banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press
economixa
Share |
Le imprese africane reggono il colpo della crisi

Aumentano sempre di più le imprese in Italia che hanno come titolare un immigrato. La crisi le ha toccate, ma solo di striscio e molto meno rispetto alle aziende italiane. Sono 185 mila imprese (a maggio 2009), circa una ogni 33 italiane. Dalle 56 mila del 2003 sono più che triplicate. Per avere un’idea di quanto sta accadendo agli imprenditori immigrati basta guardare la fotografia scattata dalla Cna (Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa) alle imprese africane in Italia, contenuta in un rapporto appena presentato a Praia (Capo Verde) alla settimana di studio sulle migrazioni in Africa, promossa dal Dossier statistico immigrazione. 



La nazionalità africana è al primo posto tra gli imprenditori stranieri in Italia, con 61.323 imprese, il 33% delle imprese stranieri. Nel 2008 le imprese africane hanno registrato un calo: lo 0,2% ha chiuso l’attività. Ma se si guarda l’andamento complessivo degli ultimi anni, si può vedere una crescita continua: tra il 2003 e il 2009 le aziende aperte da marocchini, senegalesi, egiziani, tunisini, nigeriani, algerini e somali sono aumentate del 39%. «La “mortalità” delle aziende di immigrati non è legata solo alla crisi – ha precisato Giuseppe Bea, responsabile nazionale settore immigrazione della Cna – ma si lega a svariate ragioni: mancanza di un’adeguata formazione prima dell'apertura, limitata comprensione della situazione economica locale, problema della lingua e difficoltà connesse alla restituzione dei prestiti ottenuti per iniziare l'attività».

Dal rapporto della Cna emerge che le comunità più vivaci dal punto di vista imprenditoriale sono quelle marocchine, tunisine ed egiziane, che da sole costituiscono il 76,9% del totale delle aziende africane in Italia. «Al loro interno la componente femminile rivestono un ruolo importante, rappresentando l'11,29% delle imprese», ha sottolineato Bea. In in alcune comunità le donne sono il motore dell'imprenditoria. Per esempio per le imprese della Nigeria: il 53,2% dei proprietari d'impresa in Italia, originario del paese africano, è donna, prevalentemente in attività commerciali. Ma anche le tunisine, algerine e marocchine sono numerose: rappresentano infatti il 47,8% delle imprenditrici immigrate in Italia.

 

I settori più dinamici sono commercio e costruzioni. I negozi con titolare di origine africana sono 34.263 (il 54% del totale delle aziende del settore con titolare non comunitario). Vendono prodotti tipici del Paese di origine, come le macellerie di carne halal o bazar o offrono servizi come phone center e internet point. Nel campo delle costruzioni, gli africani rappresentano il 25,6% (16.654) delle 72.764 imprese immigrate del comparto.



Una fotografia, quella delle imprese africane, che rappresenta bene una situazione complessiva vivace dell’imprenditoria immigrata in Italia. Secondo il volume “Immigrati Imprenditori della Fondazione Ethnoland, infatti, sarebbero oltre 200 mila le persone, tra titolari e dipendenti, che lavorano per aziende di immigrati. Una cifra che raggiunge il mezzo milione, se si considerano anche soci e lavoratori coinvolti in altro modo.



Al primo posto tra le regioni italiane con più imprese di proprietà di immigrati c’è la Lombardia con 30 mila aziende, che si concentrano in particolare in provincia di Milano, dove ci sono oltre 17 mila imprenditori stranieri (sul prossimo numero di Mixa un focus sull’impatto della crisi sui lavoratori in Lombardia: dipendenti e imprenditori). Al secondo posto, dopo la Lombardia, c’è l’Emilia Romagna (20 mila imprese immigrate) seguita da Lazio, Piemonte, Toscana e Veneto (circa 15 mila imprese), quindi Campania, Marche e Sicilia (4 mila). 



