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Europa
In Europa stiamo assistendo a una progressiva "svolta a destra". Segnali preoccupanti arrivano dalle ultime tornate elettorali di Paesi Bassi e Ungheria, dove i partiti xenofobi hanno riscosso il maggior numero di consensi. Anche in Francia però dalle scorse amministrative sono emersi segnali preoccupanti.
Su questo progressivo radicalizzarsi delle posizioni abbiamo chiesto un commento al professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori e Sociologia delle migrazioni presso la Facoltà di scienze politiche dell'Università Statale di Milano. Il Professor Ambrosini è anche direttore della rivista 'Mondi migranti'.
Professore, la prima domanda. Perché l'Europa vira a destra?
"Ciò che più colpisce è che si tratta di un problema europeo perché Stati Uniti e Sudamerica sembrano invece andare in direzione opposta. E il problema europeo ha diverse sfaccettature. Proviamo infatti a pensare alle ultime elezioni regionali in Francia: un risultato che boccia la politica del presidente Nicolas Sarkozy. Nel Vecchio Continente, inoltre, spesso il voto va a chi non è al potere, è una sorta di voto contrario ai partiti al potere.
Se cerchiamo un fattore comune che leghi i Paesi europei, lo possiamo trovare nella nostra complessa realtà, una realtà in cui lo straniero diventa capro espiatorio. L'immigrazione mette in crisi l'ordine sociale. La nostra società omogenea, le nostre 'pratiche sociali' vengono messe in discussione. Gli stranieri, che a loro volta si organizzano, diventano visibili e cambiano i profili delle città (ed ecco che i minareti diventano simboli dell'alterità).
La comunità locale, che si presume essere ordinata, si vede minacciata dagli stranieri. Soprattutto dagli stranieri poveri giudicati rapaci, invasori e sottosviluppati. Perché in realtà la società europea è più portata ad accettare gli stranieri benestanti, magari bianchi. Alterità e povertà rendono l'immigrazione male accolta".
È pur vero che oramai la nostra società non può più fare a meno di loro...
"Sì è vero. Ma nelle città ormai certi lavori vengono definiti "da immigrati". Se possibile, si evitano quartieri abitati da immigrati e i condomini in cui vivono persone provenienti da Paesi lontani perdono valore economico. È come se la prossimità con la povertà rovinasse la nostra immagine sociale.
Accanto a tutto questo dobbiamo sottolineare come i reati commessi dagli immigrati facciano scalpore, molto più scalpore di quello commesso da un europeo. Faccio un esempio tutto italiano. Sui giornali si è dato ampio spazio alla notizia che un immigrato aveva ucciso la propria figlia perché non accettava il suo fidanzamento con un italiano. Ma la notizia di un padre italiano che ha commesso lo stesso delitto, perché rifiutava il legame della ragazza con un extracomunitario, è rimasta sulle pagine dei quotidiani soltanto un giorno".
Secondo lei perché?
"Perché è come se l'immigrato restasse sempre sotto osservazione. Viene sempre considerato un 'sorvegliato speciale'. Se qualcuno di noi compie un reato lo si considera come un individuo che ha problemi, se a compiere lo stesso reato è uno straniero il problema diventa 'culturale'".
Quanto influisce la crisi economica che l'Europa sta vivendo?
"Secondo me il pregiudizio è una costante e non dipende dalla crisi economica. Le spiego: noi abbiamo pregiudizi che restano immutati nel tempo, ma il bersaglio di questi pregiudizi cambia. Possono essere i musulmani, poi i rom, poi di nuovo i musulmani. A seconda di quello che accade e del momento, ma la crisi c'entra soltanto in parte".
L'Europa spesso si richiama alle proprie origini cristiane. A volte chiedendo che i valori proposti dal cristianesimo vengano tutelati. Ma l'atteggiamento che noi europei abbiamo nei confronti dell'altro, non è un po' poco cristiano?
"In Europa si è affermato un cattolicesimo civile 'del presepe', non del Vangelo, del crocefisso, non della croce. Noi italiani siamo cattolici soltanto anagraficamente. I cristiani si identificano soltanto per contrapposizione a qualcuno, non per aver davvero uniformato la propria vita ai dettami del Vangelo".
Lei è l'autore del libro "Richiesti e respinti", edito da Il Saggiatore e uscito a marzo, in cui tratta proprio delle migrazioni.
"Sì, le migrazioni sono un fenomeno antico quanto l’umanità ma oggi è tra i fattori più visibili e controversi di cambiamento della nostra civiltà. Noi europei abbiamo un rapporto contraddittorio con gli immigrati. Vorrei citare la frase di Woody Allen 'A volte mi accorgo di avere idee che non condivido'. Ecco, per noi è lo stesso. È come se molti pensassero che i migranti dovrebbero sparire quando non servono. Nel senso che finché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare, vanno bene. Ma finito il lavoro dovrebbero essere invisibili.
Nel mio libro parlo appunto del mercato del lavoro. Con l'Italia che in Europa è il Paese che ha fatto più sanatorie: 6 per l'esattezza, più 2 decreti flussi. E le ha fatte soprattutto quando il governo era di centrodestra (il che stride con i proclami fatti durante le campagne elettorali). Una parte del libro è invece dedicata alle cosiddette 'aree critiche', ai diritti dei più deboli, come quelli di rom e rifugiati. E infine racconto dei nuovi protagonisti, vale a dire dei migranti che intraprendono e dei giovanissimi in cerca d'identità".
