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Senegal, una coop italiana fa scuola di impresa sociale

C’erano circa 500 persone e molte autorità locali, tra cui il sindaco e il capo religioso della città, ad assistere domenica scorsa alla presentazione della nuova sartoria che ha appena aperto a Dakar. Una sfilata con 60 capi, balli tradizionali e moderni, due cabarettisti molto noti in Senegal, una festa durata tutta la sera per celebrare 'Le grand jardin de la mode', il marchio di un’impresa italiana sbarcata nel Paese africano.

 

Ma è un’impresa tutta particolare: non una casa di moda arrivata a conquistare il mercato africano, né una Ong venuta a portare progetti di cooperazione. Il Giardinone (così si chiama la cooperativa sociale che ha avviato la sartoria e a qui il nome 'Le grand jardin de la mode') è una via di mezzo tra questi due estremi: un'impresa sociale.



È un termine e un concetto tutto italiano, che dal 2008 esiste anche per legge (decreti attuativi G.U. 86 dell’11/04/08). Profit e non profit si incontrano in questa forma ibrida, dove convivono una gestione produttiva e commerciale identica a quella di un’impresa con l’assenza di scopo di lucro.

 

Possono essere imprese sociali tanto delle cooperative sociali che si organizzano come imprese, per produrre e vendere beni o fornire servizi, con 'un’attività economica organizzata e stabile'; quanto vere e proprie imprese che rinunciano al profitto – gli utili non vengono distribuiti tra i soci, ma reinvestiti – e decidono di operare nel sociale o di assumere 'soggetti svantaggiati'.

 

Per definirsi impresa sociale è, infatti, necessario operare in un settore tipico – assistenza, educazione, cultura, ambiente – oppure in qualsiasi altro comparto purché si assumano portatori di handicap, ex detenuti, ex tossicodipendenti, che altrimenti avrebbero difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro.


Ed è questo il nostro caso: il Giardinone è una cooperativa sociale di tipo B, che occupa soggetti svantaggiati. Esiste dal 1996 a Locate Triulzi, un Comune a sud di Milano, in una vecchia cascina recuperata dove operano 36 soci-lavoratori (il 33% rientra nella categoria 'svantaggiati') che mandano avanti un’attività di pulizie e di servizi di giardinaggio da 1 milione e 200 mila euro di fatturato annuo (bilancio 2008).

 

È la seconda azienda di Locate Triulzi e si è ritrovata, nonostante la crisi, con un utile di 700 mila euro. Che farne? Distribuirli tra i soci è vietato per legge. Avrebbero potuto investirli nella stessa cooperativa, per ingrandirsi. Invece hanno avuto un’altra idea: esportare il loro modello di successo, internazionalizzare l’impresa sociale. E ci sono riusciti perfettamente: in Senegal, Sudafrica, Dubai e ancora Senegal.

 

"Da febbraio 2009 siamo soci sovventori di una cooperativa agricola senza scopo di lucro in Senegal, avviata da alcuni nostri soci-lavoratori e riconosciuta, secondo la legge locale, dal governo", racconta Andrea Vecci, consigliere di amministrazione de Il Giardinone. "Si chiama Bay sa rew (in wolof, la lingua locale parlata, significa 'coltiva la tua terra', ndr), produce soprattutto mais su 20 ettari di terreno a 300 chilometri a Sud di Dakar". Per tenere saldo il legame tra Locate Triulzi e Dakar si fanno riunioni settimanali via Skype, in francese o in italiano. "Attualmente abbiamo sette soci-lavoratori e una sede della cooperativa costruita materialmente da loro insieme alla comunità locale".

 

Dopo il Senegal, il Giardinone è sbarcato in Sudafrica: un investimento da 100 mila euro per 10 anni su una fattoria che produce ed esporta fiori coltivati su 20 ettari a nord di Città del Capo, nella cosiddetta Riviera dei fiori, dove il clima è una primavera costante.


Poi è arrivata Dubai. Lo scorso novembre i responsabili de Il Giardinone sono partiti per Abu Dhabi, insieme ad alcuni imprenditori, in una missione della Camera di commercio di Milano. Sono tornati con un accordo per costituire una società di diritto emiratino che si chiamerà Italian team. Obbiettivo: dar vita a una sorta di incubatore per le imprese italiane a Dubai. Il Giardinone sta studiando come partecipare alla srl iniziale e poi uscirne come impresa sociale 'incubata'.

 

Si parla di circa 60 mila euro di spese all’anno, ma a Dubai il mercato del sociale è ancora totalmente vergine, spiega Andrea Vecci: "Tutto il tema della comunicazione sociale lì non esiste ancora. Ed è stata appena avviata la ricerca sull’inclusione lavorativa".

Infine, domenica scorsa, l’apertura della sartoria a Dakar: 2 show room e 2 sale di produzione a cité Fadia e a Comico 2, due quartieri della provincia di Dakar. Coordinatrice del progetto è Adji Diaw, una socia-lavoratrice senegalese del Giardinone, che si è formata in Italia ed è tornata nel suo Paese d’origine per avviare l’attività.


