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Agricoltura, gli immigrati rivitalizzano le zone rurali

Gli italiani da anni, in alcuni casi decenni, hanno abbandonato alcune zone della penisola. Sono aree rurali (o almeno lo erano un tempo, oggi i campi sono spesso abbandonati), in montagna, ma anche in collina o in pianura. Comuni dove ormai vivono quasi solo anziani e dove non sono garantiti neanche i servizi di base: non ci sono negozi o bar, servizi sanitari o scuole. Ma negli ultimi anni sta avvenendo un’inversione di rotta. Accanto agli italiani, anche giovani, che, stanchi della vita in città, hanno deciso di riscoprire la campagna, questi luoghi si stanno ripopolando grazie agli immigrati. Attirati da lavori che i nostri connazionali non vogliono più svolgere, trovano un ambiente adatto al ricongiungimento familiare (grazie alla stabilità del lavoro e alla presenza di un alloggio) e, dopo pochi anni, riescono a portare in Italia moglie e figli. Può essere un vero shock per luoghi che non vedevano bambini da anni (non preparati quindi a fornire servizi educativi). E per gli abitanti locali che, abituati sempre alle stesse facce, vedono arrivare cinesi, indiani o maghrebini.
 

A questi temi era dedicato il convegno, intitolato “Nuove popolazioni rurali. Immigrati e neonati nelle campagne italiane”, organizzato dalla Fondazione culturale di Banca etica sabato scorso (13 marzo) a Rovigo (alcune relazioni sono scaricabili al link: www.lscmt.units.it/osti/Nuovepopolazionirurali.htm). Dalle analisi, condotte da sociologi ed economisti, emerge che in queste  “aree fragili” è l’immigrazione a dare nuovo slancio, economico e sociale, a favorire uno sviluppo che sembrava arrestato.  


Non è  un fenomeno diffuso o valido per tutte le zone rurali italiane, ma solo per quelle con un’agricoltura industriale o un’industrializzazione diffusa. Vale in particolare per il nord Italia, dove lo spopolamento, da un lato, e il ripopolamento da parte di immigrati, dall’altro, ha riguardato soprattutto la bassa Pianura padana nelle province di Ferrara e Rovigo, il crinale appenninico dalla provincia di Modena all'incrocio delle quattro province (Piacenza, Pavia, Genova e Alessandria), alcune valli alpine, distribuite a macchia di leopardo.  


Alcuni casi sono esemplari. Come nella provincia di Rovigo dove si registra il più alto aumento della presenza di stranieri in Italia: +448% negli ultimi 50 anni. Una cifra enorme, anche confrontata alla crescita di immigrati nella provincia di Milano e di Roma, ferma al +90%.

 
Un altro caso esemplare è il Trentino, dove in 12 anni la presenza di stranieri è aumentata di ben 9 volte, con 49 mila residenti immigrati, di cui un quarto minorenni.


Ad attirare gli stranieri in queste zone è l’offerta di lavoro in attività di cui gli italiani non vogliono più occuparsi. Nei territori prettamente rurali gli immigrati lavorano nelle campagne, nei settori della floricoltura e della zootecnia, nelle stalle, nelle aziende agricole. Nelle aree montane molte assistenti familiari prestano servizio agli anziani che non vogliono lasciare le loro terre. Alcuni stranieri fanno rinascere piccole attività, altri ridanno slancio ai servizi. Spesso i nuovi abitanti portano con sé tutta la famiglia o ne costruiscono una in loco. L’arrivo dei neonati porta in queste aree un notevole sconvolgimento, anche solo per la necessità di riaprire servizi (pediatra, scuole, asili nido) chiusi perché inutilizzati da una popolazione prettamente anziana.


«Pur essendo l’occupazione spesso stagionale è in crescita la contrattualizzazione con il tempo indeterminato e questo porta a una maggiore propensione a fermarsi - ha spiegato, durante il convegno sulle “Nuove popolazioni rurali”, Francesca Peano, dell’Università Cattolica di Brescia - Dove gli immigrati sono accolti in modo strumentale e dove è favorito il loro isolamento non riescono a dare un loro particolare contributo alla rivitalizzazione del territorio. Dove invece esiste una vera integrazione nella comunità, i benefici sono notevoli».


