Sempre più stranieri nelle cooperative italiane
Sociali, di lavoro, di servizi, di consumo, agricole, di risparmio. Il mondo delle cooperative italiane è vasto e articolato. E negli ultimi anni si è sempre più aperto anche agli immigrati che vivono nel nostro Paese. Nel panorama delle oltre 30 mila cooperative esistenti in Italia, che danno lavoro a più di 700 mila persone, la presenza di immigrati incide per circa il 5% nelle cooperative industriali, per il 10% nelle cooperative sociali. La percentuale sale al 15% in quelle di servizi, per arrivare al 25% nel settore agroalimentare. Sono questi i dati presentati da Legacoop Servizi.
"Non esiste un censimento dei lavoratori extracomunitari delle cooperative italiane, ma alcune indagini settoriali della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue (Legacoop), la più antica delle organizzazioni cooperative italiane che associa oltre 15.000 imprese cooperative in tutte le regioni italiane e in tutti i settori produttivi, possono dare un’idea della dimensione del fenomeno", ha precisato Daniele Conti di Legacoop Servizi durante il convegno sulle migrazioni africane organizzato a febbraio a Capo Verde dal Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes.
E gli immigrati sempre più spesso non sono solo dipendenti di una cooperativa, ma ne diventano anche soci. Nelle cooperative sociali succede nel 10% dei casi, nei servizi si arriva all’80%. "In particolare nelle cooperative dei servizi aderenti a Legacoop si registrano le percentuali più alte di soci immigrati (70-80%) e le percentuali più alte di contratti a tempo indeterminato (75-95%) rispetto alla media (76%) degli altri settori di Legacoop", dichiara Daniele Conti.
"Essere socio di una cooperativa ha un valore notevole per un immigrato - commenta Daniele Conti - significa diventare imprenditori, partecipare alla vita della società, alle decisioni, votare. È un modo per sentire l’impresa più 'propria', rispetto ad essere un semplice dipendente. Molto dipende poi dalla singola cooperativa e dalla capacità di coinvolgimento dei soci. La differenza è più evidente per le realtà piccole. Nelle cooperative ognuno ha diritto a un voto, a prescindere da quante quote ha acquistato (principio di: una testa, un voto, n.d.r.).
Avere un immigrato tra i propri soci comporta un arricchimento culturale per la stessa cooperativa. Accogliere un nuovo socio è una scelta importante, è un traguardo da conquistare, dopo un certo percorso. Non viene concesso subito a un lavoratore. Comporta spesso delle prospettive di carriera e sempre dei doveri e una partecipazione alla vita della cooperativa. Se l’organizzazione è seria si occupa anche della formazione dello straniero, di spiegargli che cos’è una cooperativa e che cosa comporta diventare socio. Magari con percorsi di formazione multilingue.
Essere socio significa partecipare agli eventuali utili, ma anche ai rischi. Alla fine dell’anno ci possono essere delle perdite o si può decidere di non distribuire gli eventuali profitti, ma reinvestirli nella società. Durante la crisi molte cooperative si sono salvate proprio grazie a questa rinuncia", conclude Daniele Conti.
Ma come vivono gli immigrati la vita nelle cooperative? Legacoop Toscana ha effettuato una ricerca tra i lavoratori extracomunitari delle cooperative toscane. È emerso che la maggior parte (85% circa) degli intervistati non cambierebbe lavoro. "Siamo arrivati alla conclusione che una delle principali ragioni di questa soddisfazione del lavoro in cooperativa sia rappresentata dal fatto che i soci cooperatori (dalla ricerca emerge che i semplici occupati diventano soci effettivi delle cooperativa nel 74% dei casi) e i dipendenti condividono una visione della cooperativa intesa nella sua dimensione più ideale, che vede i valori dell’eguaglianza (il 90% degli intervistati ritiene che in cooperativa non vi siano discriminazioni), della solidarietà e della partecipazione alla base di un’attività imprenditoriale autonoma, mutualistica e senza scopo di lucro, volta ad offrire occasioni di lavoro nelle migliori condizioni umane, economiche e professionali. Il modello di impresa cooperativa infatti ha nell’attenzione al lavoro, sia dei soci lavoratori che dei dipendenti la propria 'mission' e svolge una reale funzione sociale, che le è costituzionalmente riconosciuta (art. 45 della Costituzione Italiana)".
