Tra gli immigrati che vivono in Italia esiste una forte discriminazione nel mondo del lavoro tra uomini e donne, nella possibilità di trovare un’occupazione e nello stipendio percepito. E la crisi ha aggravato ulteriormente la situazione, colpendo in misura superiore le lavoratrici straniere.
Ma partiamo dalla situazione pre-crisi. Secondo i dati dell’Istat, raccolti e rielaborati nel Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes 2009, tra gli immigrati che vivono in Italia, 8 uomini su 10 hanno un’occupazione (l’81,9% nel 2008, in calo dall’83,3% del 2007). Per le donne straniere la situazione è decisamente peggiore: solo 5 su 10 hanno un lavoro (il 52,8% nel 2008, in leggero aumento dal 51,3% del 2007).
Una discriminazione simile riguarda la retribuzione. Per gli stranieri, uomini, la paga media mensile è di 837 euro, un terzo in meno dei colleghi italiani (-36,4%). Per le donne immigrate la differenza con le lavoratrici italiane sale al 41,2% in media. Nel settore della collaborazione domestica le straniere guadagnano meno della metà delle italiane (il 51,6% in meno): 4.860 euro all’anno.
Come se non bastasse una condizione così ineguale, è arrivata la crisi, finanziaria ed economica, che ha peggiorato la situazione, penalizzando soprattutto le donne immigrate, in tutto il mondo. Lo ha rilevato l’ultima ricerca pubblicata da Social Watch, una rete di organizzazioni di 70 Paesi, che ogni anno, dal 1995, pubblica un Rapporto sulla situazione nel mondo riguardo la lotta alla povertà e alla parità tra uomini e donne. “L’Onu riferisce che se inizialmente la perdita di posti di lavoro è aumentata più velocemente tra gli uomini che tra le donne, ora la percentuale maschile sta rallentando mentre quella femminile continua a crescere. Il tasso globale di disoccupazione femminile potrebbe arrivare addirittura al 7,4% contro il 7,0% di quella maschile – si legge nel Rapporto Social Watch 2009 (scaricabile al sul sito internet www.socialwatch.it) nel capitolo “Parità di genere e crisi finanziaria” - La crisi finanziaria ha colpito gli Usa e l’Europa dapprima in settori a predominanza maschile come quello finanziario e manifatturiero, ma ora i suoi effetti iniziano a pervadere comparti prevalentemente femminili come l’industria dei servizi e il commercio al dettaglio”.
E le risposte dei governi alla crisi hanno solo aggravato questa tendenza. “La maggior parte delle strategie governative volte ad affrontare la crisi economica e finanziaria non si basano sui diritti umani o su principi di equità – si legge ancora nel Rapporto Social Watch 2009 - Molti Paesi industrializzati hanno negoziato enormi salvataggi usando il denaro pubblico per sostenere le grandi imprese. Hanno investito in progetti per infrastrutture riguardanti soprattutto settori a predominanza maschile (edilizia, trasporti ecc.) anziché investire in infrastrutture dolci (assistenza sanitaria, assistenza all’infanzia, sostegno al reddito ecc.), di cui le donne sono tradizionalmente le principali beneficiarie”. Non solo: “I piani di indennità di disoccupazione, se esistono, riguardano generalmente soltanto lavoratori a tempo pieno e prendono raramente in considerazione la forza lavoro part-time la cui stragrande maggioranza è composta da donne”. Inoltre, secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), per una donna che perde il posto è più difficile trovarne un altro al momento della ripresa economica.
Non è certamente una consolazione per le immigrate, tutt’altro, ma c’è da sottolineare che la condizione delle donne nel mondo del lavoro è fortemente discriminatoria ovunque e per tutte le nazionalità, non solo per le straniere. Secondo un recente Rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) “Donne nel mercato del lavoro: misurare i progressi e identificare le sfide”, negli ultimi 15 anni si sono registrati progressi nell'uguaglianza di genere, ma il divario fra donne e uomini in termini di opportunità e qualità di impiego è ancora significativo. In base ai dati dell'Ilo il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è aumentato, mediamente nel mondo, dal 50,2 al 51,7% fra il 1980 e il 2008, mentre il tasso maschile è diminuito lievemente dal 82,0 al 77,7%. Di conseguenza, il divario di genere nei tassi di partecipazione alla forza lavoro è sceso da 32 a 26 punti percentuali.