Perché su questo tema si fanno sempre discorsi populisti?
"Resto sempre meravigliato dall'approssimazione con cui in tutta Europa si parla del tema dell'immigrazione. Normalmente si fanno discorsi basati sui pregiudizi. Per esempio pochi dicono che è fondamentale una politica per i ricongiungimenti familiari: normalmente coloro che vivono in famiglia (soprattutto i più giovani) sono meno esposti alla devianza. Di solito i protagonisti di violenze, disordini e tensioni sono giovani, maschi e soprattutto soli".
Torniamo al discorso economico. Gli immigrati producono e consumano e sono una parte fondamentale della nostra struttura economica.
"Certo. E non dimentichiamoci che in Europa e in Italia gli immigrati sono un mercato importante. Le faccio un esempio, solo nel nostro Paese i consumatori stranieri sono circa 4 milioni. Al mercato di Porta Palazzo, a Torino, ormai il 50% dei consumatori è straniero. Ma è come se volessimo avere soltanto i benefici che derivano dalla presenza dei migranti senza affrontare i problemi che questa presenza oggettivamente comporta, né pagarne i costi. E per pagarne i costi intendo i costi economici delle ricongiuzioni familiari, dell'istruzione".
Esiste una 'ricetta' per rendere meno complicata questa convivenza, questo lento processo d'integrazione?
"Non c'è un'unica ricetta. ma ci sono diversi livelli di accoglienza. La prima cosa da fare, anche a livello europeo, è occuparsi del Welfare. Occorre uno stato sociale che includa tutti e in questo alcuni Paesi europei sono più avanti. Poi occorre l'accesso alla cittadinanza. Gli immigrati devono poter diventare cittadini del Paese in cui vivono. Occorre farli diventare un soggetto politico. È necessario che possano, per esempio, accedere al pubblico impiego. Ed è anche un modo per responsabilizzarli".
Secondo Lei è un'utopia?
"No. Io non sono affatto pessimista. Oramai anche da noi si discute se concedere la cittadinanza dopo 5 o 10 anni. Non ci sono Paesi democratici dove non si accede mai alla cittadinanza. Ovunque però i toni devono essere meno accesi e l'attenzione più alta.
Nelle università per esempio questo tema è molto sentito: si moltiplicano corsi e studi su questo argomento e questo è un segnale positivo. Vorrei fare un'ultima considerazione sulla politica. Nella società europea si assiste sempre più a una divaricazione tra le elite e le masse. Queste ultime nutrono rancore per le elite favorevoli alla mobilità all'interno dell'Europa e all'immigrazione e ripiegano verso formazioni politiche che traducono in politica il loro linguaggio e le loro paure".
La paura dell'altro, come sempre.
di Simona Volta
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Nelle elezioni europee del 2009 la vittoria del Partito Popolare europeo (in cui confluiscono i partiti liberal-conservatori e cristiano democratici) è stata schiacciante. 265 i seggi conquistati a Bruxelles su un totale di 736. Il Partito Socialista europeo/Partito Democratico è riuscito a portare a casa ‘soltanto’ 184 seggi. La conferma di una scelta “di destra” degli europei arriva anche da gran parte delle politiche e delle amministrative che si sono svolte in questi ultimi dodici mesi. E a fianco della destra spesso si sono imposte formazioni populiste con connotazioni razziste e xenofobe. Partiamo dall’ultimo caso: quello dell’Ungheria dove nei giorni scorsi il partito Jobbik ha ottenuto quasi il 17% dei voti, grazie a una campagna elettorale che faceva leva sulla nostalgia del passato, sull’esaltazione nazionalista e la criminalizzazione della popolazione rom. Con malcelati toni antisemiti.
E se alle amministrative francesi si sono imposti quasi ovunque i socialisti, è pur vero che il Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen in molte Regioni ha raggiunto la soglia del 20% delle preferenze.
Anche nella democrazia di Copenhagen il partito del Popolo Danese, che appoggia il governo, non nasconde la sua fobia per l’Islam e per gli immigrati musulmani. E in Svezia, dove in autunno si andrà alle urne, una formazione simile potrebbe entrare in Parlamento. Un segnale importante sarebbe potuto arrivare dalla Polonia dove a giugno sono in programma le presidenziali, ma la consultazione elettorale sarà falsata da quanto accaduto lo scorso 10 aprile. In Germania a settembre si era registrata la più grossa sconfitta dei socialisti da 60 anni a questa parte, con un’astensione record dalle urne. Mentre nei Paesi Bassi, qualche mese dopo (marzo 2010), saliva alla ribalta una formazione politica come quella di Geert Wilders con una chiara caratterizzazione xenofoba e antieuropeista. Gli Olandesi il 9 giugno torneranno a far sentire la propria voce per elezioni politiche anticipate dopo la caduta del governo. A poco più di sei mesi dalle elezioni in Grecia, con la schiacciante vittoria dei socialisti dell’attuale primo ministro Papandreou, viene da chiedersi se il risultato sarebbe lo stesso se i greci tornassero oggi al voto.