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Un laboratorio politico. Così, da più parti, è stato definito il nuovo governo di Londra. Un esecutivo nato all’incirca una settimana dopo le elezioni dello scorso sei maggio, dall’accordo tra due partiti: quello conservatore guidato da David Cameron (ora ufficialmente il premier britannico) e quello liberal-democratico di Nick Clegg (ora vice-premier).

 

Una situazione di spartizione del potere politico che non accadeva dal 1974. Fuori dai giochi i laburisti del ex primo ministro Gordon Brown, che scontano il difficile momento economico che sta attraversando il Paese e qualche gaffe di troppo in campagna elettorale.

 

Intanto c’è già chi si chiede se questa coalizione di governo resisterà fino al termine della legislatura (5 anni) o se Cameron e Clegg finiranno col litigare. In campagna elettorale i due si sono scontrati duramente, praticamente su tutti i temi all’ordine del giorno.

 

Poi a una manciata di giorni dal risultato delle urne e le successive frenetiche ore alla ricerca di un accordo, sono apparsi davanti al numero 10 di Downing Street e hanno risposto ai giornalisti chiamandosi per nome e sembrando perfino grandi amici. Tra le perplessità di stampa e cittadini. Perché di punti in comune, tra i programmi che avevano presentato prima del 6 maggio, praticamente non ce n’erano. E infatti le prime scelte del governo di coalizione rispecchiano l’agenda dei Tories.
Come la questione immigrazione.
In campagna elettorale i lib-dem avevano appoggiato una politica comunitaria sul diritto d'asilo e la possibilità, per chi vive nel Paese da almeno dieci anni, di ottenere la cittadinanza. In sostanza era prevista una regolarizzazione, seppur parziale, dei clandestini. In più Clegg aveva parlato di favorire l’immigrazione in alcune zone sottopopolate, contrastandola invece in quelle già sature (come Londra).

 

In realtà, come ha spiegato il neo ministro dell’Interno, la conservatrice Theresa May, sarà introdotto un tetto annuale di 50mila ingressi all’anno. Cifra che comprende comunitari ed extracomunitari. E non vi sarà alcuna regolarizzazione, come chiedeva il partito liberal-democratico.

 

Nella legislazione britannica il reato d’immigrazione clandestina è in vigore dal 1971. Chi entra nel Paese violando un provvedimento di espulsione o senza un documento valido per l’ingresso o si trattiene oltre la validità del suo permesso di soggiorno, rischia la reclusione fino a sei mesi e/o una sanzione pecuniaria.

 

Nel Regno Unito, peraltro, non basta avere un lavoro per ottenere il permesso di soggiorno: può entrare nel Paese solo chi ha una professionalità specifica indicata dal governo. E i conservatori promettono ai britannici di consentire l’accesso soltanto a coloro che possono portare valore aggiunto all’economia. Praticamente si cercherà di vietare l’ingresso chi svolge un lavoro che anche un cittadino britannico, magari con un’adeguata formazione, può compiere.

 

Quindi: mi servi, entri. Diversamente, stai fuori. Downing Street pensa anche a una restrizione dei permessi di studio e a un’estensione ad altre categorie dell’esame di inglese (oggi lo deve sostenere chi entra a contatto con il pubblico). Tempi duri, per chi cerca di andare Oltremanica.  Almeno per i prossimi cinque anni. Ma chissà se la ‘strana coppia’ Cameron-Clegg rimarrà in carica così a lungo.

di Simona Volta

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Il governo Cameron

Il governo Cameron è composto da 21 ministri: 17 conservatori 4 liberaldemocratici, a ribadire che le elezioni sono state vinte dai Tories. Il programma del nuovo esecutivo è stato presentato, come vuole la tradizione, dalla Regina Elisabetta II. Prevede 22 leggi che dovrebbero riformare il Paese e che riguardano, oltre l'immigrazione, il sistema politico, lo stato sociale, le relazioni con l'Unione europea, le pensioni, il mercato, la burocrazia, la scuola, il settore energetico e perfino il sistema scolastico e postale.

 

Tra gli obiettivi per i prossimi 5 anni: l'organizzazione di un referendum per modificare il sistema elettorale (ora è maggioritario assoluto) e introdurre almeno una quota di proporzionale. I parlamentari inoltre non potranno restare in carica più di cinque anni. Ogni nuova delega di potere a Bruxelles dovrà essere sottoposta a referendum. Sarà rivista l'età pensionabile e privatizzate parzialmente le poste.

 

Dovrà essere migliorata l'efficienza energetica e ridotte le emissioni di anidride carbonica. Previsti inoltre maggiori fondi per le università e per l'istruzione dei ragazzi più poveri. Queste le promesse. Staremo a vedere quante ne saranno mantenute.