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Europa
La Russia è pronta ad abolire i visti di ingresso necessari ai cittadini dell’Unione Europea e ha già consegnato a Bruxelles una bozza di accordo in materia. Ma l'Europa sembra non avere alcuna fretta. La questione dei visti d'ingresso tra Bruxelles e Mosca è annosa ed è tornata alla ribalta di recente in occasione del 25° summit Ue-Russia svoltosi dal 31 maggio al 1 giugno a Rostov na Donu.
Il Cremlino ha posto l’argomento come priorità dei colloqui, ricevendo in cambio dai delegati europei solo una tiepida promessa di “studiare” la proposta. Ma di fatto portando a casa un significativo passo avanti nella sua battaglia. La questione è delicata: da una parte l’Ue spera di rafforzare il rapporto economico-commerciale con l’orso russo; dall'altra, però, una concessione di questo tipo metterebbe in crisi i rapporti di Bruxelles con le ex repubbliche sovietiche dell’Est Europa, da poco entrate nel piano di Partenariato Orientale (come Ucraina e Moldavia), che prevede gradualmente anche la liberalizzazione dei visti. In più Bruxelles dovrebbe fare i conti con i timori degli elettori europei per l’arrivo di un potenziale flusso incontrollato di nuovi immigrati.
L’idea di passare ad un regime senza visti per Ue e Russia è apparso nel 2003 al vertice di San Pietroburgo. Per gli europei, sino al 2006, poter soggiornare in Russia un intero anno era molto facile, bastava chiedere il visto business. Poi una commissione europea, presieduta dal ministro Franco Frattini, all’epoca vicepresidente della Commissione europea, si occupò di promuovere un accordo 'di facilitazione dei visti tra Unione Europea e Russia', che introdusse un limite di permanenza nella Federazione di massimo 90 giorni.
Un anno fa sempre Frattini, da ministro degli Esteri, affermava che l’abolizione dei visti sarebbe già stata possibile nel 2010. Il 2 marzo 2010 il presidente francese Nicolas Sarkozy, a sua volta, ha assicurato di promuovere l’idea dell’abolizione dei visti in sede europea. La transizione verso un regime senza visti è sostenuta anche da Finlandia, Spagna, Grecia, Portogallo e - sebbene più moderatamente - anche dalla Germania. Ma si tratta finora solo di parole e buone intenzioni, per i russi. Che ora iniziano a scalpitare. A marzo il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha accusato l’Ue di passività e di inventare condizioni artificiali per l'abolizione dei visti: “Non c’è nessun ostacolo sul percorso verso un regime senza visti; io vedo la volontà politica di molti membri dell’Unione europea“.
Tuttavia, il ministro ha sottolineato: “Quando la Russia ha invitato Bruxelles a introdurre delle regole comuni per la concessione di permessi di lavoro, la Commissione europea non ne ha avuto nessun entusiasmo”. Bruxelles rimane cauta, sostenendo che prima che ciò possa avvenire la Federazione Russa dovrà introdurre passaporti più sicuri, dotati di dati biometrici, e dovrà applicare maggiori controlli di sicurezza ai confini.
Un altro punto fondamentale nell’agenda di Mosca è la creazione di un partenariato con l’Ue per la modernizzazione, che permetterebbe al Paese di accedere a tecnologie e know-how occidentali e quindi applicare nuove riforme. Tuttavia, secondo le autorità russe, senza la liberalizzazione dei visti il processo di modernizzazione non sarebbe efficiente.
Nonostante la Russia stia mettendo le mani avanti, alcuni paesi dell’Unione, come pure gli aspiranti membri, hanno già espresso il loro parere negativo sulla politica dei visti: la Polonia, ad esempio, ritiene che la questione non sia una priorità esclusivamente russa, ma anche di altri Paesi dell’ex blocco sovietico; l’Estonia, invece, crede che la modernizzazione possa avvenire solo nel momento in cui la Russia entrerà nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio.
La liberalizzazione dei visti è diventato un traguardo dal forte valore psicologico, politico ed economico per la gran parte dei “vicini orientali”. Finora solo Serbia, Montenegro e Fyrom (Macedonia) hanno conquistato l’agognato riconoscimento. Mentre sta andando avanti l’iter di approvazioni per Albania e Bosnia-Erzegovina. Al momento, nessun Paese dell’ex Unione Sovietica fuori dall’Ue ha ancora ottenuto l’abolizione dei visti.
di Marta Allevato (10 giugno 2010)
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Mentre cerca la liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini diretti in area Schengen, Mosca porta avanti una politica protezionistica nei confronti dell’immigrazione entro i suoi confini. Gli immigrati in Russia devono essere utili “all’economia”, qualificati e “non creare una controproducente concorrenza sul mercato del lavoro per i nostri cittadini”, come ha spiegato lo stesso premier Vladimir Putin, commentando i dati che hanno certificato un dimezzamento del numero di immigrati ufficiali nel 2009.
In un momento in cui la crisi economica ancora morde la popolazione, rimane urgente il problema della disoccupazione. Da più parti la società ha chiesto di tutelare prima di tutto i “russi di Russia”. Così il Cremlino applica politiche protezionistiche, che più che mirare al bene del Paese – il cui sviluppo si basa anche sulla manodopera straniera, visto il drammatico calo demografico in atto - guardano al consenso elettorale.
Il numero di permessi di lavoro per i cittadini stranieri nel 2009 è diminuito del 30% ed è stato pari a poco meno di 1,5 milioni. Secondo i dati della Federal Migration Service della Russia, solo l’anno scorso sono stati espulsi il 70% in più dei cittadini stranieri, rispetto al 2008. In Russia non ci sono statistiche attendibili sul numero degli immigrati, anche per via dell’ambigua definizione di 'stranieri' attribuita alla maggior parte di essi.
Secondo alcuni giornali si tratterebbe di circa 20 milioni di persone. Fonti governative riportano dati che vanno dai 3 ai 6 milioni. Per 'stranieri' si intende per lo più cittadini dell’ex Unione Sovietica, i quali (tranne baltici, georgiani e turkmeni) possono entrare in Russia senza bisogno del visto, cercarsi un lavoro e ottenere un permesso trimestrale prolungabile fino a un anno. Accanto a questi, e primi per numero, si collocano i russi etnici di Moldavia, Ucraina e Kazakhstan. Ci sono, poi, gli irregolari veri e propri, soprattutto cinesi e coreani.