani il giorno dopo le elezioni? O ciò che sta accadendo può essere un modo per provare a ripartire? La sfida ora è cercare di rimarginare un tessuto sociale che appare lacerato, riappropriandosi del ruolo di faro illuminante per il resto d’Europa.

di Simona Volta (23 settembre 2010)

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Chi è Jimmie Akesson

 

 

Jimmie Akesson, nato nel 1979, guida i Democratici svedesi dal 2005. Capelli bruni impomatati, faccia da ragazzino, ha convinto gli elettori grazie a una politica dal basso. Ha conquistato le assemblee parrocchiali della Chiesa luterana, uno degli ultimi simboli dell’identità nazionale, ripulendo l’immagine di un partito i cui esponenti, fino a pochi anni fa, sfilavano facendo il saluto nazista. L’identikit dell’elettore che vota per lui è maschio, giovane, con un lavoro manuale, residente per lo più nel sud del Paese (dove maggiore è il numero degli immigrati). Ma la Svezia non sembra voler restare a guardare. Il giorno dopo le elezioni, infatti, è scattata la protesta. A Stoccolma e a Goteborg, le due città più importanti del Paese, migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza contro l’ingresso in Parlamento dell’estrema destra. I manifestanti, che si sono organizzati tramite un rapidissimo passaparola sui social network, hanno scelto come slogan "no ai razzisti".