Alla fine di marzo è arrivato nel porto africano un container con i materiali per allestire l’ufficio e un intero laboratorio sartoriale avanzato: 14 macchine professionali (quattro computerizzate), per compiere tutti i processi produttivi di taglio e cucito, più altre specifiche per la realizzazione di rivettature, asole, incernierature. Macchine acquistate da un laboratorio di piazzale Loreto, a Milano, chiuso purtroppo a causa della crisi. La sartoria ha già cominciato ad operare. Utilizza stoffe italiane e copre una vastissima gamma di confezioni possibili, dai costumi da bagno, all’intimo, ai vestiti da cerimonia.


Per il Giardinone si tratta di un investimento da 120 mila euro in tre anni. "Per noi non si tratta solo della partecipazione a un progetto come soci, ma di un vero e proprio nuovo ramo produttivo", racconta Andrea Vecci. "Oltre al capitale, esportiamo un modo di lavorare, le garanzie, i contratti, la parte commerciale. Il nostro obiettivo è arrivare fra tre anni a una nuova modalità di partecipazione: da ramo d’azienda di un’impresa italiana a una vera e propria società di diritto senegalese, di cui il Giardinone faccia parte, ma i cui soci siano senegalesi. L’importante, però, è che venga mantenuto lo spirito dell’impresa sociale, l’assenza di scopo di lucro e le finalità sociali, che in Senegal possono significare anche solo dare lavoro a delle persone".



di Elisabetta Tramonto e Corrado Fontana


di Adji Diaw
Il Giardinone
Andata e ritorno, per dare vita a un’impresa

 

 

"Nel 2002 la Prealpina di Varese, il quotidiano della città dove abitavo, mi ha intervistato e mi ha domandato dove avrei voluto vivere. Ho risposto che avrei voluto tornare a lavorare nel mio Paese. Ci credevo e dopo 8 anni ci sono riuscita, con un progetto che è molto più di un lavoro". Racconta così la sua esperienza Adji Diaw, senegalese, mediatrice interculturale con una formazione imprenditoriale, da oltre 10 anni in Italia, tornata da pochi mesi in Senegal, a Dakar, per coordinare la nuova sartoria della cooperativa sociale Il Giardinone.

 

"Ho portato in Senegal la parte migliore di quello che avevo imparato in Europa, unendolo con la tradizione locale. Per me questa è immigrazione: entrare in contatto con altre realtà, imparando da loro e portando qualcosa di tuo. Uno scambio che arricchisca entrambi, senza togliere niente a nessuno".

 

"L’attività che stiamo avviando a Dakar non è solo una sartoria: ha anche un impatto politico, culturale, economico. Arricchisce, non necessariamente da un punto di vista economico, sia gli italiani che hanno finanziato il progetto, sia gli africani che ne hanno beneficiato. Abbiamo portato una nuova tecnologia, ma anche un diverso modo di pensare".


È stato facile organizzare il lavoro a Dakar?

"Bisogna cambiare molte cose, anche la mentalità, per poter impiantare un’impresa che funzioni bene. Quando sono arrivata, il primo giorno, sono stata io ad aprire il negozio e fino alle 9,30 non si è visto nessuno dei dipendenti. Se non percepiscono il controllo tendono a fare un po' a modo loro: qui tutto va piano, non si rispettano gli orari. Io per prima cosa al mattino programmo il lavoro di sartoria da compiere, poi mi dedico alle questioni burocratiche e a cercare nuovi clienti e nuovi mercati. Inoltre, faccio la spola tra la banca, la camera di commercio e lo sportello per le piccole e medie imprese per capire come va strutturata l'attività in modo da essere a norma di legge".


Il tasso di povertà in Senegal è altissimo (54% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, cioè sotto la soglia di povertà). Sembra strano pensare che possa avere successo una sartoria…


"L’abito ha un’enorme importanza in Africa. È una questione di cultura e di religione. Esistono riti che richiedono un abbigliamento elegante: un matrimonio, un battesimo, ma anche la festa per la fine del ramadan o per il sacrificio di Abramo. In queste occasioni è obbligatorio vestirsi nel migliore dei modi. Magari una famiglia non ha da mangiare, ma il vestito bello sì. Può costare anche il corrispettivo di 300 euro, nel caso di un abito da cerimonia, una cifra altissima, pari circa al reddito medio mensile di una famiglia. Le donne spesso acquistano le stoffe, mandano il modello alla sarta e se lo fanno fare su misura, anche in altri Stati, fino a Capo Verde. Dakar è una città sempre più importante per la sartoria in Africa, è una capitale della moda".


È importante raccontare che dietro al vostro lavoro c’è un’impresa sociale e macchine e stoffe che vengono dall'Italia?


"È importantissimo. Dobbiamo puntare proprio su ciò che abbiamo in più e di diverso dagli altri: tessuti italiani, molto apprezzati in Senegal, macchine innovative e know how italiano permettono di aprire il mercato e battere la concorrenza. Qui i prodotti già pronti per la vendita sono di due tipi: o d’importazione dall'Europa, magari capi d’abbigliamento di marca che costano un patrimonio, oppure provenienti dal mercato cinese, a basso costo ma che durano pochissimo. Il vantaggio della nostra sartoria in Senegal è proprio che risponde alla richiesta del pubblico".