Le imprese italiane hanno ricominciato ad assumere e, a quanto pare, preferiscono i lavoratori stranieri. È questo il risultato che la Fondazione Leone Moressa di Mestre ha estrapolato analizzando i dati Excelsior-Unioncamere sulle previsioni di assunzione per il 2010. Quest’anno dovrebbero essere assunti 802.000 lavoratori in tutta Italia, di cui 181.000 stranieri (il 22% del totale). La sorpresa, però, arriva confrontando il dato con quello del 2009. “Le assunzioni di cittadini stranieri sono aumentate del 13,8%, quelle degli italiani solo del 2,6%”, commenta Valeria Benvenuti, ricercatrice della Fondazione Leone Moressa.
“Da anni si registrava una forte crescita nella richiesta di manodopera straniera, almeno fino al biennio 2008 e 2009”, continua Valeria Benvenuti. “Gli effetti della crisi si sono fatti sentire su tutti i lavoratori, ma prima di tutto sugli stranieri, che hanno subito i maggiori tagli. Sono la parte più debole, più facilmente ‘eliminabile’ dalle imprese. Perché nella maggior parte dei casi hanno contratti atipici, collaborazioni occasionali o continuative, o a tempo determinato”.
Ma questa stessa flessibilità è stata anche l’arma vincente al momento della ripresa (seppure ci siano solo timidi segnali di ripresa). “La flessibilità richiesta o offerta agli stranieri è stata un fattore negativo durante la crisi, perché ne ha favorito la fuoriuscita dalle aziende. Oggi, invece, si è trasformata in un vantaggio perché questi lavoratori vengono preferiti agli italiani”.
Una buona notizia che, in parte, ne contiene una cattiva (vedi intervista accanto): gli stranieri vengono assunti in questa fase di lenta e leggera uscita dalla crisi perché sono disposti, più degli italiani, ad accettare condizioni di lavoro sfavorevoli. “È esattamente così. Gli stranieri sono chiamati a svolgere mansioni che gli italiani non effettuano più – spiega Valeria Benvenuti -. Sembra un luogo comune, ma è la verità. E non solo: gli stranieri sono più disponibili a contratti flessibili e a condizioni di lavoro meno vantaggiose”.
Dai dati Excelsior-Unioncamere è emerso anche che, dei 181.000 nuovi assunti stranieri, 106.000 hanno un contratto non stagionale, mentre 75.000 stagionale. Parma, Forlì-Cesena e Prato sono le province con il maggior peso di assunti stranieri rispetto al totale delle assunzioni previste, con incidenze pari, rispettivamente, a 41,9%, 38% e 32,3%. La propensione all’assunzione di manodopera straniera è più elevata nelle aree del Nord e del Centro rispetto al Sud: infatti, se in Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana l’incidenza dei nuovi assunti stranieri supera il 25% del totale, in Puglia, Sardegna e Basilicata si tratta, rispettivamente, del 12,8%, 13,6% e del 13,8%.
Anche i dati del Centro studi di Confindustria - pubblicati ad agosto nella sesta indagine sul mercato del lavoro tra le sue associate - confermano un aumento dei dipendenti stranieri, già nel 2009. L’anno scorso l’occupazione dipendente tra le aziende di Confindustria si è contratta del 2,2% (-3,1% nell'industria), andando a rosicchiare sia i contratti a tempo determinato sia quelli a tempo indeterminato. In controtendenza l’occupazione di stranieri: nell’industria, un’impresa su due ha utilizzato lavoratori stranieri, che nel complesso rappresentano il 4,3% dell’occupazione dipendente.
Dall’indagine emerge che l’incidenza della manodopera di origine non italiana è particolarmente elevata nelle piccole imprese: in quelle fino a 15 dipendenti è straniero quasi un lavoratore su dieci (9,2%), ma la quota scende al 6,6% nelle medie imprese e al 2,2% in quelle grandi. Tra i comparti del manifatturiero sono l’alimentare e la gomma-plastica (5,7% e 7,8% rispettivamente) a registrare l’incidenza più alta di manodopera straniera, che schizza all’11,5% nelle costruzioni.
di Elisabetta Tramonto (9 settembre 2010)

“Non lo leggerei necessariamente come un dato positivo: in parte evidenzia il fallimento del mercato del lavoro italiano”. La forte crescita delle assunzioni di lavoratori immigrati in Italia nel 2010, di gran lunga superiore rispetto agli italiani (vedi articolo accanto), viene accolta con scarso entusiasmo da Luca Visconti, direttore del master in Marketing e comunicazione all’Università Bocconi di Milano e autore di diverse pubblicazioni su temi di economia e immigrazione. “Sta avvenendo una sorta di ‘sciacallaggio’ nei confronti dei più fragili”, continua Luca Visconti.
Che cosa intende con il termine “sciacallaggio”?
Le imprese oggi hanno bisogno di manodopera, ma sono ancora in difficoltà economica e offrono condizioni contrattuali sfavorevoli: contratti atipici, con stipendi ridotti, che gli stranieri sono più disposti ad accettare. Numerose ricerche dimostrano che le retribuzioni degli immigrati sono inferiori del 10-20% rispetto a quelle degli italiani. In più c’è la questione del permesso di soggiorno che senza un lavoro decade. Questo induce gli immigrati ad accettare condizioni pessime e ruoli di molto inferiori rispetto alle loro competenze pur di avere un’occupazione. È un vero spreco di risorse.
Vuole dire che gli immigrati potrebbero essere una risorsa per le imprese italiane maggiore di quanto non lo sia ora?
In Italia ci sono cinque milioni di persone di origine straniera, di cui circa un milione di seconda generazione. Hanno un’età media bassa, intorno ai 34 anni, e un tasso di istruzione elevato: la maggior parte ha una laurea o un diploma. Per i paesi di provenienza questo si traduce in una vera fuga cervelli. Per l’Italia, considerando, il modo in cui non sono valorizzati, è uno spreco di cervelli. È grave che per le imprese italiane il miglior modo di far fruttare la presenza di una simile risorsa sia utilizzarli in lavori sottopagati o che gli italiani hanno smesso di svolgere. Ma il problema è di ordine sociale: valorizzare le competenze degli immigrati prevede un totale cambiamento delle logiche di convivenza tra italiani e stranieri. È più ‘accettabile’ pensare che la loro presenza permetta di coprire le mansioni che altrimenti resterebbero scoperte. In questo modo non c’è competizione con gli italiani. Se invece si pensasse a valorizzare le competenze degli stranieri scatterebbe una concorrenza da parte di tutti, italiani e stranieri, per tutte le posizioni. Il ‘migliore’ dovrebbe ottenere il posto di lavoro, a prescindere dalla nazionalità. Si rischierebbe un vero conflitto sociale. Il problema però esiste, anzi gli stranieri saranno sempre più numerosi. I politici possono continuare a far finta di niente e prendere decisioni che attirano più voti o, come sta facendo Obama, rischiare di perdere consensi, ma affrontare la questione immigrazione guardando al lungo periodo e cercando di ristabilire una certa equità sociale.