Anche nella moderna Europa persistono notevoli differenze nella retribuzione percepita tra lavoratori uomini e donne. Secondo i dati della Commissione europea il divario sarebbe in media del 18%. E negli ultimi quindici anni non solo non è diminuito, ma in alcuni casi e Paesi è addirittura aumentato.
Uno degli effetti negativi della disparità salariale emerge nell’età pensionabile: avendo percepito un reddito minore nell'arco della vita attiva, le donne avranno anche pensioni inferiori. Secondo uno studio del 2006 realizzato dall’Unione europea la pensione media equivale al 54% del totale del salario se si tratta di un uomo e del 50% se si tratta di una donna. In Italia la percentuale è del 64% per gli uomini e del 46%per le donne.
Di conseguenza, le donne sono più colpite degli uomini dalla povertà: il 22% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
di Elisabetta Tramonto

«La differenza salariale rispetto agli italiani - uomini e donne - e rispetto agli immigrati di sesso maschile è solo uno degli elementi di discriminazione che subiscono le donne straniere nel mercato del lavoro italiano». Secondo Grazia Naletto, responsabile del settore immigrazione di Lunaria (www.lunaria.org), la situazione è molto più complessa. Per avere un’idea precisa della condizione delle lavoratrici immigrate in Italia bisogna considerare altri fattori oltre allo stipendio. Lunaria è un'associazione senza fini di lucro, nata nel 1992, che svolge attività di ricerca, formazione e comunicazione sui temi dell'economia solidale, del terzo settore, delle migrazioni e della globalizzazione. È partner della coalizione italiana del Social Watch.
Quali sono, quindi, gli altri fattori, oltre al salario, che discriminano le donne immigrate?
Innanzitutto il fatto che la maggior parte delle donne immigrate sia destinata a trovare posto solo in alcuni limitati settori lavorativi: in particolare l’assistenza a bambini e anziani e la collaborazione domestica. È di fatto preclusa ogni possibilità di emancipazione professionale in altri segmenti, anche se sono lavoratrici altamente qualificate. Inoltre la tipologia di lavoro presso le famiglie porta con sé una serie di limiti e problemi per le donne migranti.
Perché lavorare presso le famiglie è un problema?
La collaborazione domestica e l’assistenza ad anziani o bambini prevedono due tipologie di trattamento: o la residenza fissa nella casa dei datori di lavoro o un lavoro ad ore. La prima è la condizione più limitante. Innanzitutto, di solito, il datore di lavoro, se assicura l’alloggio, tende ad abbassare ulteriormente i salari, in via formale o informale. L’orario di lavoro, poi, è più lungo e facilmente arriva alle 12-14 ore. Senza che il lavoratore se ne accorga diventa vero e proprio sfruttamento. Inoltre l’autonomia della donna è molto, molto limitata. Tempo e spazi disponibili per sviluppare una socialità si riducono notevolmente. Lo evidenziano studi internazionali.
Ma anche nel secondo caso, quando cioè l’immigrata lavora a ore e poi torna a casa sua, si crea un rapporto basato sulla relazione e sulla fiducia, più di qualsiasi professione - più tipicamente maschile - in fabbrica, in agricoltura o nell’edilizia. Si instaurano dinamiche complesse, che vanno al di là della mera prestazione professionale. Il confine tra quello che la lavoratrice è tenuta a eseguire e quello che diventa invece sfruttamento è sfumata. Tra le donne immigrate c’è una bassissima consapevolezza dei diritti che dovrebbero essere loro garantiti.
E la crisi finanziaria, ha avuto un impatto particolare sulle lavoratrici migranti?
Sì, perché la crisi ha ridotto la disponibilità reddituale delle famiglie e, quindi, la loro capacità di sostenere i costi dell’assistenza sociale non garantita dallo Stato: come le cure per anziani e bambini. Settori di lavoro tipici delle donne emigrate, che quindi hanno visto ridursi drasticamente le ore di lavoro.