Gli insediamenti di immigrati nelle zone rurali vede delle concentrazioni etniche. Il passaparola, i ricongiungimenti familiari, la specializzazione nei loro Paesi d’origine in alcune attività, porta gli stranieri di una medesima nazionalità a ritrovarsi nelle stesse zone. Nelle aree rurali lungo il Po, per esempio, si concentrano indiani e cinesi. I primi, di origine sikh sono impiegati nei settori della zootecnia e del florivivaismo, soprattutto tra le province di Mantova e Cremona. I cinesi, invece, trovano sbocchi occupazionali nelle risaie. Nelle vigne piemontesi è alta la concentrazione di lavoratori dell’Est Europa impiegati all’80%. Nella provincia di Belluno ci sono alcuni paesi - Alano di Piave, Quero e Vas nel Basso feltrino e i comuni di Lozzo, Perarolo e Ospitale nel basso Cadore – con un tasso di immigrazione estremamente elevato (fino al 20%). A Lozzo, ad esempio, è forte l’immigrazione di cinesi, inseriti nel settore dell’occhiale, tipico di quest’area. A Ospitale, invece, la presenza principale è di cittadini provenienti dalla Bosnia, che lavorano come muratori, vivono in una frazione, dove hanno acquistato e ristrutturato le case abbandonate. Nei comuni del Basso feltrino di Alano, Vas e Quero, la presenza di alunni stranieri nelle scuole è di circa il 50% del totale dei bambini.

 

La forte presenza di stranieri nel mondo agricolo italiano è dimostrata anche dai dati contenuti nell’ultimo rapporto (2009) dell'Istituto nazionale di economia agraria (Inea), proprio sul lavoro nelle campagne degli immigrati. Non immigrati irregolari sfruttati per raccogliere pomodori, ma titolari di imprese agricole. Secondo il rapporto sono circa 7.000 le imprese agricole condotte dagli extracomunitari: l'1,2% del totale. A gestirle sono soprattutto tunisini, marocchini, albanesi, montenegrini, macedoni e serbi.
Danno lavoro a oltre 92.000 persone, sempre extracomunitari (18.000 a tempo indeterminato e 74.000 a tempo determinato), che provengono in particolare dal Marocco, dall'India, dal Pakistan, dalla Tunisia, dall'Albania. Oltre il 40% sono impiegati nella produzione delle colture arboree e nella raccolta della frutta, il 30% nella raccolta di ortaggi e pomodori, il 14% nell'allevamento di bestiame (soprattutto bovini da latte). Gli altri lavorano nell'agriturismo e nella vendita dei prodotti agroalimentari.


In poco meno di dieci anni il numero delle imprese agricole in Italia condotte da extracomunitari è cresciuto di oltre il 40%. E, dato fondamentale e forse sorprendente, il 70% degli immigrati (tre su quattro) hanno contratti regolari, con punte del 91% al Nord e dell'80% al Centro.

Il rapporto dell’Inea rileva che la presenza di lavoratori extracomunitari nell'agricoltura italiana è concentrata nell'Italia del Nord, in particolare in Trentino (27%), Emilia Romagna (12,7%) e Veneto (10%). Percentuali più basse, ma comunque elevate al Sud: 8,5% in Campania, 8% Puglia e 7,5% in Calabria. Prevalgono rapporti di lavoro stagionali, tranne nei contesti territoriali specializzati nel comparto zootecnico e florovivaistico.  



di Elisabetta Tramonto


di Giorgio Osti
Sociologo delle migrazioni dell'Università di Trieste

 

«In Italia l’immigrazione non è un fenomeno metropolitano, bensì legato alle zone rurali e a quelle a industrializzazione diffusa». Sintetizza così i risultati del convegno “Nuove popolazioni rurali. Immigrati e neonati nelle campagne italiane”, che si è tenuto a Rovigo il 13 marzo, Giorgio Osti, docente di Sociologia dell'ambiente e del territorio e Sociologia delle migrazioni presso l’Università di Trieste.



