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Le ripercussioni della crisi economica del Paese, e una campagna elettorale incentrata sulla politica dell’immigrazione del governo spagnolo, mettono in seria difficoltà gli immigrati

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Economia e politica. La crisi e le elezioni amministrative che si terranno il prossimo autunno in Catalogna. Due elementi che sembrano intrecciarsi e diventare temi portanti per la Spagna. Il Paese sta vivendo un periodo di estrema difficoltà e la ripresa stenta a decollare, al punto che l’Unione Europea ha inserito il Paese tra i cosiddetti Pigs, acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna appunto. Il termine ha una connotazione decisamente dispregiativa e sottolinea il pessimo andamento delle economie di questi Stati.



I numeri della crisi spagnola sono agghiaccianti. Dopo anni di un boom che sembrava non conoscere fine, la disoccupazione ormai è vicina al 20% e tra i più giovani ha una incidenza che sfiora il 40%. Per l’Istituto nazionale di statistica alla fine del 2009 i disoccupati in Spagna erano 4.326.500: il 18,83 per cento della popolazione attiva. Più di un milione di persone, nell’anno appena terminato, ha perso il lavoro. Tra i più colpiti ci sono gli immigrati. Come in molti Paesi europei, anche qui sono loro che svolgono i lavori che gli spagnoli non vogliono più fare, soprattutto nel settore edile e in agricoltura. Ma a fine 2009, per la prima volta, il numero degli stranieri attivi nel Paese è calato: quasi 500mila disoccupati in più nei servizi e oltre 370mila nell’edilizia.


Madrid resta la città che catalizza i cittadini che arrivano dall’estero, dall’Africa soprattutto, anche se ci sono intere regioni spagnole la cui economia è basata sul lavoro dei migranti, spesso, troppo spesso, clandestini. Stiamo parlando per esempio di Almeria, nel sudest del Paese. Qui l’agricoltura intensiva è predominante. Attraversando la zona si possono scorgere chilometri interi di serre in cui fragole e pomodori vengono coltivati ed esportati tutto l’anno (con gravi danni anche per l’ecosistema della zona – troppo sfruttato). Ed è qui che la manodopera è prevalentemente straniera, spesso per nulla tutelata, esattamente come accade in molte zone agricole italiane. Anche in altre località, come ad Alcarràs, in provincia di Lleida, la presenza di manodopera temporanea è molto elevata in occasione della raccolta della frutta, e molti sono gli immigranti che trovano difficoltà ad essere iscritti nel registro comunale.


In Spagna, infatti, la registrazione all'anagrafe del comune di residenza è obbligatoria per chiunque viva nella zona, indipendentemente dalla sua nazionalità. È compito dei Comuni iscrivervi i migranti domiciliati. Lo stabilisce la Legge dei Diritti e Libertà degli Stranieri. Ma recentemente l’Avvocatura dello Stato è stata costretta a intervenire per ribadire l’obbligo comunale. Le cittadine di Vic, 32mila abitanti, in Catalogna, e Torrejon, 118mila abitanti, nei pressi di Madrid, avevano deciso in autonomia di rifiutare l’iscrizione agli stranieri non in regola che non dispongano di almeno 20 metri quadrati nell’appartamento in cui vivono. L' iscrizione, lo ricordiamo, consente di ricevere cure sanitarie e formazione scolastica, una sorta di accoglienza minima per chiunque arrivi nel Paese. Ed è anche su questi diritti che si incentrerà la campagna elettorale in Catalogna. Gli indipendentisti sono favorevoli all’abolizione della registrazione all’anagrafe dei clandestini e la capolista dei popolari, Alicia Sanchez Camacho, ha annunciato che la sua politica sarà incentrata sulla lotta all’immigrazione irregolare.  Da Strasburgo, intanto, il premier spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, aprendo il semestre si presidenza europea, ha ribadito che non saranno tollerate decisioni autonome che ledano diritti considerati fondamentali dalla legislazione spagnola, come l’assistenza medica e l’istruzione. E nel frattempo anche in Spagna, il prossimo primo marzo, andrà in scena il “dìa sin inmigrantes”, una giornata senza immigrati per cercare di far capire al resto del Paese il peso che il loro lavoro ha nell’economia. 

 

di simona volta

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Il tam tam corre on line

Su Facebook la voce si diffonde rapida e veloce. Anche in Spagna, come in Francia e in Italia, il primo di marzo, sarà “Un día sin nosotros”, versione iberica della “24 heures sans nous”. Gli immigrati e i figli di immigrati sono invitati ad astenersi dal proprio lavoro per un giorno di sciopero, per far capire al Paese intero quanto il loro lavoro sia importante e il rischio che corre l’economia locale senza l’apporto dei migranti. Nelle principali città, a Madrid come a Barcellona, sono previste manifestazioni, ma è difficile sapere quante persone scenderanno in piazza. Anche i sindacati non danno cifre: l’adesione all’iniziativa è soltanto in rete ed è impossibile fornire dati, anche perché chi non ha un impiego regolare non potrà di certo assentarsi dal posto di lavoro. Chi sosterrà l’iniziativa, recandosi invece al lavoro, è invitato a indossare un nastro giallo, il colore della manifestazione. La data è stata scelta in ricordo del primo maggio 2006, quando negli Stati Uniti milioni di immigrati decisero di scioperare, chiedendo parità nelle condizioni lavorative, un trattamento più equo.