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Europa
Un anno dopo il no ai minareti, quasi il 53% degli svizzeri, che lo scorso 28 novembre si è recato alle urne, ha detto sì al referendum che proponeva l'espulsione dal territorio elvetico degli stranieri che commettono reati gravi e che hanno subito una condanna definitiva. Chi verrà allontanato non potrà fare rientro nel Paese per un periodo che varia dai 5 ai 15 anni. 20 per chi è recidivo. In realtà i quesiti referendari erano due: quello uscito vincitore, proposto dall'Udc, partito populista di estrema destra e xenofoba, l'altro voluto dal governo che sperava di far passare una soluzione più "light" dello stesso provvedimento. Occorre specificare che il referendum è stato approvato in Ticino e in tutti i cantoni di lingua tedesca, ad eccezione di Basilea città. Bocciato invece nei cantoni francofoni, tranne che nel Vallese. Ad essere puniti saranno tutti coloro che saranno giudicati colpevoli di omicidio, stupro, rapina, traffico di droga e tratta di esseri umani. Purché non siano svizzeri. Al fianco di questi gravi reati ce n'è uno che invece fa quasi sorridere: l'abuso di prestazioni sociali. Perché, secondo chi ha votato sì, i migranti pesano sui conti del Paese. La nuova legge inoltre non prevede alcuna distinzione tra gli stranieri nati e cresciuti in Svizzera e gli immigrati clandestini giunti nel Paese. Esattamente come avviene in Italia, la cittadinanza si acquista solo per "ius sanguinis", quindi per discendenza. Quindi ad esempio il figlio di due egiziani nato e cresciuto in Svizzera, magari unico Paese che conosce, con questa nuova legge sarà spedito in Egitto.
Nella Confederazione gli stranieri rappresentano il 21,7% della popolazione, vale a dire circa 1,7 milioni di persone. Secondo alcune stime, il numero di espulsioni potrebbe aumentare in modo clamoroso e passare dalle attuali 400 all'anno a 1500. Per Christoph Blocher, leader dell'Unione di Centro si tratta di una vittoria molto importante. Soprattutto pensando al 2011 quando il Paese andrà alle elezioni federali. Il voto svizzero è stato subito commentato da diverse istituzioni e organizzazioni. Secondo il Consiglio d'Europa, le misure che Berna vuole introdurre non sarebbero conformi con quanto prevede la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, perché le espulsioni sarebbero automatiche e non soggette ad alcuna procedura d'appello. L'Unione europea invece finora ha preferito rimanere cauta sul risultato delle urne. La Commissione di Bruxelles si è detta fiduciosa, aggiungendo di essere certa che le autorità svizzere rispetteranno gli obblighi che le derivano dal diritto internazionale.
Una dura condanna al sì espresso dagli elettori è arrivato invece dall'Organizzazione non governativa Amnesty International. Adesso occorre attendere e vedere se il voto degli svizzeri avrà una qualche conseguenza anche sugli altri Paesi europei. Una sorta di effetto domino.
di Simona Volta (2 dicembre 2010)
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Un anno fa la Svizzera aveva votato e detto "No" alla costruzione di nuove moschee (non centri di culto, ma vere moschee con il minareto. Lega e Pdl italiani esultarono, ma il referendum preoccupò l’Ue: il voto riflette tutte “le paure della popolazione svizzera e dell’Europa, nei confronti del fondamentalismo islamico”, aveva detto Lluis Maria de Puig, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. E oggi possiamo dire che le preoccupazioni non erano del tutto infondate.
Il referendum - che si è svolto in tutti i 26 cantoni - ha visto il 57,5% dei cittadini elvetici approvare la proposta delle destre per introdurre - nota bene, nella costituzione - il divieto di costruzione di minareti (il Paese conta circa 200 luoghi di preghiera per islamici). I vescovi svizzeri parlarono di un “duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”, mentre il ministro della Giustizia Widmer–Schlump, puntualizzava che “il no riguarda solo l’edificazione di nuovi minareti, non si tratta di un rifiuto dei musulmani”.
Il nostro Roberto Castelli, leghista, viceministro alle Infrastrutture, parlò di "lezione di civiltà" che viene dalla Svizzera, e propose (a quel punto) di mettere la croce nel tricolore. Anche Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, colse la palla al balzo alla vigilia della riproposizione della cittadinanza agli immigrati da parte del presidente della Camera, Gianfranco Fini: "La Svizzera - disse - si è stancata del dilagare di immigrazione e Islam. Anche in Italia dobbiamo proseguire nella politica del rigore".