Molti immigrati in Italia vivono in città. Che cosa la porta ad affermare che non si tratti di un fenomeno urbano?
Abbiamo analizzato la distribuzione degli stranieri in tutta la penisola. È vero, molti vivono nei centri storici, ma appena fuori, nell’hinterland delle città, la concentrazione si abbassa moltissimo. Diversamente da altri Stati europei. E la stessa concentrazione delle aree urbane, se non di più, si ritrova in aree rurali o con una industrializzazione diffusa. Questo vale per il nord Italia, al Sud la presenza di stranieri è decisamente inferiore e non esiste questa differenza netta tra città e campagna. 

Perché, al contrario del resto dell’Europa, in Italia l’immigrazione non ha radici urbane?

Dipende in parte dal periodo storico in cui si è sviluppato il fenomeno migratorio. La Francia, la Germania e l’Inghilterra sono Stati di antichissima immigrazione. I primi flussi di stranieri sono arrivati quando lo sviluppo industriale era al suo picco massimo e avveniva a ridosso delle città. Per questo anche gli immigrati si sono radicati nelle città. In Italia, se i migranti fossero arrivati negli anni ’60, sarebbero andati a Torino, come hanno fatto gli immigrati, italiani, dal Sud Italia. Invece gli stranieri hanno scelto i centri storici, dove c’è la massima concentrazione di ricchezza, terziario debole e commercio. E le zone agricole e industriali, dove hanno trovato una grande flessibilità nell’impiego della manodopera e dove, quindi, sui inseriscono meglio fasce di lavoratori deboli come gli immigrati.

Per esempio dove avete verificato questa alta concentrazione di immigrati in zone non urbane?
Esistono alcune province esemplari come Brescia e Mantova, dove esiste contemporaneamente un’industrializzazione diffusa e un allevamento intensivo. In queste zone abbiamo verificato la  massima concentrazione di immigrati della Lombardia. Uno dei paesi a più alta percentale di stranieri è Galeata, sull’Appennino romagnolo, una zona con numerosi allevamenti di polli.

Perché gli immigrati avrebbero scelto queste zone?

Perché si concentrano settori dove trovano facilmente un’occupazione, soprattutto nella piccola impresa e nelle stalle. Per quanto riguarda l’allevamento la situazione è analoga, al maschile, di quella, femminile, delle badanti. Agli allevatori come alle badanti è richiesto un impegno 24 ore su 24, il sabato e la domenica; entrambi sono lavori faticosi, per cui, se si assumesse un italiano, bisognerebbe pagare salari molto più alti.
Per quanto riguarda, invece, l’industria, è un settore caratterizzato da una struttura flessibile, che offre più possibilità di lavoro precario. È quindi più facile che sia un immigrato ad accettare.

L’arrivo degli immigrati nelle aree rurali ha avuto delle conseguenze nello sviluppo del territorio?

Certamente di tipo politico, anche per contrastare possibili reazioni di malcontento. Notevoli conseguenze, poi, di tipo sociale e scolastico. È stato necessario attivare servizi che non esistevano, a partire dalle scuole. Mantova (e non una grande città come Milano) è la provincia in Italia con la più alta percentuale di alunni stranieri.

La presenza di immigrati in queste zone ha favorito un’economia sommersa?

Nel lavoro agricolo stagionale la tentazione del lavoro nero è fortissima. Nell’allevamento è bassa, perché c’è un reciproco interesse ad avere rapporti di lavoro stabili. È un mestiere che spesso porta il lavoratore a risiedere in azienda e necessita di un rapporto di fiducia tra datore di lavoro e dipendente. Il rischio, invece, è di un lavoro sommerso intrafamiliare. Può, infatti, accadere che il capofamiglia abbia un contratto, ma sia aiutato nelle sue mansioni dai familiari, che però lavorano senza essere pagati e senza comparire ufficialmente. Questo con il tacito accordo del datore di lavoro, a cui comunque fa comodo.