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Il Paese si prepara a votare in massa i partiti conservatori e xenofobi, nonostante il governo socialista sia riuscito a rimettere in piedi l'economia. Per l'aggiornamento vedi la breve

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Pochi giorni al voto. Domenica l’Ungheria si recherà alle urne per il rinnovo del Parlamento (210 seggi da assegnare con il sistema proporzionale) e i risultati sono scontati. Da mesi i giochi sembrano fatti e tutti i sondaggi danno per vincente Fidesz, il partito di destra oggi all’opposizione, con percentuali che oscillano tra il 41 e il 57%. Una maggioranza schiacciante, dunque, che farà di Viktor Orban, 47 anni, il prossimo primo ministro. Non si tratta di un volto nuovo, ma di un ritorno: Orban infatti ha già ricoperto la carica di premier dal 1998 al 2002.



Ma la notizia preoccupante è che Jobbik, il partito ultranazionalista di estrema destra, potrebbe diventare addirittura la seconda forza politica ungherese.

La situazione economica del Paese fino a poco tempo fa era drammatica: l’Ungheria era sull’orlo della bancarotta. Il premier Gordon Bajnai, a capo di un governo tecnico formatosi nella primavera del 2009, per prima cosa ha dovuto risanare il bilancio ungherese per rispettare i parametri europei, poi ha dovuto far fronte alla crisi mondiale chiedendo un prestito da 20 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale e all'Unione Europea. Proprio lo scorso 25 marzo l’FMI ha sbloccato l’ultima tranche del prestito a Budapest pari a 2,4 miliardi di euro. L'Ungheria però, come ha fatto sapere il ministero del Tesoro, per il momento non intende utilizzare la somma disponibile, esattamente come per la penultima rata, di pari importo, incassata a dicembre, per conservare il denaro nell’eventualità di ulteriori emergenze.

Dopo un anno di governo Bajnai la situazione è migliorata: i conti pubblici sono stati in gran parte risanati, il deficit è tornato a livelli accettabili (è al 4%) e il fiorino, la moneta nazionale, si è apprezzato del 15% sull’Euro. Ma la vita in Ungheria resta difficile: molte attività economiche hanno chiuso e tantissimi magiari si sono trovati, da un giorno all’altro, senza lavoro e per di più con un mutuo sulle spalle. La disoccupazione, secondo l’Ufficio centrale di statistica, nei primi tre mesi del 2010 è arrivata all’11,4% (nel giugno 2008 era al 7,7%) e in tantissimi avevano chiesto un prestito alla banca per acquistare una casa perché il boom economico, iniziato dopo la caduta del comunismo, sembrava non dovesse finire mai.

Ma una politica fatta di sacrifici e risanamento evidentemente non paga. Gli ungheresi sembrano essere stanchi della politica di rigore voluta dai socialisti dell’MSZP. E la soluzione più “semplice”, anche qui, come in altre parti d’Europa, appare quella di rivolgersi ai partiti di estrema destra, nazistoide, come Jobbik che fa leva sullo scontento generale, aizzando l’odio verso i rom, gli ebrei, gli omosessuali, gli stranieri, i comunisti. Verso tutte le minoranze etniche e non, insomma. Un odio che colpisce perfino l’Unione europea. E se Fidesz durante tutta la campagna elettorale ha evitato di parlare di programma di governo, Jobbik con il suo leader Gabor Vona ha promesso una politica antieuropea, razzista e autoritaria.

L’unica incognita di questo appuntamento elettorale è la percentuale di voti che Fidesz otterrà: se sarà superiore ai due terzi del Parlamento potrà governare da solo, altrimenti dovrà allearsi con l’estrema destra razzista che probabilmente otterrà il 15% delle preferenze.


Per i socialisti intanto si annuncia una batosta clamorosa: passerebbero dal 43% del 2006 al 15%
. Un testa a testa dunque con Jobbik che potrebbe scalzare il partito ora al governo persino dalla seconda posizione.

Il secondo turno delle elezioni politiche in Ungheria è convocato per il 25 aprile. Solo allora sapremo quanto il Paese ha virato a destra

di Simona Volta

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Il punto



Per capire cosa sta accadendo, o meglio, cosa sta per accadere in Ungheria, dobbiamo ripercorrere le vicende che negli ultimi anni hanno caratterizzato la vita politica del Paese.

Dal 2002 il governo è retto dall’MSZP, il partito socialista che, pur con una visione economica piuttosto liberale, ha tentato di realizzare uno “stato sociale” che garantisse i diritti di base alla popolazione e ha portato avanti un processo di avvicinamento all’adozione della moneta unica europea (prevista per il 2014).

A capo di un esecutivo tecnico, dallo scorso anno, c’è Gordon Bajnai
, ex ministro delle finanze, subentrato a Ferenc Gyurcsány che, nel marzo 2009, aveva lasciato la guida di un governo di minoranza. Da anni la popolarità dell’ex premier era in netto ribasso. Tutto era iniziato nell’autunno del 2006 quando la stampa riportò delle registrazioni filtrate da una riunione dei socialisti a porte chiuse, durante la quale Gyurcsány ammetteva di aver nascosto, in campagna elettorale, il grave stato economico del Paese per poter vincere la consultazione. I toni della protesta contro l’allora primo ministro si alzarono, e a Budapest si registrarono duri scontri con centinaia di feriti. 

Bajnai, noto uomo d'affari ungherese, ha accettato di diventare premier in una situazione d'emergenza e ha messo in campo un rigido programma d'austerità, necessario per rimettere a posto i conti pubblici. Nel momento in cui accettò la carica chiarì subito che intendeva ricevere uno stipendio annuale simbolico (pari 4 centesimi di euro) in segno di solidarietà con gli altri pubblici dipendenti cui erano state tagliate le retribuzioni.