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Crisi: gli immigrati se ne vanno, ma i contributi restano

Gli stranieri che da anni vivono in Italia stanno iniziando a tornare nel loro Paese d'origine. Colpa della crisi, certo, ma anche di una legge sull’immigrazione che obbliga gli immigrati a non restare senza un lavoro per oltre sei mesi. Altrimenti addio al permesso di soggiorno. Se ne è accorto il "Financial Times": lo scorso aprile il corrispondente da Torino del quotidiano britannico ha raccontato l’emigrazione al contrario di molti marocchini che, avendo perso il lavoro, hanno deciso di abbandonare il capoluogo piemontese per rientrare nel loro Paese. La stessa sorte attende forse migliaia di altri stranieri che abitano in Italia.



Secondo l’ultimo Rapporto annuale del centro studi di Unioncamere (l’istituto che raggruppa le camere di commercio italiane), nel 2009 le assunzioni non stagionali di lavoratori immigrati in imprese italiane sarebbero scese a 92.500, dalle 172.000 del 2008. 79.500 posti di lavoro in meno in un anno. Un tracollo rispetto alle 235.800 assunzioni non stagionali del 2007.

 

Dall'altra parte, secondo i dati Istat gli stranieri in cerca di occupazione sono aumentati vertiginosamente nel 2009, arrivando a quota 239.000, 77.000 disoccupati in più rispetto ai 162.000 del 2008. Che cosa possono fare queste migliaia di persone senza un lavoro in un Paese straniero? Innanzitutto iscriversi a un Centro per l’impiego per ottenere il permesso di soggiorno “per attesa occupazione” (oggi gli immigrati rappresentano il 7,5% della forza lavoro in Italia, ma oltre il 12% di disoccupati nel 2009). Soprattutto, devono sperare di trovare un’occupazione rapidamente: entro sei mesi. Altrimenti, secondo la legge Bossi/Fini, diventano irregolari. Per questo motivo, una volta perso il lavoro, molti pensano di tornare a casa. Secondo alcune stime circa 20.000 stranieri lasceranno l’Italia quest’anno (vedi a fianco l'Opinione). Peccato che, andandosene dopo anni di lavoro regolare, rischiano di perdere i contributi previdenziali versati (a meno che non riescano in futuro a ottenere un nuovo rapporto di lavoro nel nostro Paese).

 

La legge Bossi/Fini prevede infatti che il lavoratore immigrato possa ricevere la pensione solo al compimento dei 65 anni d'età e non per anzianità lavorativa. E solo se ha versato contributi per venti anni con il sistema retributivo oppure per cinque anni nel sistema contributivo (quasi tutti gli immigrati rientrano in quest’ultima tipologia). E non è tutto: deve anche esistere un accordo di reciprocità tra l’Inps (la cassa previdenziale italiana dove si versano i contributi) e il Paese d’origine del lavoratore. Accordi che esistono con gli Stati europei e con pochi altri Paesi extracomunitari (il più rilevante è la Tunisia). Restano fuori dai giochi Marocco, Albania, Ucraina, Cina, India e altri Stati da cui prevengono molti lavoratori stranieri presenti in Italia.

 

Quindi, per esempio, un lavoratore marocchino di 40 anni, assunto in Italia da 4 anni, che dovesse perdere il lavoro e, per questo, essere costretto a tornare a Casablanca perderebbe tutti contributi. Considerando uno stipendio medio - che, secondo i dati Inps, per un immigrato ammonta a 12.000 euro lordi l’anno - i contributi previdenziali versati raggiungerebbero i 4.000 euro l’anno. In quattro anni il lavoratore marocchino avrebbe accumulato 16.000 euro di contributi, che, lasciando l’Italia, perderebbe.

 

Del resto sei mesi sono pochi per trovare una nuova occupazione. Diverse organizzazioni sindacali hanno chiesto una modifica legislativa e il ritorno a dodici mesi per il permesso di attesa di occupazione. Richieste finora rimaste inascoltate da parte del governo.


Altra questione chiave l’informazione: una volta tornati a casa gli stranieri sanno di avere diritto, una volta raggiunti i 65 anni, a ricevere la pensione dall’Italia? Diverse sedi Inps segnalano casi di immigrati che, rientrati anche dopo parecchi anni di lavoro in Italia, al compimento del sessantacinquesimo anno non hanno presentato domanda di riscossione della pensione, probabilmente per la mancata conoscenza della normativa.



di Elisabetta Tramonto (1 luglio 2010)


di Andrea Stuppini
Comitato sull’immigrazione
L’informazione aiuta il lavoratore

 

 

“La conferma si potrà avere solo tra alcuni mesi, con i dati del saldo migratorio con l’estero, ma appare realistico stimare che almeno 20.000 lavoratori stranieri, divenuti disoccupati, decidano di lasciare l’Italia e fare ritorno al loro Paese di origine. Calcolando il reddito medio e il tempo medio di permanenza, potrebbero aver versato in tutto circa 200 milioni di euro di contributi pensionistici, che, tornando a casa prima di cinque anni di lavoro, resteranno nelle casse dell'Inps”. È la previsione di Andrea Stuppini, dirigente della Regione Emilia-Romagna e rappresentante delle regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione.


Che cosa si può fare per evitare che questi lavoratori perdano i contributi versati?


“Innanzitutto modificare la legge, riportando da 6 a 12 mesi il periodo di disoccupazione oltre il quale ‘salta’ il permesso di soggiorno. E poi stipulare accordi di reciprocità con più Paesi possibile. In modo da permettere che il mercato del lavoro sia trasparente e la legislazione non danneggi il lavoratore. Questi accordi significano lotta alla clandestinità”.

 

Come possono gli enti locali aiutare gli immigrati in questo momento di difficoltà?


“La crisi non guarda in faccia nessuno, sta colpendo tanto gli italiani quanto gli stranieri. La differenza tra i due sta nella rete di supporto. Gli immigrati non hanno i legami familiari di cui beneficiano gli italiani. Se uno straniero perde il lavoro spesso deve arrangiarsi da solo. In più mediamente ha uno stipendio più basso. Diventa difficile anche pagare una bolletta o mangiare. L’assenza di una rete di supporto rende gli immigrati più fragili. Dagli enti locali potrebbe arrivare una consulenza, un accompagnamento, oltre che un sussidio di base. Ma purtroppo non abbiamo le risorse economiche per aiutare le famiglie in difficoltà”.

 

Quanto reputa importante l’informazione per gli immigrati in tema lavoro?


“È fondamentale. Per esempio riguardo le pensioni: dubito che gli stranieri siano informati che dopo i 65 anni hanno diritto alla pensione. C’è un profondo deficit informativo. Ho partecipato a un’assemblea di badanti e spesso si confondevano i contributi con le tasse. È emerso che alcune lavoratrici per anni non avevano pagato le tasse per ignoranza. Avevano versato i contributi all’Inps e pensavano che fosse sufficiente. Bisognerebbe effettuare dei corsi base: spiegare com’è composta una busta paga, cosa sono i contributi e a quanto ammontano, la differenza tra pensione di anzianità e di vecchiaia, cos’è il minimo contributivo”.