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Europa
Gli esempi di città del Nord del Vecchio Continente per un'inclusione sociale possibile
L’avanzata dei partiti di estrema destra alle ultime elezioni in Svezia e Olanda evidenzia quanto il problema dell’integrazione degli immigrati nelle città possa rivelarsi decisivo non solo per il futuro delle comunità locali ma più in generale per il governo di un intero Paese. Eppure è paradossale riscontrare che l’ascesa di leader come Geert Wilders e Jimmy Akesson sia avvenuta in due degli Stati che maggiormente hanno investito negli ultimi anni in politiche di integrazione e accoglienza. Il populismo delle loro formazioni politiche e il senso di paura diffuso tra i cittadini non aiutano da soli a spiegare se questi interventi locali abbiano veramente fallito oppure si siano semplicemente rivelati insufficienti nell’assorbire la crescente domanda di servizi operata da comunità di migranti complesse e spesso diversissime tra loro.
Un esempio significativo è quello di Malmö, terza città più popolosa in Svezia, che ha gradualmente riqualificato i quartieri più densamente abitati da stranieri (circa il 40% dei residenti) e ha offerto loro corsi di lingua e programmi professionali per favorirne un più rapido inserimento nella vita sociale e lavorativa. Visto l’alto numero di rifugiati, provenienti soprattutto da Bosnia e Iraq, l’amministrazione comunale ha esteso il programma Swedish for Immigrants ad una serie di interventi di riabilitazione rivolti ai reduci di guerra e alle vittime di tortura. Queste azioni hanno contribuito a ridurre i tempi di inserimento di questi immigrati nel nuovo contesto sociale ma non in maniera del tutto risolutiva, soprattutto per le seconde e terze generazioni. Per questo l’amministrazione guidata da Ilmar Reepalu ha rilanciato l’azione delle figure dei “costruttori di ponti” (funzionari incaricati di creare contatti fra i diversi gruppi etnici e gli attori economici cittadini) e del comitato antidiscriminazione, che supporta la partecipazione civile delle fasce più deboli e la pianificazione delle attività di inserimento lavorativo.
Questo tipo di interventi, rilanciati anche da Goteborg e Stoccolma (che ha puntato molto sulla promozione del bilinguismo, offrendo finanziamenti aggiuntivi alle scuole che promuovono anche l’insegnamento delle lingue dei paesi d’origine degli immigrati di seconda e terza generazione), è stato messo in pratica anche a Vantaa, città finlandese di 190mila abitanti, che ha fatto del multiculturalismo una risorsa di crescita per l’intero contesto urbano. La massiccia presenza di immigrati provenienti dai Paesi dell’ex Unione Sovietica ha spinto l’amministrazione locale a varare il progetto Vasama, che aiuta gli adulti ad inserirsi nel mondo lavorativo attraverso consulenti che individuano piani personalizzati per la ricerca dell’impiego.
La partecipazione dei più giovani sembra essere la chiave scelta da città come Oss e Leiden in Olanda e Hillerød in Danimarca per realizzare le basi di nuovi modelli di convivenza a livello locale. A Leiden si è scelto di partire dalle giovani adolescenti, realizzando attività di coinvolgimento nelle biblioteche cittadine in modo che proprio le giovani donne possano farsi ambasciatrici nelle proprie famiglie dei servizi di assistenza offerti dall’amministrazione cittadina mentre Oss, 66mila abitanti, ha lanciato commissioni partecipative per consentire a nuovi e vecchi residenti divisi per categorie (mamme, papà, anziani e giovani) di far valere la propria opinione sulle politiche comunali di integrazione. La danese Hillerød si è invece concentrata sui ragazzi dai 13 ai 18 anni di origini palestinesi, inserendoli nei vivai della squadra di calcio locale, in piccoli lavoretti per i quartieri più popolati e in attività di volontariato. La buona collaborazione instauratasi tra i volontari danesi e i giovani partecipanti ai progetti ha rafforzato sensibilmente lo spirito di comunità e migliorato la vivibilità di tutti i quartieri cittadini interessati da queste iniziative.
di Simone D'Antonio (28 ottobre 2010)
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Di diverso taglio le strategie di inclusione messe in campo in Spagna, dove è più forte la presenza di immigrati provenienti da Maghreb e America Latina. Madrid ha varato negli ultimi quindici anni una vasta azione di recupero di giovani stranieri a rischio, mentre nel 2005 ha varato il Plan de Convivencia Social che ha migliorato la collaborazione con associazioni e Ong per promuovere l’accesso ai servizi e l’occupazione per gli stranieri. Nonostante il fenomeno della lotta fra bande di giovani sudamericani rappresenti ancora una minaccia alla coesistenza civile soprattutto nei quartieri periferici, il programma madrileno ha dato comunque buoni risultati e ha assicurato, prima dell’esplodere della crisi economica, notevoli opportunità lavorative per la fasce più difficili.