Il settore dominante è l’industria con 83.500 aziende con titolare straniero (50,6% del totale), al cui interno spicca il comparto edile (64.500 aziende), al secondo posto il tessile (10 mila aziende). Nel settore dei servizi ci sono 77 mila imprese (46,9% del totale). 



Ogni comunità ha la sua specializzazione. Il Marocco è dedito al commercio (gestiscono il 67,5% delle imprese in questo settore), la Romania all’edilizia (più dell’80%) e la Cina all’industria manifatturiera (46%), in particolare tessile, e al commercio (44,6%).



di Elisabetta Tramonto


di Giovanni Acquati
fondatore Mairi

«È anche una questione culturale che dà agli imprenditori immigrati quella marcia in più per resistere ai colpi della crisi economica meglio dei colleghi italiani». È una delle spiegazioni che Giovanni Acquati porta per spiegare la buona performance delle imprese con titolari immigrati rispetto a quelle di italiani. Un’opinione che Acquati si è formato durante la sua lunga esperienza nei Paesi più poveri, dall’Africa al Sudamerica all’Asia, come “ambasciatore” della finanza etica nel mondo. È stato, infatti, presidente di Inaise (www.inaise.org), una rete internazionale che raggruppa organizzazioni che si occupano di finanza etica e sociale. Oggi sta cercando di concretizzare la sua esperienza in Italia, fondando una società di mutuo soccorso dedicata esclusivamente agli immigrati: MAIRI (Mutua Associazioni degli Immigrati Residenti in Italia – nella rubrica “Mixa per voi” di 3 settimane fa). 



In che modo una cultura diversa può aver aiutato gli imprenditori immigrati a resistere alla crisi?

Chi arriva in Italia per cercare un lavoro, è abituato alla povertà del suo Paese e a condizioni economiche difficili in cui devi inventarti un modo per portare a casa i soldi per mangiare. Con questa mentalità gli stranieri si avvicinano all’attività di imprenditori in Italia. Se attraversano un momento difficile in cui guadagnano poco, stringono la cinghia e vanno avanti, accontentandosi di un fatturato più basso. Sono più abituati di noi a resistere alle difficoltà perché le hanno già vissute. Nei Paesi ricchi invece abbiamo un certo standard di vita, di reddito, di guadagni. Se a un certo punto non si riesce più a mantenere quello standard si decide con più facilità di chiudere. Non vale per tutti gli italiani, naturalmente, ma come linea generale sì. Diciamo che le aspettative di un italiano sono più alte ed è più alta la scoglia sotto la quale si ritiene che non sia più conveniente mantenere l’impresa. 



C’è qualche altro meccanismo che permette alle imprese di stranieri di sopravvivere?

La solidarietà. All’interno delle comunità di immigrati in Italia esistono, quasi sempre, forti legami sociali. In caso di difficoltà economica di un’impresa, gli appartenenti alla stessa comunità tendono a intervenire in suo aiuto. È il meccanismo su cui si basano le società di mutuo soccorso: un gruppo di persone che uniscono le proprie forze, versando una quota minima e, in caso di bisogno, ricevono gratuitamente assistenza, di solito sanitaria. È quello che vogliamo fare con Mairi, creando una mutua dedicata solo agli immigrati. Stiamo cercando di formare una rete e di coinvolgere più persone possibili, in modo da poter fornire ogni tipo di servizi: assistenza sanitaria, ma anche finanziaria, giuridica e amministrativa per avviare un’impresa.


Esistono però  imprese di immigrati che resistono solo pochi mesi …

Prima di aprire un’impresa è fondamentale, per chiunque e in particolare per un immigrato, la fase preventiva di valutazione economica e finanziaria. Bisogna verificare che le gambe su cui si cammina siano solide. Per questo è importante che, prima di avviare una nuova attività, l’immigrato sia accompagnato da un esperto nella realizzazione di un business plan, nella richiesta di finanziamenti, nelle previsione economica. Mairi fornirà anche questi servizi.


Ulteriori informazioni su Mairi sul sito www.mairi-soliles.org o al numero: 02/87394827