di Elisabetta Tramonto

Professione: mediatore linguistico culturale. Una definizione che, per molti, potrebbe non voler dire niente. Invece è un mestiere molto utile e dalle enormi prospettive di crescita. A creare questa figura è stata la Commissione europea per rispondere alle esigenze di Paesi ad alto tasso di immigrazione. Si occupa di favorire l’accoglienza e l’inserimento degli stranieri nei servizi pubblici e nel mercato del lavoro. A svolgere questa professione sono a loro volta immigrati incaricati di facilitare l’integrazione di altri immigrati nei settori pubblici e privati.
Roberto Reyes è arrivato in Italia dal Perù è ha scelto questo mestiere, anzi, ha cerato una vera e propria cooperativa di mediatori linguistico culturali. Si chiama Studio3r (www.studio3r.net), è nata dodici anni fa (anche se nel frattempo ha cambiato aspetto e componenti) ed è formata da nove soci, tutti stranieri: dalla Romania, dal Senegal, dal Marocco.
È utile la figura del mediatore linguistico culturale?
È vitale, perché abbrevia i tempi di inserimento sociale del soggetto più debole: l’immigrato. Bisogna partire dal principio che nessuno sa come immigrare e nessuno sa come accogliere. Noi mediatori cerchiamo di trovare un punto di incontro tra queste due necessità, agevolando il rapporto tra immigrati e istituzioni: traducendo, accompagnando, creando sensibilizzazione verso le esigenze dello straniero. È una figura professionale che non esisteva. Prima a consigliare e ascoltare lo straniero ci pensava chiunque avesse un po’ di volontà, come il prete, lo psicologo, il vicino di casa. Ma non esistevano professionalità formate. Oggi invece sono state create competenze ad hoc.
Chi si rivolge a voi?
Tanto le istituzioni e le scuole, quanto i singoli immigrati, che pagano una quota per ricevere un servizio. Sopravviviamo grazie alla remunerazione dei singoli servizi che offriamo e grazie a finanziamenti pubblici.
Ma perché creare una cooperativa?
Abbiamo analizzato le diverse tipologie di imprese che avremmo potuto creare e abbiamo deciso che, per svolgere un servizio privato sociale, la cooperativa, in particolare quella sociale, era la soluzione migliore. Anche se gestire una cooperativa non è semplice, abbiamo dedicato molto tempo e risorse a cercare di capire il sistema normativo, imprenditoriale e cooperativo. Quando ci siamo costituiti e abbiamo scritto lo statuto, abbiamo fatto fatica con il notaio a individuare e mettere nero su bianco gli obiettivi della nostra cooperativa, che andavano dall’integrazione, all’organizzazione di eventi gastronomici, all’analisi dei differenti punti di vista delle diverse religioni. Ma volevamo adottare questa forma di gestione dell’impresa, che prevedesse partecipazione e condivisione tra i soci. Anni fa un responsabile di Confcooperative quando ha visto il nostro statuto ci ha fatto i complimenti e si è stupito. Perché era composta al 100% da immigrati e perché mettevamo in pratica una gestione davvero cooperativa.
I dati mostrano che oggi sono molti gli immigrati soci di cooperative…
Sì, ma in molti casi è una situazione solo di facciata. Basta andare a vedere quanti soci immigrati sono anche nel Cda e quanti vengono davvero coinvolti nelle decisioni. La maggior parte degli stranieri non ha la consapevolezza di cosa sia una cooperativa, di che cosa significhi democrazia economica, una testa un voto. Spesso gli immigrati soci lavoratori di una compartiva hanno uno stipendio più basso di quanto prenderebbero se lavorassero in un’impresa.